Elisabetta Regina d’Inghilterra

Dopo una edizione fortemente ridotta nel 2020, causa covid, il Rossini Opera Festival torna in questa estate 2021 nel pieno delle sue potenzialità. 
Tre i nuovi titoli in programma: Moïse et Pharaon, Il signor Bruschino ed Elisabetta Regina d’Inghilterra, (di cui qui proponiamo la recensione) già previsti nel 2020 e poi rimandati, tornano ora finalmente a risuonare nella Vitifrigo Arena di Pesaro.

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Karine Deshayes

L’opera lirica era sicuramente nei primi dell’Ottocento il principale modo di intrattenimento oltre che un vero e proprio sistema sociale, oggi una delle forme di intrattenimento più popolare è sicuramente rappresentata dalle serie tv, forse questo pensiero è stato il filo rosso che ha seguito Davide Livermore, per questa sua versione della Elisabetta soprattutto se pensiamo alle parole di Aldo Grasso, che riferendosi alla serie tv “The Crown” innegabile fonte di ispirazione del regista ci dice :“non è una serie sulla regina Elisabetta (…), ma sulla Corona come istituzione, sui suoi riti secolari e persino sull’immutabilità di convenzioni che s’infrangono su una società in tumultuoso cambiamento.” 

Così ritroviamo sul palco non la prima Elisabetta ma quella iconica e pop della nostra epoca, una regina in una reggia creata con grande muro a Led dove vorticosamente ed incessantemente scorrono immagini (a cura di D-wok) le stanze continuano a crearsi e distruggersi, accennata per linee, luminose, pop, a volte candidamente bianche, un tumulto di reminiscenze British che spaziano dalla seconda guerra mondiale (soprattutto nel primo atto) ai fiori pop anni settanta che invadono improvvisamente il palco. I cieli, praticamente protagonisti delle proiezioni sono quasi sempre scuri, densi di nuvole nere che accompagnano l’animo della regina, solo verso la fine quando la scelta è compiuta (lo stato al posto dell’interesse privato) compare un accenno di azzurro. Una regia densa, una scena (a cura di Giò Forma) visivamente appagante e piena di trovate, forse non tutte pienamente comprensibili ma sempre eleganti ed affascinanti. Splendidi i costumi di Gianluca Falaschi, impeccabili nella loro bella linea. Perfettamente in linea con la scena le belle luci di Nicolas Bovey.

Complessivamente di buon livello, pur tra luci ed ombre, la resa musicale dello spettacolo.

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Salome Jicia

Nel ruolo del titolo, Karine Deshayes che, dopo il concerto tenutosi al ROF nell’edizione 2020, debutta ora a Pesaro in un’opera in forma scenica. Il mezzosoprano, artista particolarmente acclamata nella “sua” patria francese, sfoggia un timbro chiaro e luminoso, tipicamente da mezzosoprano acuto o soprano “corto”, risulta molto musicale ed affronta il canto di coloratura con perizia, professionalità e abilità tecnica. Stilisticamente corretta, si mostra rispettosa della scrittura e dello stile rossiniano. La sua è una prova in “crescendo”: dopo aver affrontato con una certa cautela la cavatina di primo atto “Quanto è grato all’alma mia”, sembra acquisire maggiore consapevolezza e, grazie ad un pregevole controllo del mezzo soprattutto nel registro centrale, che suona morbido e ben tornito, convince nel duetto di primo atto con Norfolc, in quello con Matilde che apre secondo atto e nel successivo terzetto con Leicester. Giunta al finale, cesella con mirabile dolcezza l’aria “Bell’alme generose”, mentre la cabaletta conclusiva lascia intendere qualche segno di affaticamento (del resto la parte è veramente improba ed una delle più micidiali tra i cosiddetti ruoli Colbran). Sotto il profilo interpretativo sembra inoltre prediligere l’aspetto “umano” della regina, quello di una donna innamorata e fragile che acquisisce l’amara consapevolezza di non poter coronare il proprio sogno d’amore, e che solo nel finale sceglie di rinunciare alle ragioni del cuore per salvaguardare l’integrità del regno. Una lettura, quella dell’artista, senza dubbio interessante e che ben si sposa con le caratteristiche della sua vocalità.

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Sergey Romanovsky

Veterana del ROF è, al contrario, Salome Jicia, che torna al Festival dopo le sue interpretazioni degli anni scorsi in Viaggio a Reims, Donna del lago, Torvaldo e Dorliska e Semiramide. Il soprano conferma anche in questa occasione un fraseggio volitivo e ricco di passionalità, quasi febbricitante, e che forse non si mostra ideale per il compassato personaggio di Matilde. Vocalmente risulta, ad ogni buon conto, convincente, grazie tra l’altro ad un buon controllo del canto di agilità, siglando una pregevole esecuzione dell’aria di primo atto “Sento un’interna voce” e del duetto con Elisabetta che apre il secondo atto, specialmente nel cantabile che precede l’ingresso in scena di Leicester.

Sergey Romanovsky è un Leicester complessivamente riuscito anche se appare in forma meno smagliante rispetto ad alcune performance pesaresi degli anni precedenti (ricordiamo su tutte Ricciardo e Zoraide del 2018). Il tenore sfoggia un timbro seducente arricchito da una vasta gamma di chiaroscuri che ben si adattano a questo tipo di scrittura baritenorile. Convince soprattutto in secondo atto e in particolare nella grande scena della prigione e il successivo duetto con Norfolc dove riesce ad infondere al registro acuto e al canto di agilità una valenza espressiva di particolare intensità drammatica.

Altro debuttante al ROF è Barry Banks, nel ruolo del perfido Norfolc, ma si tratta di un debutto tardivo. Se tecnicamente il tenore mostra un controllo ferreo della coloratura e ottima aderenza stilistica alle intenzioni rossiniane, dal punto di vista squisitamente vocale il mezzo risulta inaridito e caratterizzato da scarsa proiezione (che l’artista cerca di recuperare eseguendo i suoi momenti solistici in proscenio). Ne consegue come il personaggio risulti meno insinuante e viscido di quanto ci si aspetterebbe.

Corretta Marta Pluda nei panni di Enrico.

Non sempre a fuoco risulta invece il Guglielmo di Valentino Buzza.

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Barry Banks

Sul podio il Maestro Evelino Pidò, debuttante solo in questa occasione al ROF, sceglie di imprimere alla partitura una lettura stilisticamente coerente con le intenzioni dell’autore e caratterizzata da grande rigore. Viene così sbalzato un dramma “in bianco e nero” che sembra prediligere tinte fosche (forse per meglio esprimere le trame e le inquietudini della corte) dove viene lasciato poco spazio agli abbandoni, ai sentimentalismi e a particolari guizzi interpretativi; un’interpretazione senza dubbio interessante e meticolosa nella cura soprattutto dei cantabili.

Pregevole la prova offerta dell’Orchestra Nazionale della Rai che, ad onta di qualche piccola sbavatura qua e là, si mostra ben concentrata ed affiatata nella resa sonora della partitura.

Di buon livello la prestazione del Coro del Ventidio Basso, diretto da Giovanni Farina, particolarmente ispirato nel cantabile che anticipa la grande scena di Norfolc di secondo atto.

Il pubblico della Vitrifrigo Arena riserva, al termine, un’accoglienza cordiale agli interpreti con punte di maggiore entusiamo per Salome Jicia e, ovviamente per la Regina Elisabetta di Karine Deshayes.

Rossini Opera Festival 2021
ELISABETTA REGINA D’INGHILTERRA
Dramma per musica in due atti di Giovanni Schmidt
Musica di Gioachino Rossini
Edizione critica della Fondazione Rossini in collaborazione con Casa Ricordi,
a cura di Vincenzo Borghetti

Elisabetta Karine Deshayes
Leicester Sergey Romanovsky
Matilde Salome Jicia
Enrico Marta Pluda
Norfolc Barry Banks
Guglielmo Valentino Buzza

Orchestra Sinfonica Nazionale della RAI
Coro del Teatro Ventidio Basso di Ascoli Piceno
Direttore Evelino Pidò
Maestro del coro Giovanni Farina
Regia Davide Livermore
Scene Giò Forma
Costumi Gianluca Falaschi
Luci Nicolas Bovey
Videodesign D-wok
Nuova coproduzione con il Teatro Massimo di Palermo

Foto Rof/Studio Amati Bacciardi