Rigoletto

Esageratamente spettacolare: Rigoletto al Bregenzer Festspiele.

“Fate largo! Solenne, altero e discreto, ecco venire il migliore di tutti, l’agile clown. Più snello d’Arlecchino e più impavido di Achille è lui di certo, nella sua bianca armatura di raso: etereo e chiaro come uno specchio senza argento. I suoi occhi non vivono nella sua maschera d’argilla”.
Così scriveva in un componimento del 1884 Paul Verlaine, e proprio una grande maschera (di quindici metri) è quella che si è materializzata nelle acque del lago di Costanza, a Bregenz, in Austria, nello splendido scenario del Festspielhaus. Un Rigoletto circense, già andato in scena nel 2019 e riproposto questa estate dopo la forzosa pausa del 2020. La più assoluta spettacolarità è la chiave di questo allestimento che vede appunto la già citata testa di pagliaccio al centro della piattaforma e le sue mani completamente meccanicizzate e semoventi.

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Rigoletto, Bregenzer Festspiele, 2021.

Innumerevoli i momenti di puro stupore di fronte a tanta tecnologia, il volto si apre, si muove, perde pezzi fino a diventare uno scheletro, segue incessantemente la sua Gilda, vero perno psicologico della vicenda, che canta il suo “Caro nome” dentro ad una reale mongolfiera, durante la scena del temporale gli occhi grondano acqua, il palco si spezza e si ricompone. La megalomania tecnica non è comunque priva di una buona idea di base, nella visione del regista Philipp Stölzl tutto verte sull’ossessivo rapporto padre figlia, quella difficoltà implicita che impedisce spesso ad un genitore di lasciare il pieno libero arbitrio al figlio. La gigantesca maschera, doppio di Rigoletto, segue incessantemente la giovane, la trattiene in tutti i modi possibili, siamo al circo ma non c’è nulla di buffo o divertente tutto è grottesco, macabro, soffocante e forse per citare Salvador Dalì potremmo dire: “Non sono io il pagliaccio, ma lo è questa società mostruosamente cinica e così ingenuamente incosciente che gioca a fingere di essere seria per meglio nascondere la propria follia”. La perfetta riuscita dello spettacolo è garantita anche dalle luci cangianti e multiformi a cura di Georg Veit e Philipp Stölzl che sottolineano nel modo più giusto i sentimenti cantati e dai bizzarri costumi a tema circense di Kathi Maurer, particolare e curioso il costume di Gilda che ci è sembrato molto vicino a quello indossato dalla Dorothy del “Mago di Oz” (nel film del 1939) con tanto di scarpette rosse a enfatizzare la sua ingenuità.

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Rigoletto, Bregenzer Festspiele, 2021.

La visione di questo grandioso spettacolo ci ha fatto riflettere sull’ inevitabile raffronto con le rappresentazioni che hanno luogo nel più celebrato teatro all’aperto del Bel Paese: l’Arena di Verona.
Emerge una prima differenza sostanziale: il clima del Lago di Costanza, sovente piovoso, come in gran parte dei paesi nordici, porta l’organizzazione del Festival ad avvisare il pubblico che, in caso di pioggia “non intensa” lo spettacolo avrà comunque luogo e che resta fortemente consigliato un abbigliamento adeguato per difendersi dalle intemperie: insomma meglio la praticità a dispetto dell’eleganza. Nella sera della nostra recensione, le condizioni meteo non erano incoraggianti e, mentre in Italia si sarebbe provveduto alla cancellazione della performance o, nella migliore delle ipotesi, all’esecuzione di quanto possibile, in questo caso invece il pubblico, accorso numeroso per la serata, sembrava tranquillo, dotato di impermeabili e coperte, dopo aver preso posto nella grande tribuna a cielo aperto aspettava paziente l’inizio dello spettacolo. L’orchestra non è visibile agli occhi del pubblico, ma esegue la partitura in una sala interna del Festspielhaus, l’edificio situato alle spalle della tribuna. La melodia immortale di Giuseppe Verdi si diffonde così attraverso gli altoparlanti installati in più punti del palco (tecnici del suono Alwin Bösch e Gernot Gögele) mentre il gesto del direttore e alcune riprese degli orchestrali sono visibili attraverso alcuni schermi posti ai lati e sulla sommità della struttura che ospita la tribuna dove è collocato il pubblico. Una scelta, quella di non collocare l’orchestra in prossimità del palco, dettata con molta probabilità dall’impossibilità di dare seguito all’esecuzione in caso di condizioni meteorologiche non favorevoli. Se da una parte questa scelta consente di evitare il rischio di interrompere l’esecuzione, dall’altra rende non poco problematico il rapporto tra buca e palcoscenico dove i cantanti devono dimostrare una grande abilità nel mantenere precisione negli attacchi.

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La lettura del Maestro Daniel Cohen, integrale nell’esecuzione, si caratterizza per ritmo brioso e spedito e possiamo ascriverla, ad onta di qualche eccesso di clangore nelle chiuse e qualche mancanza di sfumature di tanto in tanto, nelle cosiddette direzioni di “routine”, di quelle che mantengono fede alla tradizione senza particolari guizzi interpretativi. Merito indiscutibile del Maestro è quello di aver diretto, in condizioni di mancanza di contatto visivo con il palcoscenico, con gesto sicuro, costante concentrazione e fermezza evitando così sbavature nell’esecuzione. Per quanto percepibile dalle casse audio il suono dei Wiener Symphoniker è pregevole per intensità ed omogeneità e mostra la giusta affinità con lo stile compositivo del Cigno di Busseto.

Ben affiata, per quanto il canto venga restituito all’ascoltatore attraverso l’amplificazione, la compagnia di canto cui va un plauso incondizionato per aver portato a termine l’esecuzione, stanti le già citate condizioni meteo non favorevoli, con stoica resistenza e senza accusare il benché minimo segno di disagio.

Ovidiu Purcel è un ottimo Rigoletto: la voce presenta un colore brunito e pastoso che ben si adatta a tratteggiare i tormenti interiori del buffone. Vocalmente sicuro, grazie anche ad un buon controllo del registro acuto che suona ampio e luminoso, risponde diligentemente alle esigenze stilistiche dell’autore disegnando un personaggio convincente. Una prestazione ottimamente riuscita anche sotto il profilo interpretativo grazie alla dizione nitida e alla ricerca del giusto fraseggio che sa scavare nelle pieghe del testo per meglio sbalzare le mille sfumature del personaggio. Naturale e disinvolto sulla scena, conquista il pubblico che al termine gli riserva una meritata ovazione.

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Rigoletto, Bregenzer Festspiele, 2021.

Hila Fahima dona a Gilda la purezza di un colore vocale chiaro ed angelicato. Il giovane soprano israeliano svetta con facilità in acuto e si mostra a proprio agio nel canto d’agilità. Ben controllato il suono, sempre ben appoggiato, e pregevole l’intonazione. Scenicamente è eccezionale soprattutto se pensiamo che è chiamata spesso a movimenti al limite dell’ equilibrismo, come cantare in cielo a bordo di una mongolfiera, o, ancora, mantenersi in equilibrio sull’estremità della grande mano che compone la scenografia e che muta continuamente inclinazione durante lo spettacolo. L’esecuzione di “Caro nome”, grazie al rispetto rigoroso e preciso della punteggiatura musicale e alla morbidezza del mezzo dimostrata a tutte le altezze della scrittura, rimane uno dei momenti più riusciti della serata.

Daniel Luis de Vicente veste i panni del Duca di Mantova. Bello il colore vocale tipicamente latino, pur afflitto da un non sempre piacevole vibrato, buono il controllo dell’emissione, discreta la proiezione del registro acuto. Ad onta di qualche genericità d’accento e una dizione talvolta perfettibile si coglie una buona intenzione di fraseggio che consente di tratteggiare un duca libertino ed impermeabile all’amore duraturo. Scenicamente accattivante, affascina il pubblico quando si trova all’interno della bocca della grande testa di Rigoletto (è quello forse l’antro del piacere), diverte quando si mostra come domatore di scimmioni (aria di secondo atto) o di donne prosperose, vittime delle sue imprese amatorie, tenute appese come trofei (durante l’esecuzione della celebre “La donna è mobile”).

Di tutto rispetto la prova di Miklós Sebestyén che ha interpretato Sparafucile con la sua voce dal colore notturno e note gravi ben tornite.

Eccessivamente gutturale Rinat Shaham, impegnata, con presenza scenica indubbiamente seducente, nel duplice ruolo di Maddalena e Giovanna.

Tuonante e ieratico quanto basta Kostas Smoriginas nel ruolo di Monterone.

Complessivamente adeguati e scenicamente molto partecipi i numerosi comprimari: Wolfgang Stefan Schwaiger, Marullo, István Horváth, Borsa, Jorge Eleazar, il Conte di Ceprano, Sarah Yang, la Contessa di Ceprano, Hyunduk Kim, un paggio.

Di ottimo livello la prestazione del Prager Philarmonischer Chor e del Bregenz Festpielchor diretti rispettivamente da Lukáš Vasilek e Benjamin Lack.

Grande successo al termine da parte di un pubblico che ha resistito stoicamente alla pioggia che ha accompagnato l’intera esecuzione, o forse si è trattato forse dell’amore per la meravigliosa ed immortale musica di Giuseppe Verdi?
Si replica sino al 22 agosto, se ne avete la possibilità non perdete questo grandioso spettacolo, la prossima estate sarà il turno di Madama Butterfly.

Rigoletto
Opera in tre atti (1851)
Libretto di Francesco Maria Piave

Direttore  Daniel Cohen
Regia Philipp Stölzl
Scene Philipp Stölzl, Heike Vollmer
Costumi Kathi Maurer
Luci Georg Veit, Philipp Stölzl
Direttori del suono Alwin Bösch, Gernot Gögele
Coreografie e Stunt Director Wendy Hesketh-Ogilvie 
Direttore del coro Lukáš Vasilek e Benjamin Lack 
Drammaturgia Olaf A. Schmitt

Duca di Mantova Ovidiu Purcel
Rigoletto Daniel Luis de Vincente 
Gilda Hila Fahima 
Sparafucile Miklós Sebestyén
Maddalena | Giovanna Rinat Shaham 
Conte di Monterone Kostas Smoriginas
Marullo Wolfgang Stefan Schwaiger 
Borsa István Horváth
Il Conte di Ceprano Jorge Eleazar
Contessa di Ceprano Sarah Yang
 Un paggio Hyunduk Kim

FOTO Bregenzer Festspiele/Karl Forster