Una censura di successo: il “caso Rigoletto”

Rigoletto, uno dei cardini della cosiddetta “trilogia popolare” di Giuseppe Verdi, oltre che un titolo che sin dal suo debutto veneziano del 1851 ha conosciuto un consenso e un successo crescenti. Ma questo melodramma in tre atti su libretto di Francesco Maria Piave ha una storia davvero interessante anche per quel che riguarda i tagli della censura. La trama e i personaggi ideati da Verdi erano differenti, tratti direttamente dal drammone storico di Victor Hugo Le roi s’amuse. Non sarà né la prima né l’ultima volta che il compositore bussetano si troverà ad affrontare le decisioni cervellotiche e spesso insensate della censura del tempo, ma nel caso del Rigoletto si può parlare di una revisione che ha avuto successo.

Ma procediamo con ordine. Dopo aver definito il contratto e la compagnia di cantanti con il Gran Teatro La Fenice di Venezia, Verdi cercò con grande impegno il soggetto da trattare. È il 28 aprile del 1850 quando si ha la prima intuizione sulla futura opera. Il musicista emiliano scrive infatti a Piave per parlargli del suo apprezzamento per la proposta di Gusmano il Buono, ma anche per tentare la strada di un soggetto che sarebbe potuto diventare una delle più grandi creazioni del teatro moderno. Si trattava proprio di Le roi s’amuse, con il personaggio del buffone Triboulet che sarebbe stato perfetto per il baritono Felice Varesi, uno dei cantanti scritturati. In realtà, il dramma di Hugo era stato suggerito anche al San Carlo di Napoli nel 1849 e definito come un “bel dramma con posizioni stupende“.

Il rischio era però grandissimo, tanto più che anche le rappresentazioni teatrali in Francia negli anni Trenta dell’800 avevano scatenato polemiche, discussioni e il ritiro del titolo. La censura non poteva non essere infastidita da un’opera che parlava di un buffone che attentava alla vita del re Francesco I, reo di avergli sedotto la figlia. Verdi puntò su una titolazione diversa, La maledizione, il tema che aleggiava costantemente lungo tutto il corso della storia. I problemi nacquero quando la stesura del libretto era praticamente giunta a conclusione. Verdi e Piave si trovavano a Trieste, quando furono raggiunti dalla notizia che la censura aveva cominciato ad alzare la voce su La maledizione. Che cosa era successo di preciso?

La lettera inviata dalle autorità austriache sottolineava come Le roi s’amuse avesse avuto una accoglienza sfavorevole sia a Parigi che in Germania per l’argomento fin troppo dissoluto: ciò nonostante, ci si aspettava da Verdi e Piave un argomento sviluppato in maniera conveniente. Passarono due settimane e, dopo aver esaminato il libretto, il decreto della Direzione Centrale d’Ordine Pubblico fu molto chiaro e perentorio:

Sua Eccellenza il Signor Governatore Militare Cavaliere de Gorzkowski deplora che il poeta Piave e il celebre Maestro Verdi non abbiano saputo scegliere altro campo per far emergere i loro talenti che quello di una ributtante immoralità ed oscena trivialità qual è l’argomento del libretto intitolato La Maledizione. La prelodata Eccellenza sua ha quindi trovato di vietarne assolutamente la rappresentazione.

Molti elementi andavano eliminati, in particolare la gobba del buffone Triboletto, la presenza del Re (da sostituire con un feudatario contemporaneo) e il sacco finale in cui scoprire il cadavere. Fu proposta a Verdi una nuova versione del dramma, Il duca di Vendome, ma tutte le posizioni di scena e i caratteri erano molto sbiaditi rispetto alla versione originale. Fu necessario un lavoro di gruppo eccezionale, una collaborazione tra Verdi, Piave e Carlo Marzari, presidente della Fenice. La figura del sovrano fece spazio a quella di Vincenzo Primo Gonzaga Duca di Mantova, poi divenuto più semplicemente Duca di Mantova: Triboletto divenne invece Rigoletto, un nome ispirato dal verbo francese “rigoler” (divertirsi, scherzare), tanto importante da dare il nome all’intero melodramma. Mantova e i suoi dintorni e il ‘500 furono il luogo e l’epoca del nuovo dramma.

Modifiche importanti, non c’è dubbio, ma la tensione drammatica e le caratterizzazioni dei personaggi erano intatte, forse addirittura rafforzate. Non ci si può dunque lamentare del fatto che non si sia potuta conoscere questa Maledizione ricalcata su Le roi s’amuse: la storia funziona perfettamente come la conosciamo noi oggi e come l’ha conosciuta il pubblico veneziano del 1851, immediatamente conquistato dai sentimenti popolari di Rigoletto e Gilda. C’è una semplicità musicale incredibile ed efficace (basti pensare al temporale che viene reso da un breve lamento a bocca chiusa), c’è freschezza armonica e una fusione perfetta tra le varie voci, come testimoniato dal quartetto Bella figlia dell’amore, in cui la sfacciataggine del Duca di Mantova, la vanità di Maddalena, la vendetta rancorosa di Rigoletto e la disperazione di Gilda sono un tutt’uno che va dritto al cuore di chi ascolta.