Intervista a Corinne Baroni, Matteo Beltrami e Renato Bonajuto.

Il Teatro Coccia di Novara porta avanti, mirabilmente in questi mesi, la sua idea di resilienza, esserci, nonostante tutto ed andare avanti con e per il pubblico. A cuore aperto ragioniamo su ciò che è stato e su ciò che sarà con Corinne Baroni, Renato Bonajuto e Matteo Beltrami.

22 febbraio 2020. Una data difficile da dimenticare perché da allora il mondo del teatro (e non solo quello) non è stato più lo stesso: uno stop forzato ad ogni spettacolo ha provocato un silenzio assordante nelle splendide sale teatrali italiane. 

15 giugno 2020. Altra data fondamentale: quella che segna la speranza, la gioia di ricominciare e di tornare a far vibrare le emozioni del pubblico. Restrizioni, distanziamento sociale, contingentamento dei posti: niente è più come prima, ma la ripartenza era finalmente avvenuta.

26 ottobre 2020. Questa data segna purtroppo un’altra battuta d’arresto, per certi versi la peggiore e più deplorevole per la cultura italiana.

Proviamo a ripercorrere  i vostri progetti, i vostri sentimenti, le ambizioni e i fondamenti che hanno guidato il vostro lavoro, come direttore di un teatro come il Coccia di Novara (Corinne Baroni), come Direttore d’Orchestra (Matteo Beltrami) e come regista (Renato Bonajuto). Qual è il futuro che voi pensate per il teatro, per la cultura cittadina, per la musica e per l’opera?

Corinne Baroni: “Io senza un teatro non riesco a vivere” è forse la prima frase che dico ogni volta che mi presento a qualcuno, e mentre la pronuncio mi accorgo ogni volta di quanto sia vera, e sempre più autentica la sua forza. Immaginate allora cosa sia significato quando il 24 febbraio 2020 abbiamo dovuto annunciare il primo annullamento degli spettacoli in cartellone e dall’11 di marzo 2020 la chiusura del teatro tout court. Qualcosa di inimmaginabile, ma inevitabile.
Il 23 febbraio ero in Teatro: al pomeriggio avevamo la replica di uno spettacolo in calendario, che aveva per altro registrato un notevole sbigliettamento, e già quel giorno circa un centinaio di persone, di loro sponte hanno deciso di non presentarsi. Poi le notizie che si rincorrevano, le agenzie, le ordinanze. Renato Bonajuto era a pochi metri da me al Piccolo Coccia.

Renato Bonajuto: Ero lì in prova con gli studenti dell’Accademia dei Mestieri del Teatro Coccia, stavamo preparando il loro primo concerto di arie d’opera che doveva debuttare da lì a tre giorni e che non è mai andato in scena. Corinne mi ha raggiunto. Abbiamo iniziato a sospendere queste prove e attendere nuove indicazioni. Ma gli studenti, tutti fuori sede, molti dei quali anche stranieri, stavano già ipotizzando di tornare presso i propri domicili. 

Matteo Beltrami: Il mio ricordo è molto differente. Io ero impegnato in una direzione d’orchestra, all’estero, in Germania. Non avevo per cui la percezione reale della piega che la situazione stesse prendendo in Italia. Quanto poi hanno chiuso i teatri mi è sembrato impossibile: in un altro Stato io stavo per salire sul podio con una sala piena e nel mio paese cosa stava accadendo? Poi sono tornato e lo scenario mi è apparso subito chiaro. 

CB: Quando abbiamo chiuso, in accordo con il Consiglio di Amministrazione, ho chiesto ai dipendenti del teatro di continuare a lavorare da casa, gestendo anche la cosa a livello organizzativo, favorendo ferie a chi ne aveva ancora a disposizione, e condividendo con lo staff idee e progetti.
Progetti?
Sì, perché nonostante il lockdown che diventava sempre più duro giorno dopo giorno, le restrizioni sempre più stringenti, le giornate apparentemente tutte uguali, quello che non si potrà mai fermare sono le idee.
Ne abbiamo avute molte, sin da subito.
Il Teatro Coccia è stato tra i primi a mettere a disposizione le proprie produzioni in rete: volevamo che queste raggiungessero le persone nelle loro case, sui loro divani, nelle cucine, nelle abitazioni di tutti coloro che come noi si stavano adeguando a rimanere a casa, volevamo che il teatro andasse nelle case delle persone, aspettando il momento in cui finalmente loro potessero tornare da noi. Ci hanno scritto in tanti, ci hanno ringraziato in tanti. È stato un gesto nato col cuore e il pubblico ci ha risposto di cuore. 

RB: Quel primo lockdown, quello di primavera, per intenderci, è stato per me un momento di solitudine, senz’altro, dagli affetti, dagli amici, come per tutti, ma anche di riflessione e studio. Ho riletto sparititi di opere liriche dimenticate o passate in secondo piano, e ho trovato un’enormità di materiale preziosissimo. Ho utilizzato quei mesi anche per approfondire le mie conoscenze legate alla Storia dell’Arte (una delle mie passioni da sempre), all’Antropologia, all’Apologia. Ho studiato anche la Messa in latino. Tutto con un solo obiettivo: inserire nelle mie regie quanto avevo imparato. Renderle così il più realistiche e filologiche possibile, curare le luci, i tagli. “Stabat Mater”, con cui il Teatro Coccia ha inaugurato la stagione 2020, ne è stato sicuramente il primissimo frutto.

MB: Io invece il colpo di quei mesi l’ho accusato molto. Facevo fatica a trovare motivazione. Il discorso di Tianyi Lu, quando si è aggiudicata il Cantelli a settembre, seppur così giovane e distante da me come percorso e anni di carriera, l’ho compreso nel profondo. Noi nella vita non “facciamo” i direttori, noi “siamo” direttori. Quasi tutti gli artisti si identificano completamente nella loro attività. E senza una bacchetta, un’orchestra, un podio, del pubblico, l’adrenalina, ho passato un periodo durissimo. 

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Matteo Beltrami, Renato Bonajuto e Corinne Baroni

CB: Il tempo è stato lungo, e continuava a scorrere a distanza. Ho notato allora come in quelle settimane tutti gli episodi che ci hanno in qualche modo fatti sentire vicini, erano legati all’arte e in particolare alla musica: tutti i momenti di condivisione hanno avuto come protagoniste arie musicali, che siano liriche o leggere, poco importa. Per questo ho pensato che il Teatro dovesse ancor più in quel momento far sentire la sua presenza. Volevo coinvolgere ancora più attivamente il nostro pubblico, perché si sapesse che il teatro senza le persone non può esistere. Nasce così Quella volta al Coccia… la richiesta al pubblico di inviarci le proprie foto che li ritraessero in teatro o raffigurassero produzioni teatrali. Tutti scatti pre 2000. Perché quella da salvaguardare maggiormente era la memoria.
E dopo la memoria, il futuro. Cosa potevo fare affinché la produzione lirica non si fermasse? Affinché gli artisti non si sentissero abbandonati? Affinché il pubblico potesse godere di qualcosa di nuovo? Così è nato “Alienati”, la prima opera smart working al mondo, l’“opera della pandemia”, come l’ha soprannominata una nota testata spagnola. Un’operazione unica nel genere della produzione di opera lirica, che nasce con un linguaggio specifico per la fruizione da casa. Un lavoro che secondo me resterà nella memoria di questo 2020. 

RB: La riapertura di questa estate, con le misure contingentate, con il distanziamento, con le mascherine, è stato comunque per tutti gli addetti ai lavori un momento di speranza e gioia. Io ho firmato la regia del “Barbiere di Siviglia” prodotto da due diversi teatri, uno il Coccia. E mi sono trovato ad affrontare la nuova condizione del regista, ai tempi del Covid. Il nostro lavoro è molto cambiato. E con lo streaming ancora di più. Ci si è dovuti specializzare nella “finzione nella finzione”. Bisogna cioè trovare degli escamotage per creare vicinanza laddove non ci si può avvicinare, far trasparire amore e passione, dove non ci si può toccare, sfiorare, baciare… E anche quando torneremo a una pseudo normalità credo che alcune distanze resteranno presenti. 

CB: Con la riapertura di giugno e il teatro in ristrutturazione, abbiamo accettato il bell’invito dell’amministrazione locale e fatto parte di una cordata di enti culturali per l’Estate Novarese. Dovevamo fare un regalo alla città di Novara. Un piccolo cartellone che spaziasse tra opera, concerti, danza. Nove serate d’estate per eliminare la paura e guardare l’arte senza uno schermo a filtrarla. E poi settembre 2020. Che in un anno così incredibile, con un futuro così incerto, resterà per sempre anche il mese e l’anno della rinascita del “Premio Cantelli”, dopo 40 anni dalla sua ultima edizione. E questo anno così funesto per gli storici, i musicisti, gli appassionati, gli studiosi resterà anche per sempre l’anno del ritorno del Cantelli. E questo, permettetemelo, mi inorgoglisce enormemente. Abbiamo poi provato ad annunciare una nuova stagione. Di tre mesi in tre mesi, pensavamo. Ma è durata solo 5 giorni e 7 repliche. Ma sono felice di averle condivise proprio con Matteo e Renato, che hanno firmato rispettivamente la direzione musicale e la regia di uno “Stabat Mater” apprezzatissimo. E poi i teatri di nuovo chiusi al pubblico. Ma non chiusi nelle loro attività…

MB: La chiusura iniziata questo autunno l’ho vissuta, fortunatamente molto diversamente. Mi sono messo a studiare, ho iniziato a immaginare nuovi progetti. Ho capito che potevo utilizzare questo tempo per darmi nuove opportunità. È una sfida per noi artisti perché non c’è più la sicurezza di poter programma impegni come un tempo, non si può più investire in date o accordi siglati. È stato necessario, e potrebbe tornare ad esserlo, ripartire da zero. E ognuno deve fare la sua parte. Un momento di difficoltà può essere una nuova spinta per migliorare, ampliare le proprie competenze, essere, magari, oltre che artista anche consulente, o manager. Questi erano lavori che un tempo si apprendevano in maniera empirica, un po’ sul campo diciamo. Ora bisogna avere una preparazione molto approfondita, ed è un ottimo incentivo perché per qualche anno ancora potremmo vivere con questa incertezza. Le recite in streaming si registrano una volta, non ci sono repliche, di tempo da investire con nuovi stimoli ne abbiamo molto. Per questo ben venga l’Accademia dei Mestieri d’Opera del Teatro Coccia, ad esempio, che forma professionisti a 360°, anche nel management, tenuto proprio da Corinne, oltre che nella direzione d’orchestra, nel canto, nella composizione, ecc… Cioè si dà risposta a un’esigenza di conoscere meglio questo nostro mondo. 

CB: Nonostante la chiusura, il Coccia è diventato, permettetemi di dirlo, tra i teatri che maggiormente hanno investito nelle produzioni e dato lavoro a centinaia di artisti, tecnici, creativi. Il nostro teatro, che poteva sembrare di provincia, è spesso invece riconosciuto e segnalato anche dagli organi di stampa nazionali come una piccola fucina di idee, progetti e novità. Abbiamo continuato a produrre da ottobre ad oggi e mandato in onda le nostre produzioni, praticamente tutte inedite, sul canale YouTube del teatro, con al momento circa 20.000 visualizzazioni, per spettacoli che sono rimasti visibili al massimo 48 ore ciascuno. Abbiamo toccato picchi di visualizzazioni con operazioni anche complesse, o rischiose, come “Cassandra, in te dormiva un sogno” di Marco Podda, o con l’opera frutto dell’Accademia AMO “Cinque cerchi in un quadrato” di Paola Magnanini, dedicata all’oro olimpico novarese, Cosimo Pinto. E con febbraio ripartiamo con la programmazione, ancora di format originali, in streaming, fino a quando non sarà possibile tornare in sala e allora la rete diventerà un luogo altro, parallelo a quello dal vivo, dove poter dare vita a contenuti sempre nuovi. 

MB: Dobbiamo ovviamente dire che lo streaming ha avuto il grande valore di tenere legato il pubblico al teatro, e in più ha dato la possibilità di travalicare i confini nazionali. Anche perché non c’è linguaggio più universalmente riconosciuto che quello della lirica. E magari sarà arrivato anche a un pubblico più ampio, coinvolgendo anche i giovani.

RB: Io stesso ho guardato molte produzioni di tanti teatri online. Oltre a tutte quelle del Coccia, ovviamente, ho seguito con interesse Modena, Piacenza, Sassari, Cagliari, solo per citare quelli del nostro paese…

CB: Cosa sarà del futuro? Bisognerà tenere alta l’attenzione, rimanere fortemente connessi con il proprio territorio, con gli altri teatri d’Italia e del mondo. Avere progetti ben chiari in mente, ma facili da modulare e destinare a seconda delle condizioni. 

MB: Ci sarà da lavorare molto. Non solo sulle programmazioni, ma anche per riavvicinare un pubblico che davamo ormai per scontato. Quello zoccolo duro di affezionati, di abbonati, di appassionati dell’opera lirica. Anche per loro tornare a vivere il teatro come prima sarà difficile. 

CB: In questi mesi mi sono spesso tornate in mente le parole di Gustav Mahler ”La tradizione è la custodia del fuoco, non l’adorazione della cenere”, sono parole che in questi mesi ho fatto sempre più mie e che sono una sintesi perfetta di come intendo il Teatro e di come il Teatro Coccia abbia affrontato e stia affrontando tutte le fasi di questo tremendo contagio che ha colpito tanti settori.
Nelle note del mio curriculum si legge: «Inguaribile ottimista soprattutto nel cercare il meglio in ogni luogo trovandolo sempre». Quando abbiamo chiuso, una cosa l’ho pensata subito: chiudiamo le serrande, mettiamo in stand by la posta elettronica e registriamo una segreteria ad hoc per la biglietteria, ma vi prego teniamo accesa la musica sotto i portici di Via Rosselli. Il Teatro Coccia vive, sempre, la sua musica si spande anche quando al suo interno non c’è spettacolo, l’arte è patrimonio di tutti. E ancora di più deve esserlo in questi tempi.