Concerti 2015

LILLA LEE, GIORGIO BERRUGI, DAVIT BABAYANTS, LUCIANA D’INTINO, DAVIDE BURANI [Lukas Franceschini] Verona, 18 gennaio 2015.
Il primo appuntamento del 2015 con i concerti dell’Associazione Musicale Verona Lirica “Giuseppe Verdi – Giovanni Zenatello” si è svolto nella terza domenica di gennaio in un Teatro Filarmonico gremito.
Il quartetto dei solisti vocali era composto dal soprano Lilla Lee, dal tenore Giorgio Berrugi, dal baritono Davit Babayants, dal celebre mezzosoprano Luciana D’Intino e con la partecipazione dell’arpista Davide Burani. Maestro accompagnatore, come di consueto, Patrizia Quarta.
La serata è iniziata con il baritono Babayants che ha eseguito e l’aria di Nabucco “Dio di Giuda” con buona efficacia d’intenti anche se non particolarmente raffinato, mentre nell’assolo “Cortigiani” da Rigoletto ha trovato accenti più variegati e buon gusto interpretativo La signora D’Intino si è esibita in “O don fatale” da Don Carlos di Verdi con grande efficacia di temperamento e aderenza stilistica. Il tenore Berrugi ha dimostrato buona musicalità nell’aria di Rodolfo da “Luisa Miller” pur con recitativo da rifinire, lo stesso propone in seguito una patetica e dolcissima “Furtiva lagrima” da L’elisir d’amore di Gaetano Donizetti, dove esibisce buona musicalità. Il soprano Lee ha distratto ottime capacità nel brano da “Manon Lescaut” di Puccini, maliziosa e seducente. Straordinaria la presenza M.o Burani, arpista raffinato e di tecnica prodigiosa, che ha deliziato il pubblico con le variazioni composte da Giovanni Caramiello sulle note de “La Traviata” di Giuseppe Verdi e della “Norma” di Vincenzo Bellini. La prima parte si è chiusa con il duetto Aida-Amneris dal II atto di Aida, interpretato da Luciana D’Intino e Lilla Lee le quali hanno dimostrato buon stile interpretativo.
La seconda parte si è aperta con il duetto Rodolfo- Marcello da “La bohème” interpretato dal tenore Berrugi e dal baritono Babayants, sentimentali e poetici. Si prosegue con Lilla Lee con “Pace mio Dio” da La forza del destino eseguita con precisione e facilità nel registro acuto. È stata poi la volta della signora D’Intino in “Voi lo sapete o mamma” suo cavallo di battaglia, ovviamente non andato deluso. Davit Babayants e Lilla Lee si sono distinti nel duetto “Donna chi sei” da Nabucco”, ove hanno profuso temperamento e stile, soprattutto il soprano. Il tenore Berrugi ha proposto ancora il Lamento di Federico da “L’Arlesiana” di Cilea, cantata con grazia e buona interpretazione vocale. Davide Burani ha presentato anche una sua trascrizione tratta dal celebre valzer di Musetta da “La Bohème” di Puccini, straordinariamente eseguita all’arpa.
Il concerto si è concluso con l’ottima interpretazione di Luciana D’Intino nell’aria “Mon coeur s’ouvre a ta voix” sa Samson et Dalila di Camille Saint-Saens, nella quale ha prevalso il bellissimo smalto vocale. Applausi calorosi al termine a tutti gli artisti.

LE VENTRE DE PARIS [Lukas Franceschini] Venezia, 10 febbraio 2014.
Il palazzetto Bru Zane, Centre de Musique Romantique Française, riprende il ciclo dei concerti in pieno carnevale con una peculiare performance alla Scuola Grande di San Giovanni Evangelista intitolata: Le Ventre de Paris.
“Felicità della tavola, vera felicità…” è un verso del libretto de Les Huguenots di Giacomo Meyerbeer. Infatti, il tema del cibo è sovente ricorrente nella musica, e particolarmente in quella francese del XIX secolo. Lo schema dello spettacolo-concerto, una sorta di forma semiscenica, è ideato da Arnaud Marzorati, il quale porta lo spettatore in pieno Ottocento, nello spirito dei teatri boulevard ottocenteschi, ove un guru di una comunità segreta riunisce gli adepti per una serata dedicata ai piaceri della gola. I quattro interpreti, due voci femminili e due maschili, rendono omaggio al sesto peccato capitale e ai grandi cuochi francesi, ad esempio Careme e Brillant Savarin (dimenticando l’Artusi, che era italiano, ma tanto fece in Francia), che hanno costituito i concetti della cucina moderna e della buona tavola. Gli artisti, divertendosi loro stessi, su ambigui giochi di parole basati sulle portate culinarie, ci hanno offerto un menù musicale compagine della gastronomia con arie de chansonnier e briose di Hervé, Offenbach, Lecoq, Audran e Ponchon, realizzando così una frizzante “scena” con musiche di un repertorio sconosciuto.
Il concerto, Florent Siaud cura drammaturgia e regia, si divide in cinque parti: L’arrivo degli iniziati, A tavola, La battaglia delle carni, Strana digestione, Guarigione e lieto fine sullo stomaco che governa il mondo. La parodia è interessante e divertentissima, e le arie di operetta si alternano a canti popolari per cori dilettanti creati da Wilhelm denominati “L’Orphéon” e brani dell’associazione “Il Caveau” dei cantautori francesi, entrambi dell’Ottocento.
Esilaranti le parodie dalle opere e operette, l’aria di Escamillo per il piatto di carne, il brindisi di Amleto (solo strumentale) per il vino o la canzone del verme solitario durante la digestione, per non tralasciare il coro finale che dice in sintesi “…meglio morire a pancia piena”.
Il quartetto vocale era formato da Camille Poul, soprano leggermente aspra nel registro acuto ma ben calata nella parte, Caroline Meng, mezzosoprano di grande classe vocale e timbro seducente, David Ghilardi, tenore “alla francese” molto raffinato ma esile, che tuttavia nella parte parodistica ben figura e Arnaud Marzorati, brillante ed istrionico baritono che concerta la scena-concerto anche con ottima recitazione.
L’accompagnamento strumentale era formato da Mélanie Flahaut (fagioletto e fagotto), Isabelle Saint-Yves (violoncello) e Daniel Isoir (pianoforte), i quali si sono adoperati con convinzione ed umorismo alla bizzarra performance, anche se dobbiamo registrare qualche sfasatura timbrica a livello solistico.
Sala gremita all’inverosimile, e pubblico felice e allietato dalla buona prova e riuscita scena dei solisti ai quali ha tributato un meritato successo con applausi convinti e continui.

MARIE-NICOLE LEMIEUX [Lukas Franceschini] Venezia, 16 febbraio 2015.
Uno dei recital più interessanti della stagione è stato quello tenuto dalla cantante canadese Marie-Nicole Lemieux al Palazzetto Bru Zane, Centre de Musique Romantique Française.
Titolo del concerto era “L’heure exquise” ed ovviamente era incentrato sulle lodies françaises, un genere musicale che nasce nell’Ottocento e si protrae fino al secolo scorso. Genere tra i più elevati dei repertori musicali, da affiancarsi al lied tedesco, è dotato di una cultura e risonanza poetica cesellata nel dettaglio. Come per altri generi anche nella lodie è basilare il testo poetico, la sensibilità letteraria del migliore francesismo è accompagnata in musica dai maggiori autori ed è imprescindibile la musica dal testo e viceversa. I nomi sono celeberrimi: Baudelaire, Gautier, Hugo, Verlaine e molti altri, che si sono profusi in un universo ipoteticamente ideale ma anche triste forse perché irraggiungibile.
Il concerto tenuto dalla signora Lemieux comprendeva autori come Guillaume Lekeu, Reynaldo Hahn, Ernest Chausson, Claude Debussy e Henri Duparc, con l’accompagnamento pianistico dell’ottimo, preciso e sensibile Roger Vignoles. In tutti i versi dei poeti e le note dei musicisti si scorgono i vari sentimenti della vita, la gioia in parte latente, la gioventù felice, un amore finito, un viaggio che identifica il percorso della vita circa felice, i ricordi, l’inesorabile vecchiaia e anche la morte. Raffinato, elegante e raro programma d’ascolto.
Alla cantante, tra le più illustri del momento canoro internazionale, era sicuramente deficitaria la sala del palazzetto con acustica non particolarmente omogenea, ella non trova particolare modulazione vocale in un repertorio che dovrebbe essere d’elezione. A fianco di una parola, eccelsa, e un timbro suggestivo manca, per il rango cui si pone la cantante, un colore e un fraseggio più variegato ed eloquente. Trattasi di piccole precisazioni ma si scorgono notevoli differenze tra Hahn e Debussy, molto meglio il secondo autore per partecipazione interpretativa e cura di ogni nota. Non trascurabile invece l’accento sempre appropriato, intimistico e dotato di vera caratura interpretativa che con una voce solida e dal timbro affascinante rende a misura, anche se il settore acuto poteva essere più calibrato considerati gli spazi.
Il pubblico le ha decretato un autentico trionfo, e lei generosamente l’ha ringraziato con tre bis. Il primo A Chloris di Hahn, magnificamente cantato ed interpretato e ultimo Villanelle da Les Nuits d’été di Berlioz dove grazia, malinconia ed intimità erano stupefacenti.

AMARILLI NIZZA, ILDIKÓ KOMLÓSI, ELIA FABBIAN, DARIO DI VIETRI [Lukas Franceschini] Verona, 1 marzo 2015.
Il concerto mensile dell’Associazione Musicale Verona Lirica “Giuseppe Verdi-Giovanni Zenatello” ha visto la partecipazione illustre di quattro solisti di prim’ordine: il soprano Amarilli Nizza, il mezzosoprano Ildikó Komlósi, il baritono Elia Fabbian ed il tenore Dario Di Vietri.
Come di consueto l’associazione si è avvalsa della competente professionalità nell’accompagnamento al pianoforte del M.o Patrizia Quarta, espertissima nel vasto repertorio operistico e professionale in maniera efficace.
Il pomeriggio musicale è iniziato con Elia Fabbian che si è esibito nel monologo di Jago da Otello di Giuseppe Verdi. Il baritono veneto ha dimostrato una notevole vocalità abbinata ad un’interessante introspezione interpretativa, producendosi in un canto forbito e ben calibrato. Nella sua seconda aria “Urna fatale” da La forza del destino abbiamo avuto il piacere di ascoltare un cantante rifinito e rilevante nel timbro.
La signora Ildikó Komlósi, per nulla scaramantica poiché indossava un meraviglioso abito viola (!!!), ha sfoderato la sua voluminosa vocalità nell’aria “Acerba voluttà” da Adriana Lecouvreur di Francesco Cilea, mettendo in evidenza un registro grave possente. Il soprano Amarilli Nizza ha proposto “Addio mio dolce amor” da Edgar di Giacomo Puccini, nella quale aria ha dimostrato ottime capacità di fraseggio e un languore appassionato di rara bellezza.
È stata la volta poi del tenore Dario Di Vietri, il quale ha eseguito L’addio alla madre dalla Cavalleria Rusticana di Pietro Mascagni, e una generosa esecuzione di un “Nessun dorma” da Turandot di Giacomo Puccini. Le due cantanti donne si sono esibite nel duetto “Fu la sorte dell’armi” dal secondo atto di Aida, nel quale hanno dimostrato ottime capacità sia vocali sia interpretative essendo un titolo loro cavallo di battaglia.
La seconda parte si è aperta con il duetto del primo atto dell’opera Tosca di G. Puccini, raramente eseguito in concerto, interpretato da Amarilli Nizza e Dario Di Vietri, che hanno profuso tutta la sensualità del brano, in particolare la Nizza seducente e teatrale protagonista, mentre il tenore pur con buoni mezzi è ancora poco spontaneo. Ildikó Komlósi ha cantato in seguito “Mon coeur s’ouvre a ta voix” da Samson et Dalila di Camille Saint-Saëns, offrendo una splendida vocalità ed un entusiasmante introspezione psicologica del ruolo, fraseggiando superbamente e rilevando dei pianissimi di estrema caratura. Elia Fabbian è rientrato con l’aria di Carlo Gerard “Nemico della patria” da Andrea Chénier di Umberto Giordano, in una convincente e sfumata esecuzione, subito dopo la bravissima Amarilli Nizza è stata vibrante e commuovente interprete dell’aria di Maddalena “La mamma morta”. Il concerto è proseguito con Ildiko Komlósi e Dario Di Vietri che hanno cantato il duetto finale da Carmen nel quale l’esperienza e la veemenza del mezzosoprano sono emerse chiaramente, mente tra le buone qualità del tenore bisogna registrare lo squillo drammatico, che se più rifiniti potrebbero presagire in futuro a risultati migliori. La performance si è conclusa con il duo Nizza-Fabbian nel celebre duetto “Mira d’acerbe lagrime” da Il Trovatore verdiano, che ha sigillato un autentico successo personale per entrambi i cantanti per sentita ed appassionata interpretazione, accolta da un’ovazione da parte del numerosissimo pubblico che gremiva il Teatro Filarmonico.

RICCARDO MUTI [William Fratti] Piacenza, 19 marzo 2015.
L’appuntamento più atteso della Stagione Concertistica 2014-2015 del Teatro Municipale di Piacenza non lascia delusi gli appassionati, se non coloro che non sono riusciti ad entrare in sala, poiché l’evento è tutto esaurito; ed è un vero peccato che un paio di palchi di proprietà siano rimasti vuoti, con numerose persone ad attendere un biglietto fuori dal teatro.
Il M° Riccardo Muti, che dieci anni fa ha contribuito a fondare l’Orchestra Giovanile Luigi Cherubini, torna con grande piacere sul podio piacentino: “siete un pubblico molto elegante e molto educato, grazie di averci ospitato in questo teatro che trovo sempre bellissimo”.
Il concerto, prima tappa di una nuova tournée che dopo Piacenza sarà a Novara, Barcellona, Abu Dhabi negli Emirati Arabi Uniti e Muscat in Oman, inizia con la celebre ouverture di Guillaume Tell di Gioachino Rossini, che forse non è così ricca di colori e sfumature, ma è ben eseguita, soprattutto nel primo andante capitanato dal violoncello di Enrico Graziani.
La Sinfonia n. 4 di Franz Schubert, la tragica, è sicuramente provvista dei giusti tratti patetici, dove si denota una particolare pulizia e precisione di suono, poiché sono trasmessi maggiormente i caratteri dell’angoscia umana in maniera intima e con gesto moderato, come se si trattasse di una riflessione, chiaramente schubertiana.
Ma il momento di più alta elevazione artistica della serata è indubbiamente la Sinfonia n. 5 di Pyotr Ilyich Ciajkovskij, eseguita con un’intesa assolutamente unica e vincente tra podio e orchestra, un’armonia che inizia con la nebbia, che lentamente sale dalla Neva, dai canali e invade le strade di San Pietroburgo. Il compositore russo, più di altri suoi contemporanei, inonda le sue opere di romanticismo assoluto, permeato di emozioni e sentimenti contrastanti tra loro, sapientemente ridotti in musica dal Muti e dai giovani della Cherubini.
Intensi e scroscianti applausi salutano gli artisti al termine della bellissima serata. Il celebre direttore decide di concedere un bis e al momento di attaccare si volta al pubblico: “Non se annunciarlo o no, visto che qui siamo in terra di amanti dell’opera”. E continua scherzando: “mi hanno detto che in questo teatro non solo si bissa, ma si trissa”. Conclude annunciando un capriccio, ma si tratta di uno scherzo, poiché esegue la sinfonia di Nabucco di Giuseppe Verdi. Fuoco, impeto ed energia sono indubbi, anche se la scala cromatica non è così ricca, ma le ovazioni del pubblico non tardano ad arrivare, un pubblico speranzoso di ritrovare il Muti nel cartellone del prossimo anno.

CARMINA BURANA [William Fratti] Parma, 27 marzo 2015.
L’Auditorium Paganini di Parma registra il tutto esaurito per l’esecuzione dei Carmina Burana di Carl Orff, capolavoro assoluto del Novecento.
L’opera del compositore tedesco è sempre e comunque efficace, geniale nella partitura, che sia eseguita come cantata o in forma scenica. In questa occasione l’eccellente e precisa Filarmonica Arturo Toscanini – che restituisce risultati esemplari quando è guidata da direttori di sicuro talento – si prodiga in un suono particolarmente pulito, ma soprattutto carico di accenti, sapientemente misurati per non sforare nell’eccesso. Peccato che non siano stati utilizzati dei pianoforti a coda adeguati alle sonorità di Orff, poiché importantissimi nel cadenzare i momenti più drammatici della composizione.
Sul podio è il bravissimo John Axelrod, dotato di gesto chiarissimo, particolarmente energico, che sa far emergere le sonorità più contemporanee. Non va dimenticato che Orff compone negli anni Trenta, avendo a disposizione nuovi strumenti e comunque influenzato dalla storia che lo ha preceduto. Axelrod sa trasmettere queste particolarità, come pure il lato ironico e brillante, ottenendo un effetto sorprendente.
Protagonista indiscusso è il Coro del Teatro Municipale di Piacenza diretto da Corrado Casati. Precisione, colore e intonazione sono i segni distintivi. Ben appropriato è anche il fraseggio.
Buona la prova del Coro Voci Bianche Ars Canto di Parma preparato da Gabriella Corsaro.
Il baritono Mario Cassi, come già dimostrato in altre occasioni, è dotato di buona intonazione e di acuti limpidi, più da tenore che non da baritono, ma le note basse sono pressoché inesistenti, poiché poco voluminose, coperte da altri suoni, talvolta addirittura pasticciate. In alcuni passaggi i fiati sono corti e prende aria troppo spesso; mancano molti legati e il fraseggio è espresso maggiormente dalla mimica facciale piuttosto che dall’inflessione vocale.
Brava la giovane Giuliana Gianfladoni alle prese con una parte piccola ma davvero insidiosa, dove mostra una voce morbida e rotonda nonostante l’età e la tessitura acuta. Da notarsi qualche nota non ben appoggiata, un poco stonacchiata.
Bravo anche Mark Milhofer – solo un po’ tirato – nel difficilissimo ruolo del cigno arrosto, spesso affidato a controtenori.
Scroscianti applausi per tutti gli interpreti al termine di una serata che ha davvero entusiasmato la sala. A grande richiesta è stato concesso il bis del brano conclusivo dell’opera.

UNA VOCE… UN PROGETTO [Lukas Franceschini] Verona, 31 marzo 2015.
Nella bellissima sede di Palazzo Camozzini, nel centro storico di Verona, si è svolto l’omonimo Primo Concorso Lirico intitolato “Una voce… un progetto”.
L’evento è ideato dalla padrona di casa Giovanna Benati, prolifica artefice di serate musicali di vario genere, le quali sono un unico nel panorama non solo cittadino. Alla serata finale del 31 marzo si sono esibiti in un recital i tre cantanti finalisti: i soprani Giulia Perusi, Hyeonhi Kim e il basso Kiok Park, accompagnati al pianoforte dal M.o Emanuele Troga.
Hyeonhi Kim si è esibita nell’aria di Pamina “Ach, ich fulhs” da Die Zauberflöte di W. A. Mozart con perizia musicale e mettendo in risalto un buon materiale vocale, anche se da perfezionare. Ha proseguito con il Valzer di Musetta da La Bohème di G. Puccini, nel quale ha fornito prova di piglio più estroso, un’attenta civetteria e particolare sensibilità interpretativa. Infine, né “La partenza” di G. Rossini da le Soirée Musicales ha preferito un’interpretazione più lirica che virtuosa.
Il basso Kiok Park ha cantato l’aria di Sarastro “In diesen heilg’en Hallen” da Die Zauberflöte di W. A. Mozart evidenziando una non particolare profondità di basso ma è apparso molto omogeno vocalmente avendo anche a disposizione una voce interessante. Notevolmente migliore né “La calunnia” da Il barbiere di Siviglia di Gioachino Rossini, nella quale ha dimostrato buona espressività e un fraseggio eloquente.
Interessante anche l’esecuzione della romanza “Ideale” di Tosti, ove però è lacunosa l’espressività della lingua italiana.
Il soprano veronese Giulia Perusi ha esordito con la prima aria della Regina della notte, “O zittre nicht”, da Die Zauberflöte, dimostrando una buona musicalità, anche se nella prima parte avremo preferito un accento più variegato, aspetto che ha risolto molto bene nella conclusione con buona esecuzione delle note acute picchettate. Il secondo brano è stato l’aria di sortita di Linda; “O luce di quest’anima”, da Linda di Chamounix di Gaetano Donizetti, nella quale ha iniziato con un recitativo leggermente sommario ma riprendendosi nel cantabile con un timbro opportuno e fantasiose variazioni, altrettanta bravura ha caratterizzato l’esecuzione dell’aria di Norina, “Quel guardo il cavaliere”, da Don Pasquale di G. Donizetti, eseguita con precisione e mettendo in luce un ottimo trillo.
I due soprani, Perusi e Kim si sono cimentate nel duetto “Che soave zeffiretto” da Le nozze di Figaro di Mozart con buona musicalità ed educata esibizione, non sarebbe guastato qualche accento più brioso. Una particolare menzione, per l’ottima professionalità, va al M.o Troga.
Al termine del concerto e della premiazione c’è stato un fuori programma: il M.o Piero Salvaggio, maestro collaboratore della Fondazione Arena, ha annunciato che sta componendo un’opera lirica la quale sarà intitolata Giulietta e Romeo. E’ una notizia molto importante nel mondo della musica, ancor più se consideriamo che sarà composta da un musicista che vive nella città in cui Shakespeare ha ambientato la vicenda dei giovani e sfortunati amanti. La composizione è attualmente arrivata alla metà del secondo atto. Lo stesso M.o Salvaggio, incalzato dalle nostre domande, ci ha fornito alcune caratteristiche del suo lavoro. Sarà un’opera in due atti per la durata di un’ora ciascuno, nella quale è previsto l’utilizzo di un’orchestra che potremo definire “pucciniana”. I registri vocali dei cantanti saranno tenore lirico per Romeo, soprano (Giulietta), Tebaldo (tenore), Padre Capuleti (Basso), Lorenzo/Mercuzio (baritono o basso caratteristico). L’opera, suddivisa in poche scene, avrà pochissimi recitativi (comunque accompagnati), un’overture iniziale e un balletto in stile grand-opéra. Il libretto è di Barbara Poletini Coffani. La serata è stata allietata dall’esecuzione al pianoforte in prima assoluta dell’overture eseguita dallo stesso compositore. Un’anteprima dell’opera, con esecuzione al pianoforte, sarà proposta a Palazzo Camozzini il prossimo 20 luglio. In attesa di questa serata e ci auguriamo vivamente della messa in scena in qualche teatro, auguriamo al M.o Salvaggio buon lavoro e attendiamo la sua composizione con molta curiosità.

REQUIEM [Margherita Panarelli] Torino, 3 Aprile 2015.
Venerdì Santo Mozartiano all’auditorium Rai “Arturo Toscanini” di Torino con un’ottima esecuzione del Requiem da parte dell’Orchestra Sinfonica Nazionale della Rai diretta dal suo direttore principale, Juraj Valčuha.
Il concerto si apre con la brevissima Maurerische Trauermusik KV 477. Orchestra e Coro riescono a trasmettere ottimamente lo stile austero e arcaicizzante del brano.  Valčuha ha gesto deciso e con salda presa sulle compagini impone vigore e solennità.
Si prosegue con il Requiem per il quale è stato schierato un quartetto di solisti giovane ma sicuramente valido.
Il soprano russo Ekaterina Bakanova, apprezzata recentemente in “Le Nozze di Figaro” al Teatro Regio di Torino conferma la già buona impressione lasciata. L’emissione è talvolta poco elegante ma la proiezione del suono convincente e l’accento accorato e dignitoso. Particolarmente bella la resa del “Te decet hymnus”.
Buona prova anche per il mezzosoprano tedesco Eva Vogel dalla voce dal timbro più caldo della collega russa. Nonostante l’assenza per lei di momenti solistici in cui brillare non manca di sottolineare il proprio ottimo contributo.
Tanto quanto è morbida la voce della Vogel così è cristallina quella del tenore inglese Jeremy Ovenden. Non spicca durante gli insiemi e purtroppo delude in “Mors stupebit et natura” eseguito senza mordente.
Promettente invece il giovane basso Tareq Nazmi. Il timbro è affascinante e la prova della validità di questo interpreta la si ha con un “Tuba Mirum” stentoreo.
Ottima prova anche per il Coro Maghini e l’Orchestra Sinfonica Nazionale della Rai complice la direzione di polso, precisa ma vivida e intensa di Juraj Valcuha non solo nelle sezioni più energiche come “Dies Irae”, “Rex Tremendae” e “Confutatis” ma anche nel “Lacrymosa” delicato e struggente. Mai è venuta a mancare l’omogeneità delle parti. Coro, Soli e Orchestra risultano una sola entità in totale cooperazione.

FRANCESCA DOTTO, PIERO PRETTI, ANTONIO DI MATTEO [Lukas Franceschini] Verona, 11 aprile 2015.
L’ultimo appuntamento della stagione concertistica di Verona Lirica Giuseppe Verdi-Giovanni Zenatello si è svolto al Teatro Filarmonico, gremitissimo, con la partecipazione de I Fiati di Verona, diretti da Massimo Longhi, del soprano Francesca Dotto, del tenore Piero Pretti e del basso Antonio Di Matteo.
La performance è stata aperta dai Fiati di Verona con una riduzione dell’overture de “La Forza del destino”. Strumentalmente irreprensibile dal punto di vista interpretativo, sviluppata nelle dinamiche strumentali ridotte ma di grande effetto. Il primo dei cantanti a presentarsi sul palcoscenico è stato Antonio di Matteo cimentandosi nell’aria del Conte Rodolfo “Vi ravviso o luoghi ameni” da La sonnambula di Vincenzo Bellini, eseguita con trasporto e particolare sensibilità interpretativa.
Francesca Dotto, ormai cantante sempre più affermata, ha proposto l’aria “Sì, mi chiamano Mimì” da La Bohème di Giacomo Puccini nella quale ha sfoderato tutto il suo lirismo vocale, cesellando minuziosamente ogni singolo dettaglio del brano. In seguito ha proposto “Tu che di gel sei cinta” da Turandot, esibendo particolare sensibilità lirica e dimostrando ottime doti nel fraseggio.
Reduce dal successo romano il tenore Piero Pretti ha cantato “Tombe degli avi miei” da Lucia di Lammermoor di Gaetano Donizetti, affrontando la difficile aria con piglio estremamente romantico e riuscendo ad interpretare un Edgardo in maniera molto convincente. Egli ha sfoderato particolare accento e vibrante enfasi anche nella seconda aria “Quando le sere al placido” da Luisa Miller di Verdi, dimostrando buone capacità in un canto ispirato.
I Fiati di Verona sono ritornati sul palcoscenico con la meravigliosa sinfonia da Il Signor Bruschino di Gioachino Rossini, che eseguita in formazione da camera ottiene ancor più espressione di genialità compositiva, oltre all’ottima professionalità del gruppo.
Nella seconda parte del concerto è stata la volta di Mozart con la proposta dell’aria di Sarastro “O Isis und Osiris” cantata con efficace solennità da Antonio Di Matteo, il quale ha sfoderato una bellissima vocalità di basso che fa prevedere un futuro artistico rilevante, come ha confermato anche nell’esibizione di “Il lacerato spirto” incisiva è molto rifinita.
Francesca Dotto si è poi esibita in Doretta cantando con particolare malizia la celebre canzone da La Rondine di Giacomo Puccini. Piero Pretti al suo rientro si è esibito in un emozionante “Ah sì, ben mio” da Il Trovatore, nella quale ha esibito un accento è un fraseggio davvero encomiabili e degni di plauso.
I Fiati di Verona si sono cimentati nella sinfonia da “Nabucco” dimostrando ancora ragguardevole musicalità e professionalità.
Il concerto si è concluso con il duetto “Un dì felice eterea” cantato da Francesca Dotto e Piero Pretti, un brano notevolmente passionale che ha dato modo ad entrambi di sfoggiare accenti e vocalità di prim’ordine, accomunati da una ragguardevole intesa interpretativa.
Un particolare plauso al M.o Pietro Salvaggio, eccellente accompagnatore al pianoforte degli artisti.

FRANCESCO OMASSINI [Lukas Franceschini] Verona, 24 aprile 2015.
Straordinario debutto quello di Francesco Omassini, ex primo violino dei secondi dell’Orchestra dell’Arena di Verona, quale direttore dell’ottavo concerto nell’abito della stagione Sinfonica 2014-2015.
Dopo una severa e costante formazione direttoriale che ha spaziato tra il sacro, il sinfonico e l’operistico, il maestro intraprende da qualche anno una carriera d’indiscusso interesse, tanto da abbandonare l’incarico a Verona. Il programma della serata era tipicamente romantico, in locandina il Concerto n. 1 per pianoforte e orchestra Op. 15 di Johannes Brahms e la Sinfonia n. 5 in mi min. Op. 64 di Piotr Ilic Cajkovskij, con la presenza del pianista Davide Cabassi.
Il Concerto n. 1 è un’opera giovanile, Brahms aveva circa venticinque anni, ma oggi è considerato uno dei più espressivi dopo quelli composti da Beethoven. Agli inizi fu accoltao freddamente a causa della grandiosità dell’impianto e l’impegno costruttivo armonioso. Peculiare è il primo movimento in tempo “maestoso” dal carattere drammatico e solenne ma estrema emozione espressiva. Di grande efficacia il colloquio tra pianoforte e orchestra in tema di romanticismo che si percepisce nell’adagio, mentre nel rondò finale il tema è esposto al solo strumento solista nel quale si percepiscono schizzi di danze popolari ungheresi soprattutto nella melodia e per le quali è necessaria una raffinata tecnica esecutoria.
Anche la Sinfonia n. 5 (1888) di Ciajkovskij agli inizi non fu accolta favorevolmente e passò presto nel dimenticatoio. Fu il grande direttore Arthur Nikisch, dopo la morte del compositore, a riproporre la partitura, la quale raccolse i favori sia di pubblico sia di critica imponendosi come un caposaldo del sinfonismo russo. Il tema della sinfonia è la lotta con il fato in un vigoroso contrasto in cui l’uomo finisce col soccombere in rapporto pessimistico ed oscuro alle forza cupa del destino. Possiamo affermare che la sinfonia è molto autobiografica considerando la sensibilità di Ciajkovskij, i suoi umori, spesso variegati e mutevoli, e il suo barcollare tra un pessimismo autodistruttivo e una più serena visione dell’esistenza. La pagina musicale esprime appieno questi interni conflitti e resta una delle pagine più comunicative, ricca di pathos, accesa ed inedita nell’ispirazione melodica e ritmica. In particolare si possono apprezzare le tinte fortemente drammatiche dell’inizio, cui si alternano la melodia dell’andante centrale e il lirico valzer intermedio, per approdare ad un finale, che riproponendo il tema iniziale del destino, sfocia in un’esplosione di colori d’irrefrenabile esultanza.
Il solista Cabassi sceglie un’interpretazione molto calibrata e rarefatta, a tratti anche lenta nella parte iniziale, per poi sciogliersi in un linguaggio sognante e di forte impressionismo romantico, scivolando e duettando con l’orchestra in un linguaggio temporale di grande tecnica ed espressione interpretativa di assoluto rilievo, cui partecipano la puntuale Orchestra e il severo ed incisivo direttore.
Francesco Omassini coglie un autentico trionfo nella concertazione della successiva sinfonia, ove a mio avviso, trova un autore a lui molto congeniale. La tavolozza delle tinte variegate sono espresse in maniera vibrante e sostenuta, cui vanno sommati fraseggio e particolare nitore nei tempi spediti ed armoniosi. Il direttore non perde mai, nel corso dei cinquanta minuti dell’esecuzione, il senso narrativo collocando la sinfonia in una sorta di romanzo d’appendice dalle sonorità eclatanti, vibranti e di precisa esecuzione, la quale è resa anche dall’ottima compagine veronese in gran forma.
Al termine intensi e ripetuti applausi, un vero e meritato successo, ma purtroppo nessun bis.

STABAT MATER [Margherita Panarelli] Torino, 30 Aprile 2015.
Eccellenti esecuzioni di G.B. Pergolesi e J.S. Bach entusiasmano il pubblico all’Auditorium Rai “Arturo Toscanini” di Torino.
Il primo brano della serata è il Concerto in sol maggiore per flauto, archi e basso continuo di Giovanni Battista Pergolesi egregiamente eseguito da ogni elemento. Ottima interpretazione di Giampaolo Pretto, primo flauto dell’Orchestra in questo caso in veste di solista. Il timbro è morbido, il fraseggio dinamico e gli archi ed il clavicembalo accompagnano con eleganza. Bel contrasto di colori tra i tre movimenti.
Pretto ha avuto ancora modo di dimostrare le proprie qualità in un’eccellente esecuzione della Suite-Ouverture n.2 in si minore BWV 1067 per flauto, archi e basso continuo di Johann Sebastian Bach.Il pubblico è conquistato dalla celeberrima Badinerie che chiude la Suite tanto da chiederne, e riceverne il bis, ma ogni sezione era meritevole di plauso.
Un breve intervallo precede l’esecuzione del “piatto forte” del concerto: Stabat Mater di Pergolesi.
Jennifer O’Loughlin e Sara Mingardo risultano ottime interpreti e fraseggiatrici. Notevole in particolare “Inflammatus et accensus” dove ognuna delle due ha saputo dare risalto con accento accorato e scrupolosa precisione  allo squisito equilibrio contrappuntistico del brano. Il tempo scelto è animato, perfetto per rappresentare quella fiamma che accende l’animo del Narratore.
Fabio Biondi dirige con grande attenzione dalla posizione di primo violino ed il risultato è di squisita grazia e eloquente bellezza.

JOHN AXELROD [Marco Benetti] Milano, 21 giugno 2015.
Il concerto n. 39 della Stagione Sinfonia 2014- 15 de LaVerdi ha visto un gran dispiegamento di forze per affrontare un variegato programma. L’orchestra diretta da John Axelrod ha eseguito pagine di Strauss e Orff più la prima esecuzione assoluta di un brano per percussionista e orchestra di Massimo Botter.
A dominare tutta la prima parte, quasi come un filo rosso, è il tema legato a personaggi popolari celebri per i loro scherzi attraverso Les Jeaux d’Arlequin (2014) di Massimo Botter in prima esecuzione come dicevo e Till Eulenspiegels lustige Streiche op. 28 (1895) di Richard Strauss.
E il pezzo di Botter apre il concerto invertendo l’ordine indicato precedentemente nel programma di sala. Solista e ispiratore del brano è stato il percussionista franco- italiano Claudio Bettinelli, membro dell’Ensemble Orchestral Contemporain. La tecnica strumentale di Bettinelli merita un attimo di approfondimento, poiché è proprio da essa che ha preso il via la collaborazione tra compositore e strumentista. Il solista ha a disposizione tre tavoli su cui sono posizionati tre tipi di strumenti: il primo “tavolo d’acqua” comprende bacinelle piene d’acqua, alambicchi, una boccia dei pesci, alcune collanine e i suoni vengono prodotti sia con la percussione delle nude mani, per sfregamento delle mani bagnate sui bordi dei recipienti modulando all’occasione la frequenza fondamentale prodotta diminuendo o aumentando la quantità d’acqua presente nelle bacinelle e spostando le collanine da un contenitore all’altro; il secondo “tavolo dei gongs” è composto da un set di sette gong dell’opera cinese che vengono percossi con mazzuole, bacchette o ditali da cucito indossati; il terzo “tavolo dei ditali” è un insieme di objet trouvé che comprende lattine, scodelle, contenitori di latta per il latte, vasetti che vengono percossi con dieci ditali da cucito indossati dal percussionista.
La difficoltà nel trovare una notazione atta a fissare sulla carta la complessità dei gesti e dei timbri risultanti ha trovato la sua soluzione nella stesura di un canovaccio che il solista segue improvvisando su parametri dati. A lui si contrappone l’orchestra la cui parte è interamente scritta. All’utilizzo degli strumenti vengono aggiunti la voce degli orchestrali, chiamati a pronunciare fonemi e dieci tubi sonori (tubi che a seconda della velocità di rotazione nell’aria riescono a produrre armonici differenti, intonandosi) affidati a vari esecutori.
Botter riesce abbastanza efficacemente a far penetrare i suoni delle tavole percussive nell’orchestra, a confonderli a volte, altre a mettere le varie voci in contrastando, rivelando un’indagine attenta sull’orchestrazione. Forse un po’ limitante è stato il fatto che essendo le tavole posizionate in fila davanti all’orchestra esse fossero suonate in successione e non abbiano perciò permesso una maggiore varietà nel miscelare i suoni diversi che esse possono offrire. Forse una disposizione circolare, per quanto improponibile nella maggior parte dei teatri, avrebbe dato maggiori possibilità combinatorie. Nonostante ciò il brano viene molto applaudito dal pubblico.
Il secondo brano in programma è come accennato Till Eulenspiegels lustige Streiche op. 28 di Richard Strauss. John Axelrod riesce a dare alla partitura una brillantezza davvero notevole costruendo un confronto molto interessante con il brano di Botter: due modi diversi di rendere lo sberleffo in musica.
La seconda parte del concerto viene totalmente occupata dai Carmina Burana (1935- 36) di Carl Orff.
Il medioevo musicale immaginario architettato dal compositore tedesco e che tanto suscitò scandalo ai nazisti che rimasero sconvolti per la licenziosità di alcuni dei testi scelti, ha visto aggiungersi alla compagine orchestrale il Coro Sinfonico (diretto da Erina Gambarini), il Coro di voci bianche (diretto da Maria Teresa Tramontin) e i solisti Giuliana Gianfaldoni, Filippo Mineccia e Christian Senn. Tutti e tre hanno dato prova di grandissimo talento e hanno reso l’esecuzione davvero emozionante. Tuttavia mi sento di suggerire alcune riflessioni. Innanzi tutto non si è capito molto bene in base a quale criterio il tenore sia stato sostituito da un controtenore per Olim lacus colueram. Mineccia è un grande artista, come ho già detto, ma risulta alquanto immotivata la sua presenza in scena. Per quanto riguarda Senn, appare un poco stucchevole l’enfasi gestuale data in alcuni momenti solistici, come in Ego sum abbas, dove a mio parere, la musica dice già tutto, senza bisogno di recitazione, dal momento che ci troviamo davanti ad una cantata riservata alla sala da concerto e non alla messa in scena.
Con questi miei pensieri non voglio comunque criticare la buona uscita dell’esecuzione che viene sancita alla fine del concerto dall’ovazione del pubblico.

MARISS JANSONS [Marco Benetti] Milano, 25 giugno 2015.
Si presentano al pubblico milanese della Scala con la Sinfonia n. 3 di Gustav Mahler i Wiener Philarmoniker diretti da Mariss Jansons, con solista Bernarda Fink, il Coro di Voci Bianche dell’Accademia Teatro alla Scala e il Singverein der Gesellschaft der Musikfreunde in Wien come secondo concerto del Festival delle Orchestre Internazionali inserito negli eventi che il Teatro alla Scala dedica all’Esposizione Universale 2015 di Milano.
La complessità di un’opera simile, così lunga in termini di tempo, non consiste solamente nell’oggettiva difficoltà tecnica richiesta e al direttore e agli orchestrali ma anche nella capacità di assimilarne la forma complessiva da parte di tutti gli esecutori e di riuscire a trasmetterne al pubblico le caratteristiche, equilibrando i crescendo espressivi fino ai picchi dell’arco tensivo.
Il lungo primo movimento Kräftig. Entschieden, che occupa la Parte I della composizione, viene fatto risaltare con i contrasti insiti nella scrittura mahleriana ed esaltati dai gesti di Jansons, netti e taglienti nell’attacco prima dei tromboni e poi della trombe (con sordina) che espone il cupo tema principale e accompagnando dolcemente il secondo gruppo tematico da ritmo danzante esposto dall’oboe poi dal violino primo su un tappeto di trilli degli archi.
Allo stesso modo i due movimenti successivi Tempo di minuetto: sehr mässig e Comodo, apprezzato sin dalla prima esecuzione e Scherzando, Ohne Hast (che con i restanti costituiscono la Parte II della Sinfonia), basato sul Lied mahleriano Ablösung im Sommer, vengono concertati magistralmente.
I movimenti Sehr langsam, Misterioso e Lustig im Tempo und keck im Ausdruck vedono protagonisti Bernarda Fink, mezzosoprano solista nel primo, e le due compagni corali (Coro di Voci Bianche dell’Accademia Teatro alla Scala diretto da Bruno Casoni e il Singverein der Gesellschaft der Musikfreunde in Wien diretto da Johannes Prinz) nel secondo. Cristallina l’intonazione dei versi di Nietzsche da Also spracht Zarathustra come pure l’intervento dei cori su testi del tanto amato Das Knaben Wunderhorn, voci angeliche che dialogano magistralmente su quei temi da cui Mahler trarrà spunto per la sua Sinfonia n. 4.
L’ultimo movimento, Langsam, Ruhevoll, Empfunden, è il primo grande adagio mahleriano, posto a conclusione di un suo lavoro sinfonico: quello che l’amore racconta al compositore (questo era il titolo programmatico apposto inizialmente come titolo del brano e poi omesso) è un pezzo mesto che, sulla scia di Wagner e del Parsifal (si pensi al Preludio all’Atto III), trascrive l’inquietudine e la gioia dell’uomo nell’assaporare il sentimento più bello attraverso il contrappunto fortemente cromatico e la straordinaria orchestrazione. I Wiener e Jansons trasmettono, come accennavo all’inizio, un’enorme consapevolezza delle dinamiche della scrittura di Mahler che riescono a far risaltare nella loro bellezza.
Credo di non sbagliare dicendo che il concerto in questione sia stato uno dei migliori che abbiano avuto luogo negli ultimi anni nel Teatro milanese.

PREMIO GIUSEPPE LUGO [Lukas Franceschini] Villa Vento – Custoza, 2 luglio 2015.
Nella splendida cornice di Villa Vento, che fu di proprietà del celebre tenore veronese Giuseppe Lugo, si è svolto la XXII Edizione del Premio omonimo.
La serata del Premio Lugo è ormai un appuntamento classico dell’estate musicale sulle colline adiacenti a Verona, con la consegna del riconoscimento ad un tenore di fama internazionale. Il Premio fu istituito nel 1994 dal Comm. Giuseppe Pezzini, in gioventù autista di Lugo e oggi proprietario della Villa-Ristorante, e del pittore Luciano Pollini, per onorare la memoria di uno dei più importanti cantanti lirici a cavallo tra gli anni ’30-’40 del secolo scorso. Accanto alle loro figure si sono aggiunte personalità prestigiose come il soprano Magda Olivero, che ne è stata presidente fino alla sua scomparsa nel settembre 2014, il mezzosoprano Adriana Lazzarini (madrina) e il sig. Gianni Zatachetto, i quali hanno formato il Comitato che sceglie la personalità cui destinare il riconoscimento.
Quest’anno la scelta è caduta sul tenore messicano Ramon Vargas, il quale non ha bisogno di ulteriori presentazioni la sua carriera parla da sola. Egli esordì in Italia nel 1991 al Teatro Comunale di Bologna nel 1991 cantando nel Mosè di Gioacchino Rossini al fianco di Ruggero Raimondi ed Anna Caterina Antonacci, sono ancora vive le emozioni che suscitò all’Arena di Verona quando si esibì in Rigoletto e Il barbiere di Siviglia negli anni successivi. Il tenore che giungeva appositamente dal Messico, ove ricopre anche la carica di direttore artistico presso il Teatro dell’Opera di Città del Messico, purtroppo causa il lungo e spossante viaggio non si è esibito nel tradizionale concerto. Scusandosi con il numeroso pubblico accorso, ha promesso di ritornare in una successiva edizione ed onorare il premio, consegnatogli dal Comm. Pezzini, con l’arte del suo canto.
Tuttavia il pubblico non è restato del tutto “all’asciutto”, poiché un quartetto di cantanti lirici hanno allietato la serata.
Ha esordito il giovane basso ligure Alberto Bonifazio cantando l’aria di Colline da La Bohème di Giacomo Puccini e la celebre Calunnia da Il barbiere di Siviglia di Gioachino Rossini. Voce molto interessante, di grana particolarmente pastosa e un registro armonioso, ha destato ottima impressione, pur comprendendo la giovanissima età e l’emozione. Egli è stato recentemente selezionato al Concorso “Riccardo Zandonai” di Rovereto con una borsa di studio di perfezionamento.
Il mezzosoprano Sanja Anastasia, presente anche nell’attuale stagione lirica areniana, ha dimostrato buone doti e peculiare partecipazione interpretativa cantando “Acerbe voluttà” da Adriana Lecouvreur di Francesco Cilea e “O don fatale” da Don Carlo di Giuseppe Verdi.
Il baritono Federico Longhi, appena apprezzato quale sacrestano in Tosca all’Arena, ha brillantemente cesellato l’aria di Ford “E’ sogno, o realtà” da Falstaff di Verdi, mentre il soprano Susanna Branchini, che si è esibita innumerevoli volte a Verona, ha dato enfasi, partecipazione e spessore alla difficile aria di Abigaille “Anch’io dischiuso giorno… Salgo già” da Nabucco con forza interpretativa di autorevole livello. Entrambi hanno concluso la serata esibendosi nel duetto Conte di Luna-Leonora “Mira di acerbe lagrime” da Il Trovatore con grande classe vocale, il baritono per un fraseggio chiaro ma raffinato ed elegante, il soprano per una spiccata sensibilità interpretativa e un accento poderoso.
Accompagnava gli artisti al pianoforte la bravissima Patrizia Quarta, mentre presentava ed introduceva i cantanti Davide Da Como, il quale sapendo la consuetudine che il premiato avrebbe dovuto cantare la celebre “La mia canzone al vento”, cavallo di battaglia di Lugo, nonché film musicale della sua epoca, ha esortato il pubblico a cantarla tutti assieme, in tal punto l’ex-artista del Coro dell’Arena di Verona Raffaello Ortolani è salito sul palco e con la sua innata classe ha intonato il brano cui si è accomunato tutto il pubblico presente concludendo la serata in allegria.

CARMEN GALA CONCERT [Lukas Franceschini] Verona, 24 luglio 2015.
Una particolare serata nel Festival all’Arena di Verona è quella denominata “Carmen Gala Concert” nel quale sono stati eseguiti molti brani dall’opera di Bizet intervallati da due composizioni non operistiche ma di “ambientazione” spagnola.
Non vorrei sembrare sempre critico ma la situazione di questa serata è piuttosto anomala. È lecito domandarsi perché eseguire estratti dalla seconda opera più rappresentata in Arena, è perché organizzare una serata concertistica su temi che definire popolare è eufemistico. Si sarebbe auspicata maggior inventiva artistica, magari attingendo ad un repertorio che in Arena non si esegue, almeno negli ultimi tempi, utilizzando le risorse canore presenti in “casa” e comporre un concerto con interventi danzati, magari qualche balletto integrale operistico, di più spiccata ricercatezza e sfiziosa scelta tra le innumerevoli possibilità. Probabilmente la direzione artistica ha voluto percorrere una strada sicura d’indiscutibile richiamo, la quale per alcuni aspetti è comunque condivisibile.
Quando sono entrato nell’anfiteatro veronese con mia sorpresa, ho notato che tolto gli estremi laterali di gradinata, il pubblico occupava in pieno l’Arena, e questo di per sé può considerarsi già un successo, poiché non avrei mai immaginato una così massiccia affluenza di pubblico. Sul podio c’era il maestro Omer Meir Wellber, che con Carmen ha un rapporto particolare, come da lui stesso narrato in conferenza stampa. Egli considera l’opera di Bizet una delle più raffinate composte, tende ad eseguirla oculatamente e solo in occasioni particolari. Egli fu assistente di Daniel Barenboim quando questi la diresse alla Scala per il Sant’Ambrogio 2009, e in quell’occasione diresse inaspettatamente la prova generale. Wellber è maturato molto professionalmente ed il concerto veronese ha consolidato questa mia impressione. L’accuratezza con cui ha eseguito i preludi, il ricamo orchestrale, ora brillante, ora raffinato e cesellato, è sinonimo di estrema perizia di concertazione, alla quale si sommano slanci efficaci di crepuscolare folklore epico nei due brani extra-opera. Tra i solisti che si sono esibiti negli estratti di Carmen Anita Rachvelishvili quale protagonista ha confermato ancora una volta quanto il personaggio le sia congeniale per vocalità stilistica, sfumature ed interpretazione, una delle migliori, se non la migliore, Carmen oggi disponibile. Altrettanto brava e precisa la limpida e delicata Micaela di Irina Lungu, che conferma una non comune duttilità vocale ed un ispirato lirismo interpretativo. Il settore maschile aveva in Carlo Ventre un Don José robusto, più avvezzo ad un canto muscoloso piuttosto che ad una ricercatezza interpretativa; mentre Dalibor Jenis, Escamillo, si disimpegnava con sufficienza nella celebre canzone del torero. Completavano la locandina con professionalità Francesca Micarelli e Alice Marini (Frasquita e Mercedes), Victor Gracia Sierra e Nicolò Ceriani (Zuniga e Morales).
Due gli interventi musicali “classici” inseriti all’interno del Gala. La prima parte si è terminata con l’esaltante performance del giovane violinista Giovanni Andrea Zanon, il quale si esibito nella Carmen Fantasy di Pablo de Sarasate. Egli ha fornito prova di straordinario talento, precisa tecnica e un’innata musicalità. Considerando i sui diciassette anni non c’è che da aspettarsi un futuro più che roseo con la viva speranza di averlo presente nella concertistica locale.
Altrettanta entusiastica acclamazione per il mandolino di Jacob Reuven che ha interpretato “Asturias” di Isaac Albeniz. Delicatissimo spartito spagnolo, un affresco regionale, che l’artista ha eseguito con precisa ed encomiabile tecnica esecutiva, un dipinto musicale di alto livello con un tocco di colore folkloristico. Entrambi i brani sono stati accompagnati da una precisa ed efficace orchestra sempre diretta da Wellber, il quale ha dimostrato preziosa ispirazione interpretativa.
Belle e molto eleganti le coreografie di Renato Zanella che hanno costituito non un contorno ma altro elemento di successo e grande professionalità del Corpo di Ballo della Fondazione Arena. Successo caloroso al termine.

OLGA PERETYATKO [William Fratti] Pesaro, 19 agosto 2015.
La cantante sanpietroburghese, naturalizzata pesarese, è indiscutibilmente una dei migliori soprano dell’attuale panorama lirico internazionale, particolarmente per il repertorio rossiniano e del belcanto italiano, pertanto la sua performance al recital del ROF deve essere valutata col giusto peso dell’eccellente interprete, andando a scandagliare ogni minimo particolare.
L’aria di apertura del concerto è la cavatina di Ljudmila dall’opera di Michail Glinka composta nel 1842 sul poema Ruslan e Ludmilla di Pushkin, si tratta di belcanto russo, canto particolarmente favorevole alla Sig.ra Peretyatko che si presenta limpida e cristallina al folto pubblico intervenuto all’Auditorium Pedrotti. Positiva è anche la resa dei pezzi successivi, composti da Rimsky-Korsakov, anche se si rilevano un paio di note calanti nell’Inno al sole della Regina Schemakhan, nonché qualche acuto non del tutto pulito nella romanza orientale, oltre ad una leggerissima nasalizzazione nella coda.
La seconda parte del recital si apre con Sergej Rachmaninov, dove la celebre soprano è sinceramente angelica, delicatissima e raffinatissima. Finalmente arriva il tanto atteso e sospirato Rossini con “All’ombra amena del Giglio d’or”di Corinna da Il viaggio a Reims e “Bel raggio lusinghier” da Semiramide, dove il suono non è perfettamente in punta, gli acuti non sono tutti nitidissimi – il la e il si talvolta sono velati – e le note gravi sono leggermente snaturate. Ovviamente, come già sottolineato prima, qui si sta discutendo dei limiti alla perfezione, che come tali vanno presi e pesati. Inesattezze presumibilmente derivanti dal precedente canto russo, la cui posizione, per la naturale pronuncia della lingua, è diversa da Rossini, anche se Peretyatko ha intelligentemente cercato un giusto compromesso con le vocali slave intonandole in una maniera un poco più italiana.
Il recupero totale della bellezza vocale e della bravura del soprano avviene con i bis, a partire da “Una voce poco fa” nella tonalità di fa maggiore: con le sue capacità potrebbe davvero lasciare un segno nella storia della lirica, essere sempre un numero uno, ma deve fare molta attenzione al repertorio che sceglie, che rischia di spostarle le posizioni e di renderla una cantante brava, ma brava come tante, mentre ha la possibilità e il materiale per primeggiare. Sono in molti i grandi interpreti a commettere questi errori, snaturando la propria voce prima che questa si modifichi seguendo una regolare maturazione; la speranza per Peretyatko è che non compia questo terribile passo falso.
I numerosi spettatori la salutano con meritatissime ovazioni da stadio e mazzi di fiori e lei, instancabile, ringrazia con diversi bis sapientemente interpretati.
Eccellente l’accompagnamento al pianoforte del bravissimo Giulio Zappa.

SIMONE PEDRONI [Marco Benetti] Milano, 6 settembre 2015.
In un programma insolito si è impegnato Simone Pedroni per il suo debutto come direttore dell’Orchestra Sinfonica di Milano Giuseppe Verdi, presentando l’integrale degli arrangiamenti approntati dal compositore americano John Williams per la saga di Star Wars.
Se nel XIX secolo toccava al genere dell’opera avvicinare il grande pubblico ai successi e scandali letterari e teatrali dell’epoca, con l’avvento del secolo breve il testimone è passato al cinema.
Di questo principio è ben consapevole John Williams, che della tradizione ottocentesca va a cogliere le tecniche di un autore in particolare, Richard Wagner.
Sono infatti diversi i punti in comune tra il lavoro compiuto da Williams e soprattutto l’impresa del Ring wagneriano. Nelle musiche per Star Wars c’è da sottolineare come sia riscontrabile un utilizzo altamente consapevole della tecnica dei leitmotive anche se le idee di fondo dell’Americano sono assai diverse da quelle che muovevano il compositore di Bayreuth. Se per Wagner lo scopo finale è il dramma e la sua unità, Williams si deve preoccupare non dell’unità dell’opera, compito demandato al regista e sceneggiatore della saga George Lucas (e aiuti), ma dell’efficacia della musica, che non si presenta sotto forma di melodia infinita ma suddivisa in pezzi chiusi che affiorano dal silenzio o dai dialoghi dei personaggi agendo anche da loro coscienza come già nell’orchestra in Wagner (basti pensare ai monologhi di Wotan).
Per chi non avesse mai visto i film della saga bisogna specificare che dei sei lungometraggi fino ad ora prodotti (con altri tre in preparazione già annunciati e tre spin off) i tre più recenti, usciti fra il 1999 e il 2005, raccontano vicende cronologicamente antecedenti i primi tre film, prodotti tra il 1977 e il 1983, di cui costituiscono il prequel. Per seguire la giusta evoluzione della storia il direttore Simone Pedroni ha scelto di eseguire prima quelle che sono le ultime musiche composte catapultando l’uditorio in un viaggio a ritroso nello stile di Williams. Si può notare come il linguaggio degli anni ’70 fosse più spinto, debitore da una parte della tradizione jazz propriamente americana da cui il compositore è partito, come dimostra il brano Cantina Band, quasi prototipo di una jem section aliena(nte), dall’altra una profonda conoscenza della musica del novecento storico (suo maestro è stato Castelnuovo- Tedesco) e più in generale della tradizione occidentale sinfonica e cinematografica hollywoodiana: è sorprendente notare l’incredibile somiglianza fra The Desert e l’incipit della II parte del Sacre di Stravinsky. Forse anche per il livello drammatico della narrazione il linguaggio si fa più sinfonico e romantico nei brani recenti, con interventi corali in gaelico, la lingua ancestrale ampiamente sfruttata del mondo fantasy.
Pedroni conduce LaVerdi e il Coro Sinfonico di Milano (diretto da Erina Gambarini) in maniera davvero eccellente dimostrando una certa sintonia forse dovuta anche al fatto di esserne pianista residente. Il gesto direttoriale risulta chiarissimo e nitido. Il pubblico, che oltre agli abituali abbonati comprende uno stuolo di giovani appassionati della saga che si salutano con il motto “Che la Forza sia con te!”, tributa a tutti gli esecutori un applauso davvero travolgente dopo due ore e mezza di concerto. All’evento hanno preso parte anche i figuranti della Legione 501st Italica Garrison e della Rebel Legion Italian Base, i due gruppi di costuming Star Wars ufficializzati da Lucasfilm, che per il bis hanno fatto la loro entrata trionfale in sala sulla musica della Imperial march. C’erano anche le spade laser.

BRUNO MANTOVANI [Marco Benetti] Milano, 10 settembre 2015.
Anche il Festival MiTo 2015 IX edizione si aggrega ai festeggiamenti per il 90° compleanno del compositore francese Pierre Boulez con un concerto dedicato a musiche sue e di Debussy eseguite dall’Ensemble intercontemporain diretto da Bruno Mantovani.
Il rapporto fra il Francese e il Festival è lungo: si ricorda con estremo piacere un concerto nel 2011 dove l’Ensemble diretto da Boulez stesso propose l’integrale di Pli selon pli.
Il concerto di quest’anno si apre con un brano abbastanza insolito e di rarissimo ascolto. Se infatti sono ben note Les Chanson de Bilitis per voce e pianoforte che Debussy compose nel 1900 su tre poesie tratte dall’omonima raccolta del poeta e amico del compositore Pierre Louys, meno note sono queste Musiche di scena su dodici poemi di P. Louys per voce recitante, due flauti, due arpe e celesta (19091). La lettura dei testi, affidata a Hélène Fauchère, è inframezzata o si sovrappone alla musica, segnata quest’ultima da un’elegante stile esotico fatto di pentafonia, esatonalismo e descrittivismo musicale davvero efficaci nel rendere in musica le vivide ed allegre impressioni lasciate dalla lingua francese.
I primi due brani di Boulez eseguiti sono le Improvisations I et II sur Mallarmé per soprano ed ensemble, tratte da Pli selon pli. Dimostrando una straordinaria duttilità, Hélène Fauchère presta la sua voce di soprano ai due pezzi dopo aver recitato per i venti minuti debussyani, facendo risaltare una tecnica perfetta e una conoscenza delle partiture davvero impressionante. Alla testa dell’intercontemporain troviamo Bruno Mantovani, assiduo frequentatore del gruppo, grande musicista italiano residente in Francia, premiato dai suoi successi con il posto come direttore del Conservatorio di Parigi dal 2010. La sua tecnica direttoriale è raffinata, il gesto chiaro e deciso, adatto a dirigere questo lavoro la cui interpretazione verosimilmente può aver discusso con lo stesso autore.
La simbiosi con la scrittura bouleziana si accentua nella seconda parte del concerto dedicata interamente ad uno dei capolavori della musica del XX secolo, Le marteau sans maitre su testi di Renè Char. Il brano composto nel periodo 1953- 55 prevede la presenza sul palco di una voce solista, in questo caso Salomé Haller, mezzosoprano, flauto, xylorimba, vibrafono, percussioni, chitarra e viola. La scrittura antideomatica di ogni strumento è elevata a tema dell’opera tentando di costruire quella Klangfarbenmelodie ipotizzata da Schoenberg nel suo Harmielehere. La voce attraversa un percorso progressivo di perdita di senso partendo da uno stile di canto lirico e spiegato, passando allo sprechgesang, al parlato e alla fine giungendo all’intonazione di suoni a bocca chiusa nel nono e ultimo brano della raccolta, Bel èdifice et les pressentiments – double. Quest’ultimo pezzo presenta anche uno dei vertici a mio parere delle capacità d’orchestrazione di Boulez, dove il compositore erige un muro di suono attraverso l’utilizzo di tam tam e gong sui cui suoni inarmonici intervengo gli altri strumenti, in particolare il flauto (Sophie Cherrier) che sostituisce il ruolo comunicativo della voce, in un processo di rarefazione del materiale. L’esecuzione è davvero stupefacente e si fatica a trovare qualcosa che possa essere andato storto. Bruno Mantovani riesce a darne un’interpretazione assolutamente lucida e profondamente cosciente del ruolo che questa composizione ha avuto e ha tutt’ora nell’evoluzione della musica d’oggi.

KRISTJAN JÄRVI [Lukas Franceschini] Verona, 15 settembre 2015.
La manifestazione settembrina dell’Accademia Filarmonica di Verona è un appuntamento imperdibile per la qualità dei concerti proposti e la variegata peculiarità delle orchestre invitate, le quali sono in questo periodo in tournée europea, toccando molteplici città italiane. È il caso della Baltic Sea Youth Philharmonic Orchestra, un ensemble formato da giovanissimi ragazzi provenienti dai paesi del nord Europa che si affacciano sul mar Baltico. Fondata nel 2008 dal Festival di Usedom è caratterizzata oltre dalla giovanissima età media dei professori d’orchestra e dall’esuberanza giovanile “di far musica” sostenuta dal loro direttore stabile Kristjan Järvi. Proprio quest’ultimo, figlio d’arte, è artefice di esecuzioni musicali a trecentosessanta gradi, non tralasciando il contemporaneo.
Il programma offerto al Teatro Filarmonico era focalizzato su autori nordici quali Nikolaj Andreevic Rimskij-Korsakov, Jean Sibelius e uno contemporaneo come Ekki-Sven Tüür.
Di Rimskij-Korsakov è stato eseguito Capriccio Spagnolo op 34, contraddistinto da una peculiare ricchezza di colori e ritmi propri della musica popolare iberica. L’orchestra è utilizzata con grande virtuosismo e brillantezza di linguaggio, raggiungendo effetti indicativi. Non mancano citazioni delle danze popolari e il finale è un travolgente presto.
Il secondo brano eseguito è stato Ardor per marimba e orchestra di Erkki-Sven Tüür. Composto agli inizi del millennio (2001-2002) il brano, per ammissione dello stesso compositore, si stacca dal suo stile attuale ed è da considerarsi più di “transizione”, lo strumento solista segue un virtuosismo diversificato ma di prim’ordine che porta a pensare o suggerisce composizioni di altri autori del secolo passato (in primis Ravel).
La Sinfonia n 2 op 43 di Sibelius rivela un tratto programmatico nelle quattro sezioni: il primo movimento è descrittivo della vita pastorale finlandese, il secondo più intimistico di fronte ad un’oppressione brutale, nel terzo si denota il sussulto del sentimento nazionale che si amplifica nell’ultimo con la speranza di una definitiva liberazione. La sinfonia è la più popolare del compositore scandinavo e pur rispettando il canone dei quattro tempi, in essa s’inseriscono elementi discontinui rispetto la prassi, come la mancanza di un’introduzione lenta, cui seguono sonorità avvincenti per finire in tempo moderato e solenne che identifica la speranza di un avvenire sereno e quieto.
L’esecuzione ha avuto come cardine la giovane e valente professionalità di Kristjan Järvi che ha saputo con carica veemente trascinare la giovane ma preparatissima orchestra in eccellenti sonorità, realizzate tramite una tecnica precisissima e una musicalità strabiliante, poiché ogni singola nota è cesellata, il ritmo è travolgente e la purezza sonora strabiliante.
Nel corso dell’esecuzione era spettacolare assistere come i professori d’orchestra cambiavano di posto, rivoluzionando l’assetto precedente delle parti.
Nel brano contemporaneo abbiamo avuto occasione di ammirare uno dei maggiori percussionisti europei: Heigo Rosin. Il ventiseienne musicista è dotato di una straordinaria tecnica la quale gli permette senza indugi di rivaleggiare superbamente con l’orchestra e affermando un talento innato di grande professionalità e dorato avvenire.
Il concerto già caratterizzato da una baldanza giovanile effervescente non ha mancato di riservare numerosi ed inconsueti bis. Tre per il giovane percussionista: “Afterglow” di propria composizione, “A little prayer” di Evelyna Glennie e “Gitano” di Alice Gomez. L’orchestra al termine del programma ha regalato al pubblico, festosissimo e con applausi ritmati, ben quattro furi programma: “Osawa” di Kilor, “La danza dei buffoni” di Cajkovskij, il finale del balletto “Figliol prodigo” di Hugo Alfen e “La morte di Aasa” da Peer Gynt di Grieg. Un concerto entusiasmante che lascerà traccia negli spettatori veronesi e non del Settembre dell’Accademia Filarmonica.

NICOLA GUERINI [Lukas Franceschini] Verona, 18 settembre 2015.
Una significativa presenza alla manifestazione del Settembre dell’Accademia è stata quella della PKF Prague Philharmonia Orchestra diretta da Nicola Guerini.
Organico che potremo definire ancora “giovane” essendosi formato nel 1994, ma ha raggiunto in breve tempo notorietà a livello internazionale. Apprezzata per il suono limpido e compatto è apprezzata soprattutto in un repertorio tipicamente classico imperniato su autori legati alla capitale austriaca e dell’est Europa. Il concerto ha mostrato tali caratteristiche affrontando autori molto diversi come Wagner, Cajkosvskij e Dvorak.
Il concerto è iniziato con il preludio dell’atto I dall’opera Lohengrin nel quale il direttore ha scelto una lettura molto analitica evidenziando più l’aspetto intimistico e contenuto rispetto ad un acceso romanticismo narrativo. L’asciuttezza della bacchetta rende pertanto un significato quasi ultraterreno (come citato dall’autore), anche se l’equilibrio, seppur ragguardevole, non abbia evidenziato pienamente gli effetti fonici dei crescendo e decrescendo.
Il concerto era dedicato al 750° anniversario della nascita di Dante Alighieri, per tale occasione è stato chiamato l’attore-regista veronese Paolo Valerio che ha recitato il V canto dalla Divina Commedia. Scelta bizzarra quanto non particolarmente azzeccata poiché l’amplificazione del microfono e la sommaria interpretazione non hanno fornito al testo la necessaria valutazione.
Nicola Guerini si è riscattato pienamente nella Fantasia Sinfonica “Francesca da Rimini” di Cajkovskij, la quale è ispirata allo stesso episodio recitato in precedenza. La duttilità dell’orchestra oltre alla sapiente intuizione interpretativa del direttore hanno fornito una lettura smagliante per drammaticità, struggente lirismo e peculiari impennate sonore. Emblematico il settore degli archi per una resa musicale d’assieme di vibrante compostezza ed elevato senso interpretativo, sorvegliati e spronati da un direttore con forte ispirazione.
Nella seconda parte abbiamo ascoltato la Sinfonia n. 8 in Sol maggiore Op. 88 di Antonin Dvorak. Classificata come ottava, ma in realtà quarta ad essere pubblicata, la sinfonia riveste carattere di spontaneità, invenzione piacevole, variegata ritmica e raffinata eleganza. Emblematici i riferimenti al valzer nel secondo movimento e la successione di variazioni, nel quarto, che culmina in sorta di grandiosa fanfara. In questo brano tutta l’arte direttoriale di Guerini è emersa in maniera evidente. Pathos, ritmo e brillantezza di colori sono stati cesellati al meglio e l’orchestra, da par suo, ha risposto alla perfezione in un crescendo meritevole dei numerosi applausi.
Elegante, vitale ed energico il bis concesso: la grande Polonaise che apre il III atto di Evgenij Onegin di Cajkovskij. Ancora una volta il polso del direttore ha dimostrato particolare predilezione e sapiente interpretazione per gli autori dell’est.
Numerose chiamate al termine per un’orchestra meritevole e un successo personale per Nicola Guerini che dirigeva nella sua città.

Juraj Valčuha [Lukas Franceschini] Verona, 21 settembre 2015. Ancora una volta l’Orchestra Sinfonica dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia è stata ospite del Settembre dell’Accademia Filarmonica, e definire il concerto con esiti trionfali non è un eccesso.
L’orchestra romana fu la prima istituzione sinfonica musicale creata nel nostro paese nel lontano 1908. Da allora il suo cammino fu sempre in ascesa, le più importanti bacchette del XX del secolo la guidarono e a numerosi compositori furono commissionati lavori per esecuzioni in prima assoluta. In questa tournée l’orchestra di Santa Cecilia, che può considerarsi tra le più rinomate ed importanti istituzioni musicali nazionali (assieme ad altre due) è stata guidata dal direttore Juraj Valčuha, musicista sopraffino che ha ormai carriera consolidata, cui è seguita, pochi anni addietro, la nomina a direttore stabile dell’Orchestra Sinfonica della Rai.
Interessantissimo il programma: Terzo concerto per pianoforte ed orchestra di Ludwig van Beethoven e la Prima Sinfonia di Gustav Mahler.
Il Concerto n. 3 di Beethoven (1800) è considerato da molti musicologi il primo pezzo per strumento solista e orchestra che denoti un inconfondibile segno del genio dell’autore. Il pianoforte, che entra nel primo movimento dopo un lungo preludio orchestrale, s’impone per la straordinaria dialettica che intraprende con l’orchestra, acquisendo una sua propria personalità, nel segno romantico, e realizzando squisiti sconfinamenti sia di segno drammatico sia lirico. In varie occasioni è la poetica, tipicamente beethoviana, contraddistinta da gioia e particolare ironia che caratterizza il “dialogo” tra solista e orchestra, raggiungendo nel rondò finale un tempo trionfante ed energico. Solista d’eccezione è stata la giovane francese Lise de la Salle, la quale ha dimostrato un’ottima capacità interpretativa passando con mano sensibile tra le diverse caratteristiche del concerto. Se nel largo del secondo movimento il respiro del fraseggio è seducente, nel rondò finale esplode la grande virtuosa, irrefrenabile ma altrettanto precisa e veemente. Non da meno ma ragguardevole coordinatore, il direttore sprona l’orchestra in rilevanti melodie e calibrate sonorità. La solista, festeggiata con numerose chiamate al termine, concede un prelibato quanto delizioso bis: Danseuses de Dalphes dal Libro I dei Preludi di Claude Debussy.
La Sinfonia n. 1 in Re Maggiore “Titano” di Gustav Mahler (1888) è ispirata dal romanzo di Jean Paul “Il Titano” e in origine aveva una sequenza di descrizione di atmosfere giovanili seguite da quelle intitolate “Comoedia humana” che il compositore abolì. E’ evidente che questo lavoro nacque sotto il segno del poema sinfonico, ma in seguito la struttura cambia forma. Il primo tempo è un’evocazione di voci della natura per poi far posto al carattere della canzone popolare che in precedenza fu usato per i “Lieder eines fahrenden Gesellen”. Il secondo tempo si rifà alla tradizione classica della sinfonia (Haydn e Beethoven) con tono aggraziato. Il maestoso e misurato terzo tempo si basa sulla canzone popolare francese Frère Jacques di grandiosa imponenza sonora, nella quale Mahler dimostra di saper cerare atmosfere piene di suggestione ed utilizzando una grande orchestra avvia un’evoluzione elaborata ricca di elementi diversi che s’intrecciano e si contrappongono tra loro. L’inizio della produzione sinfonica già determina il corso che in seguito prenderà tale inventiva in particolare con organici molto ampi e durata ben superiore alle altre composizioni del genere. In questa composizione l’orchestra di Santa Cecilia dimostra un talento innato caratterizzato da un timbro brillante, compattezza di suono e perizia tecnica di straordinario valore. Il direttore Juraj Valčuha ha fornito prova di grande interprete, capace di scolpire e mettere in rilievo la vasta tavola di colori contenuta nella partitura. Il rapporto con l’orchestra è indicativo per sintesi poetica e descrizione di assoluta raffinatezza, tenendo come denominatore comune il colore musicale, il quale è sempre intenso, malleabile e spettacolare nel decadente concetto dell’autore.
Successo trionfale al termine, dopo numerose chiamate il direttore regala al pubblico entusiasta un solo bis: l’intermezzo da Manon Lescaut di Giacomo Puccini, nel quale espressione e ricchezza di colori sono al pari del programma eseguito.

MAREK JANOWSKI [Lukas Franceschini] Verona, 24 settembre 2015.
Al Settembre dell’Accademia c’è stata l’unica tappa italiana della tournée della Rundfunk-Sinfonieorchester Berlin diretta dal loro direttore artistico e musicale, dal 2002, Marek Janowski.
La fondazione dell’Orchestra risale agli anni ’20 di una Berlino in pieno fermento culturale e la nascita dell’orchestra radiofonica va ad aggiungersi ad altre realtà locali di storica formazione e livello, in primis i Berliner. In seguito fu diretta da importanti bacchette del ‘900, raggiungendo livelli d’interpretazione che sono a modello soprattutto nel repertorio sinfonico d’oltralpe. Infatti, è indicativo il programma proposto: la Sinfonia n. 4 in Si Bem. Magg. Op. 60 di Ludwig van Beethoven e la Sinfonia n. 4 in Mi Bem. Magg. “Romantica” di Anton Bruckner, tuttavia non credo che le composizioni siano state inserite come termine di confronto di due mondi musicali notevolmente distinti.
La sinfonia beethoveniana (1806) è contraddistinta da un tema di fondo di pace serenità, un gioco lieto di colori e immagini. L’introduzione in tempo lento è seguita da un allegro scintillante, festoso e di ricercata ritmicità, cui s’inserisce un abbozzo anche umoristico riservato allo strumento solista (fagotto). Lo sviluppo musicale non denota elemento di drammaticità, alquanto rinforzato di nuova idea musicale che si adegua fluidamente nel gioioso canone dell’insieme. È possibile affermare che la sinfonia rappresenti un modello melodico romantico affine anche ad altri compositori coevi ma Beethoven trova un suo linguaggio personale nell’allegro vivace ove si ascolta un tema irresistibile e un gioco di contrattempi e risposte, come un duetto, tanto da essere classificato come uno dei movimenti più geniali e vibranti che egli abbia composto. Il finale, un puro divertimento sonoro, mette in luce la capacità dell’autore di svolgere temi gioiosi che infondono nell’essere umano un’immensa gioia di vivere e godere. Janowski è il classico esempio del grande direttore di solida tradizione tedesca, rigoroso e filologico nella concezione classica del termine. Il suono è pieno e compatto, i tempi sono misuratamente dosati su ritmi corposi e mai arbitrari. Interpretativamente egli non rifugge il romanticismo ma lo scandisce senza troppi ornamenti in un’elevata concezione teutonica di antica scuola e di forte impatto emotivo.
La Sinfonia di Bruckner, qui eseguita nella seconda versione 1878/18890, è una delle partiture più popolari del compositore austriaco. Tutte le sinfonie bruckneriane sono contraddistinte a un edificio d’imponenti proporzioni. Ad un primo movimento, nelle intenzioni dell’autore descrive una città medievale, e segnato da un apio respiro corale, segue un Andante intimamente romantico con sprazzi di malinconia, il quale si tramuta spesso in esplosione sonora, in questo caso gli ottoni hanno parte primaria, come in quasi tutto ciò che Bruckner ha composto. La copertina “naturalistica” del primo movimento è ripresa nel terzo con richiami alla caccia (corni) ed il trio imprime un chiaro disegno melodico. Il finale solenne e moderato nella parte centrale vira verso impennate violente di sonorità, massimo impegno di tutta l’orchestra, ottoni in particolare, per concludersi in un armonico e sereno come un nuovo inno di fede di elevata sensibilità. Il direttore anche nel caso di Bruckner sceglie la via del classicismo rigoroso, probabilmente è anche la sua formazione essendo nato nel 1929. L’eccelsa tecnica direttoriale è scandita in tempi precisissimi e una tensione di linguaggio, decisamente lirica. Colpisce l’enfasi poetica di lettura che contraddistingue una partitura a tratti romantica ma con grandi effetti sonori. Janowski non perde mai il senso narrativo, la tensione, il disegno ritmico, cui imprime una decisa quanto aristocratica visione, dirigendo sempre a memoria.
L’orchestra della Radio di Berlino è efficace per qualità di suono, precisone stilistica e una sezione ottoni di prim’ordine, segue con attenzione assoluta il proprio direttore esprimendosi in un suono di purissimo spessore quanto omogenea compattezza.
Il pubblico, che gremiva il Filarmonico, al termine ha tributato a direttore e orchestra un meritato e prolungato applauso.

ALBERTO MARTINI, GIUSEPPE ALBANESE [Lukas Franceschini] Verona, 29 settembre 2015.
Il penultimo concerto della rassegna Il Settembre dell’Accademia Filarmonica ha visto la partecipazione de I Virtuosi Italiani, formazione veronese di fama internazionale, i quali per la prima volta sono stati invitati ad esibirsi nella prestigiosa stagione al Teatro Filarmonico.
Il complesso nato nel 1989 è una delle formazioni più attive e qualificate nel panorama musicale, la loro particolare attitudine nel creare programmi innovativi e l’eccellente qualità artistica ne è conferma attraverso inviti internazionali in importanti festival ed istituzioni, ed una stagione propria sia a Verona presso la Sala Maffeiana sia a Venezia nella Chiesa dell’Ospedale della Pietà (luogo in cui Antonio Vivaldi per tutta la vita suonò, insegnò e vide la luce di tutte le sue opere). Anima de I Virtuosi Italiani è Alberto Martini, di cui è direttore artistico e primo violino.
Il programma presentato spaziava tra quattro autori diversissimi, a testimonianza della duttilità del complesso, e prevedeva anche la gradita partecipazione del pianista Giuseppe Albanese. Nella prima parte è stato eseguito l’Adagio per archi Op. 11 (1938) di Samuel Barber. Trattasi di un arrangiamento dello stesso Barber di un movimento del suo Quartetto per archi n. 1 (op. 11), composto in precedenza. Il pezzo segue una forma ad arco, e si articola su una breve forma melodica basata su gradi congiunti ascendenti, che vengono in seguito variati, interpolati ed invertiti. Colpisce nell’interpretazione dei Virtuosi la ricerca del dettaglio e una struggente interpretazione contaminata soprattutto da pathos e passione catartica.
Nel secondo brano, nel quale era impegnato Giuseppe Albanese, abbiamo ascoltato una “rarità” il Concerto n. 2 per pianoforte ed orchestra in fa min. Op. 21 di Fryderyk Chopin nella trascrizione per orchestra realizzata dall’autore. E’ cosa nota che Chopin sia stato il compositore per antonomasia per pianoforte ed il maggiore iniziatore e rappresentante della scuola romantica. Quando di rado si avvicinò alle composizioni con orchestra, questa fu utilizzata come accompagnamento all’adorato pianoforte. E’ decisivo il lirismo appassionato del solo strumento solista, ed è peculiare la trascrizione per orchestra d’archi che toglie ancor più quel poco sinfonismo che non era nelle corde dell’autore. In questo caso i Virtuosi sono stati abili, precisi e partecipi accompagnatori ma la parte del leone l’ha avuta il pianista Albanese. Artista di nota e chiara fama, ha riconfermato le sue qualità interpretative di eccelso virtuosismo con suono ammaliante e tempistica di forte vigore. Colpisce, in particolare, la ricerca del dettaglio, le note sciorinate con una naturalezza e una poesia che incantano, accumunando una perizia tecnica trascendentale. Un boato ha accolto il pianista al termine della meravigliosa esibizione, il quale non ha potuto esimersi dai bis: il Notturno in do diesis Op. postuma e in una virtuosa Polacca, si presume sempre di Chopin.
Nella seconda parte è stato eseguito il Preludio e Scherzo per archi Op. 11 di Dmitrij Šostakovič, opera giovanile, interessante e musicalmente molto influenzata dai compositori del periodo a cavallo tra XIX e XX secolo. Il programma è stato chiuso con la Serenata per archi in Mi Magg. Op. 22 di Antonin Dvorak, al quale s’impone all’ascolto per una serie di pezzi brevi legati da una leggerezza e ed eleganza espressiva brillantissima. E’ un tipico esempio di musica boema ispirata al senso della natura, ma non meno suggestivi sono freschezza ed equilibro classico nella costruzione. La brillante esecuzione dei due pezzi, trova nel complesso d’archi I Virtuosi Italiani un’appropriata musicalità, accomunati da una facilità interpretativa di prim’ordine eseguendo come un pezzo d’assieme la vorticosa Serenata, e quando occorre lo strumento solista emerge puntuale.
Festosi applausi al termine, anche per gli archi è stato d’obbligo il bis, due per la precisione, Nyman in Lezioni di Piano, e da Le Quattro Stagioni di Vivaldi il Presto dall’Estate.

Gianandrea Noseda [Mirko Gragnato] Verona 5 Ottobre 2015.
L’Orchestra Filarmonica del Teatro Regio Torino dopo il successo ad Aix en Provence e a Torino porta al Settembre dell’Accademia il concerto per pianoforte e orchestra n.2 op.18 di Rachmaninov e Shehèrazade op.35 di Rimskij-Korsakov.
Quando l’iniziativa di validi musicisti porta alla nascita di un’orchestra, con le finalità di promuovere un repertorio e una cultura musicale, è difficile trovare auspici migliori. Questo è avvenuto a Torino nel 2003 quando i professori d’orchestra del Teatro Regio si sono messi insieme per costituire la Filarmonica ‘900. Il nobile intento per questa formazione è da sempre legato al suo nome, con il profondersi nella scoperta e riscoperta del repertorio del XX secolo, che spesso latita nei cartelloni dei teatri per programmi più classici. L’orchestra, sin da subito, ha ricevuto l’attenzione del pubblico e della critica internazionale e da quando, nel 2007, Gianandrea Noseda ne è diventato direttore musicale ha ricevuto inviti dai maggiori festival europei e d’oltre oceano; si è realizzato anche l’incontro con i grandi compositori contemporanei, come, ad esempio, Sophia Gubaidulina, per la quale è stata eseguita in prima mondiale “Warum”. L’eclettismo che contraddistingue l’orchestra la porta all’incontro anche con tutti quei linguaggi che il Novecento racchiude, dal jazz, alla musica popolare, alle colonne sonore, in maniera da sdoganare i cliché e gli stilemi in cui spesso si ghettizza la musica “colta” o “seria” che dir si voglia.
Il Secondo Concerto per pianoforte in Do minore di Rachmaninov e la suite sinfonica Shehèrazade di Rimsky Korsakov avevano già visto il successo della filarmonica con alla testiera Kathia Buniatishvili sia ad Aix en Provence che a Torino; a Verona, invece, accompagnato dalla bacchetta di Noseda, si è trovato il pianista macedone Simon Trpeski che vanta un sodalizio decennale con il maestro. Le aspettative per il concerto erano molto alte, ma la serata le ha in parte disattese. La direzione di Noseda si è manifestata con energico vigore, sfogandosi però in movimenti esagitati e poco chiari che non hanno aiutato il dialogo tra il pianoforte e l’orchestra nella prima parte, ma attirando l’attenzione del pubblico. Il secondo concerto di Rachmaninov spesso viene citato nelle colonne sonore di film e programmi Tv , tale da renderlo anche un pezzo più POP, fino ad arrivare ad ispirare pezzi di Frank Sinatra o addirittura dei Muse; per la sua bellezza è il più eseguito dei quattro concerti per piano, e seppur Trperski, sia un validissimo esecutore, ha mancato di trasmetterne la carica emotiva e anche se qualche tentativo di climax c’ è stato non sempre ha ricevuto il sostegno dall’orchestra mancando il pieno incontro di intenzioni e pathos. Alla conclusione del concerto il pianista ha offerto due bis, nel primo, “Vocalise” di Rachmaninov, duettando con il primo violoncello e poi offrendo un pezzo di un compositore suo connazionale; la serata si è conclusa un po’ sotto tono, senza che sia stata messa in evidenza la sua vera qualità virtuosistica che l’ha visto ospite dei maggiori teatri del mondo.
In Shehèrazade l’orchestra ha tirato fuori solo in parte la sua forza e Noseda, forse un po’ affaticato dagli eccessi della prima parte, ha mancato della giusta verve. Sin dall’inizio i colori dal piano al fortissimo che riempiono questo capolavoro non rendevano il vigore tipico dei russi con i quali Rimskij-Korsakov tempesta il mare dove naviga la nave di Simbad. Non si capisce perché tutti i soli del primo violoncello, che era già emerso nel bis duetto con Trpesky, fossero impregnati di un timbro aspro e teso. Invece pregevoli i soli del primo violino che popolano tutta la suite sinfonica e che non hanno mancato di messa di voce e di un timbro caldo. Pregevoli gli interventi dei corni e dei legni, tra cui primeggiava il clarinetto.
L’orchestra del Regio ha sempre dimostrato di avere qualità di suono e di intensità, anche grazie alla guida di Noseda, è stata capace di esecuzioni magistrali. Purtroppo il potenziale di questa orchestra non si è dimostrato appieno in questo concerto, forse per le ennesime esecuzioni dello stesso programma che nel corso di quest’anno hanno popolato stagioni di concerti e calendari di registrazioni, svuotandolo via via del suo significato. Quindi si auspica un ritorno della Filarmonica del Regio nel teatro dell’Accademia, con rinnovate energie, per poter veramente apprezzarne le qualità.

GREGORY KUNDE, VITTORIO VITELLI [William Fratti] Parma, 10 ottobre 2015.
Una serata davvero indimenticabile quella che ha visto Gregory Kunde protagonista del concerto di auguri al caro compositore delle Roncole. Dopo i mormorii di Otello e altri continui cambi di cast ne Il corsaro, finalmente una serata degna del Festival Verdi che ha scaldato il cuore di tutti gli appassionati intervenuti. Il tenore americano, già apprezzato lo scorso anno sul palcoscenico del Regio in occasione di Fuoco di Gioia, si è cimentato in una serie di arie del Cigno di Busseto, da Luisa Miller a La forza del destino, mostrando una vocalità liricissima e musicalissima, eccellente nel fraseggio e nell’uso dei colori, nella dizione e nell’uso della parola; fino a esprimere forti emozioni – molto diverse da ciò a cui il pubblico è abituato secondo la tradizione – ne La traviata e Rigoletto, titoli del suo vecchio repertorio, ma che è bello sentire interpretare, almeno una volta, con la voce di Otello. Un piccolo screzio accade al termine di “Di quella pira” – cantata senza da capo e con qualche tacet di troppo – ma Kunde chiede scusa a Verdi e la ricanta, così come si deve! Ed è un meritatissimo successone. Lo affianca il bravissimo Vittorio Vitelli, che fraseggia meglio e si esprime con un suono più pulito in Rigoletto e Macbeth piuttosto che in Attila, ma la vocalità è assolutamente salda, omogenea e ricca d’accento, pur con qualche piccola incertezza in alcuni acuti estremi e nelle note più basse in Ernani e La forza del destino. Molto ben amalgamati sono i duetti con Kunde. I bravi solisti sono accompagnati al pianoforte dall’eccellente Beatrice Benzi, che si cimenta in un paio di assoli, tra cui un bellissimo Valzer in fa maggiore in cui mostra un tripudio di colori e sfumature. Successo davvero entusiastico per tutti.

TIZIANA CARUSO, ANNA MALAVASI, RUDY PARK, DALIBOR JENIS [Lukas Franceschini] Verona, 11 ottobre 2015.
La stagione concertistica 2015-2016 dell’Associazione musicale Verona Lirica si è inaugurata domenica pomeriggio in un Teatro Filarmonico interamente esaurito in ogni posto.
Come di consueto il Concerto inaugurale ha avuto la partecipazione dell’Orchestra della Fondazione Arena diretta dal maestro Giorgio Croci. I concerti di Verona Lirica sono da anni un consolidato appuntamento mensile con cantanti internazionali ed è l’unico appuntamento veronese, dedicato a tale repertorio, che va da ottobre ad aprile-maggio.
Il quartetto di solisti che si sono esibiti domenica scorsa non ha bisogno di presentazione peculiare, tanto sono conosciuti dal pubblico per la loro importante carriera: il soprano Tiziana Caruso, il mezzosoprano Anna Malavasi, il tenore Rudy Park e il baritono Dalibor Jenis.
Il concerto è stato aperto nelle due parti in cui è suddiviso da due Overture d’opera di particolare interesse poiché trattasi di opere poco eseguite in Italia ma collegate al grande repertorio tedesco e d’indiscussa levatura musicale: Tannhäuser e Der Freischutz. In entrambe le esecuzioni si è ammirata un’orchestra in forma smagliante, dalla piena sonorità e con una particolare e vibrante compattezza, guidata con mano sicura e precisa dal maestro Croci. Il maestro ha dato particolare rilievo anche ai brani orchestrali nel corso del concerto, in primis il soave preludio atto IV da Adriana Lecouvreur di Francesco Cilea ma anche nel delicato intermezzo da Pagliacci di Ruggero Leoncavallo.
Il primo cantante ad esibirsi è stata Anna Malavasi, che nell’aria di Azucena “Stride la vampa” ha esibito ottimo temperamento accomunato da una forbita musicalità. Dalibor Jenis ha cantato “Dio di Giuda” da Nabucco offrendo la sua morbida e magnifica voce in un’esecuzione particolarmente ispirata.
Il primo duetto, “Già nella notte densa” che chiude il primo atto de Otello di Giuseppe Verdi, è stato eseguito da Tiziana Caruso e Rudy Park. Si è potuta ammirare la visibile delicatezza del soprano e la solida robustezza del tenore, accomunati entrambi da ispirato sentimento. In seguito, ancora da Otello, Park e Jenis hanno fornito un’ottima prova nel duetto “Era la notte”, nel quale il tenore ha espresso la sua consumata solidità, mente il baritono ha evidenziato un fraseggio e un’interpretazione meritevole di forte encomio, scandendo parole e note nel prefetto binomio interpretativo. La signora Caruso ha proposto come brano solistico la seconda aria di Leonora da La forza del destino di Verdi, “Son giunta… Madre pietosa vergine”, nella quale ha evidenziato uno stile e un accento molto veemente, caratterizzando l’aria di toccante interpretazione e di ottima fattura vocale in tutti i registri. Rudy Park ha entusiasmato il pubblico con un suo cavallo di battaglia, molto popolare ma sempre gradito, “Nessun dorma” da Turandot di Giacomo Puccini, esibendo una voce duttilissima è molto prodiga nel settore acuto. Ha concluso la parte ufficiale un’intera sezione d’opera: da Il Trovatore di Verdi è stato eseguito tutto il finale atto IV da “Madre non dormi?”. Anna Malavasi è stata convincente e con voce da vero mezzosoprano nel cantare la confusa e rimembrante Azucena, al suo fianco un rifinito e puntuale Park. Il tenore ha avuto accenti struggenti nel successivo duettino-terzetto con Tiziana Caruso, Leonora, soprano di rifinita drammaticità cui si è aggiunto nel finale Dalibor Jenis, freddo e deluso Conte di Luna.
L’orchestra ha regalato al pubblico, festosissimo, un bis: la Danza ungherese n. 5 di Johannes Brahms. Successo bellissimo per questo primo appuntamento e pertanto come dice il proverbio “il mattino si vede dal buongiorno…”.

ANTONIO PAPPANO [William Fratti] Parma, 18 ottobre 2015.
Il concerto dell’Orchestra dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia diretta da Antonio Pappano è stato indubbiamente il momento musicale e artistico più elevato di tutto l’anno 2015 del Teatro Regio di Parma; e gli applausi, i fragori, le ovazioni che hanno accompagnato il termine di ognuna delle esecuzioni lo ha dimostrato attraverso il favore del pubblico; ma c’è da domandarsi che cosa abbia avuto a che fare con un Festival Verdi che continua a non essere tale. Ma proprio perché l’estasi ha raggiunto livelli inimmaginabili nell’attuale panorama culturale cittadino, occorre smettere di farsi simili domande e semplicemente godere del dono.
Lo smalto ardente e brillante, il suono preciso e pulito, l’organico compatto e omogeneo fanno di questa orchestra una delle migliori al mondo ed è addirittura in grado di superare se stessa quando guidata dal suo direttore musicale. Ed è così che i quattro pezzi verdiani eseguiti cessano di essere ouverture e preludi per diventare pagine da concerto. C’era quasi da aspettarselo con le sinfonie di Luisa Miller e La forza del destino, dove Pappano si contraddistingue per un fraseggio ben accentuato e caratterizzato – eccellente l’oboe – ma più rara è l’esecuzione del preludio de I masnadieri, dove un superbo violoncello ha saputo rendere la tragedia come mai si era sentito. Ma il vero – unico – pezzo da festival è stata la sinfonia di Aida scritta per la prima della Scala e mai eseguita fino al 1940. Come già affermato da Toscanini un secolo fa, tale sinfonia è un raffinato pezzo da direttori e questo concerto è certamente il momento migliore, con i musicisti migliori e il miglior direttore, per poterla eseguire, per poterla far ascoltare al melomane pubblico parmigiano e non solo.
Con la settima di Beethoven Antonio Pappano e l’Orchestra dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia dimostrano di possedere una capacità di dialogo elevatissima. Non c’è più bisogno di gesto, ma solo di pensiero e di sguardo. La magia avviene da sé, attraverso l’armonia, la melodia, le tematiche, la capacità di spaziare nell’organico, aprendo e chiudendo un sistema che produce emozioni e sensazioni raffinate e sublimi.
Gli applausi sono vere ovazioni da stadio, ma il bis concesso è uno soltanto: la nona variazione di Edward Elgar che giustamente ricorda Beethoven.

NELSON FREIRE [Mirko Gragnato] Verona, 19 ottobre 2015. Il pianista sudamericano Nelson Freire torna a Verona chiamato per inaugurare la 106a stagione degli Amici della Musica.
Con un breve discorso il presidente Oreste Ghidini ha ringraziato gli affezionati e i nuovi abbonati, che ieri hanno riempito la platea del teatro Ristori; cui sono seguiti i ringraziamenti agli istituti di credito come Fondazione Cariverona e Banco Popolare per il sostegno economico, e, nonostante i tempi, anche il Ministero dei beni e le attività culturali che non ha mancato di sostenere l’attività degli Amici della Musica, segno che il suo valore va oltre i confini delle mura veronesi.
Accanto alle grandi istituzioni anche il Gruppo Manni, realtà virtuosa e sensibile dell’imprenditoria locale, ha mostrato il suo sostegno alla stagione che quest’anno è assai pregevole, un cartellone di grandi nomi, che spazia dalla letteratura di Bach, al classico, arrivando sino al Jazz e a compositori come Arvo Pärt e Takemitsu. Nelson Freire ieri è tornato a Verona, il nome del prestigioso pianista si è visto sui cartelloni dei concerti in città solo grazie all’Accademia Filarmonica e adesso anche agli Amici della Musica, segno che laddove c’è chi non investe sulla crescita culturale, c’è chi invece prosegue lodevoli propositi per tenere viva la cultura nella città che non è solo Arena e Giulietta e Romeo.
Con l’impazienza degli spettatori il concerto è iniziato in ritardo, questo perché il maestro, nonostante l’altissimo livello artistico e la più che approfondita conoscenza della letteratura pianistica, per tutto il pomeriggio sino a mezz’ora prima dell’inizio ha studiato al piano i singoli passi, con l’umiltà di un semplice studente che si avvia a un esame importante, il tutto per rendere al meglio le dinamiche dei pianissimi e i fortissimi, dei crescendo e di tutti gli altri colori, in un teatro nel quale suonava per la prima volta; lasciando appena il tempo ai tecnici per fare qualche rapido controllo e prova luci appena prima dell’inizio.
Ad aprire le danze Johann Sebastian Bach, la Partita in Re maggiore, la quarta delle sei inserite nella raccolta che porta l’umile nome di Klavier Ubung, esercizi per tastiera, che di certo sono qualcosa di più di un semplice esercitarsi. Freire accolto da calorosi applausi, sedutosi al piano e appena poggiate le mani alla tastiera non ha atteso nemmeno un istante, subito l’ouverture ha segnato non solo l’inizio della suite ma soprattutto l’apertura della stagione. Una versione della partita più spedita, senza ritornelli e tutta d’un fiato, da capo a fine, passando di danza in danza, ma nelle quali l’aria e la sarabande sono state risultato di raffinata qualità. Dopo Bach, Ludwig van Beethoven: con la Sonata n. 31 in La Bemolle maggiore op. 110, nella quale il maestro con gli accordi ripetuti in un solenne crescendo del terzo movimento ha riempito il teatro di tensione emotiva, scuotendo gli spettatori dalle loro poltrone e rapendoli in un’esecuzione di rara bellezza, lasciandoli smarriti dopo i passaggi a scaletta nell’ultimo accordo di La Bemolle che si perde nel silenzio sospeso di una pausa di croma. A seguire dopo l’intervallo le Visions Fugitives di Sergej Prokofiev e la Sonata n.3 in Si Minore op. 58 di Fryderyk Chopin, una sonata dal sapore più formale, nella quale non sono mancati virtuosismo e intensità; appena offuscata solo nel passaggio dal terzo al quarto movimento, quando il pianista nel suo andare spedito, senza indugiare, ha fatto seguire al colore piano dell’accordo del Largo direttamente i forti del Finale Presto, il tutto senza respiro, perdendo quel prezioso silenzio, spesso abusato dai colpi di tosse, che tiene insieme i mondi di movimenti diversi.
Gli applausi a conclusione sono stati entusiastici, non sono mancati “bravo” dalla galleria e il maestro ha voluto omaggiare il pubblico con tre bis: tra cui un passo dalle Goyescas di Enrique Granados e dall’opera di Christoph Willibald Gluck in una versione pianistica de La morte di Orfeo.

PASCAL ROPHÉ, EMMANUEL PAHUD [Margherita Panarelli] Torino, 23 Ottobre 2015.
Prosegue la stagione dell’Orchestra Sinfonica Nazionale della Rai con un ospite di levatura internazionale: Emmanuel Pahud.
L’eccezionale Primo Flauto dei Berliner Philharmoniker torna a Torino a due anni di distanza dalla sua ultima apparizione in concerto all’ Auditorium “Arturo Toscanini” e lo fa con due brani molto diversi tra loro: il modernissimo Concerto per flauto e orchestra di Marc-André Dalbavie e il Concerto in sol maggiore KV 313 per flauto e orchestra di Wolfgang Amadeus Mozart.
Pahud porta ad entrambi una tecnica perfetta, un suono sempre cristallino e un’agilità delle dita strabiliante uniti ad una sensibilità interpretativa unica nel suo genere. Il primo brano gli consente di dare sfogo ad ogni virtuosismo di cui è capace – volatine, frullato – e Pahud gli conferisce eleganza e vigore. Atmosfere opposte in Mozart che Pahud infonde di ancora più grazia e leggiadria di quanto immaginabile; il secondo movimento è interpretato con fraseggio delicato, pianissimi prodigiosi; Le cadenze sono altrettanti momenti dove questo straordinario interprete può dimostrare il suo valore ancora meglio.
L’Orchestra Sinfonica Nazionale della Rai sostiene e accompagna con l’usuale perizia il flautista svizzero. Il concerto è aperto da Le festin de l’araignée, delizioso poema sinfonico di Albert Roussel e chiuso dalla Sinfonia n.3 di Arthur Honegger, lugubre e funebre come suggerisce il titolo, Liturgique. Ineccepibile l’esecuzione dell’ Orchestra in entrambi i casi diretta con ottime scelte di tempi e con gusto da Pascal Rophé.

VIKTORIA MULLOVA, KATIA LABEQUE [Mirko Gragnato] Verona, 29 Ottobre 2015.
Viktoria Mullova e Katia Labeque trasportano il pubblico veronese nel mondo del contemporaneo con il concerto per gli Amici della Musica.
Viktoria Mullova, decoratissima violinista che ha raggiunto le vette del premio Sibelius e del premio Cajkovskij ancora giovanissima, famosa anche per la romanzesca fuga dalla Russia sovietica che le ha permesso di raggiungere l’ovest e da lì lanciarsi verso una carriera sfolgorante. Recentemente l’attenzione dei media si è interessata anche alla sua vita privata, in quanto compagna per molto tempo del Maestro Claudio Abbado scomparso nel gennaio dell’anno scorso. Katia Labeque, nota nel panorama internazionale per i duetti con la sorella Marielle oltre che per le altissime qualità di virtuosa, per l’eccezionale capacità comunicativa dei suoi concerti e per divulgare la musica con simpatia e affabilità divenendo tra l’altro, in duo con la sorella, la pianista preferita dalla regina del pop, Madonna.
Dal 2001 è iniziato il sodalizio Mullova-Labeque, che porta le due artiste ad esibirsi in concerti di musica da camera nelle più importanti stagioni musicali. Queste due stelle del firmamento musicale grazie agli Amici della Musica di Verona, sono finalmente venute ad esibirsi sul palco del Teatro Ristori.
Il programma della serata mostra subito l’intenzione del duo, abbracciare la musica a tutto tondo, intrecciare antico e contemporaneo con una dimensione di continuità e non di cesura partendo dall’ultima sonata di Mozart per arrivare a Takemitsu e Pärt. Nella prima parte del concerto la Sonata per violino e pianoforte in La Maggiore, K 526, di Mozart e la prima sonata di Schumann in La minore, op. 105, purtroppo sono passate un po’ sotto tono. La parte del violino in Mozart si è mostrata distaccata in una lettura superficiale che non ha reso appieno il valore musicale di questa sonata, limitandosi al virtuosismo tecnico che nel presto finale ha pure mostrato qualche incertezza.
Lo stesso è avvenuto per la sonata di Schumann trattata solo con appena meno distacco, a parte qualche cima emotiva del primo movimento, e nell’accordo del movimento Lebhaft, dopo la vivace corsa di semicrome, il suono si è spento in un accordo dal vibrato nervoso, che forse era lo specchio di una non completa certezza della mano sinistra. Pregevole invece la parte eseguita al pianoforte da Katia Labeque, che purtroppo non trovava complemento nella lettura violinistica un po’ superficiale di Viktoria Mullova.
La seconda parte del concerto invece ha segnato la svolta con la parte del programma che vedeva Distance de Fèe di Toru Takemitsu e Fratres di Arvo Pärt, suonate di seguito senza interruzione, seguiti dalla Sonata n.2 in sol maggiore di Maurice Ravel: uno sguardo al presente per poi finire con chi ha vissuto a cavallo tra XX e XXI secolo. Nei due pezzi di Takemitsu e Pärt, Viktoria Mullova ha veramente tirato fuori i denti e ha mostrato tutta la sua qualità di musicista e di étoile del violino, esplorando tutte le sonorità e le potenzialità che lo strumento, uno stradivari Julius Falk del 1723, le offriva. Tra le armonie e i suoni distanti dal sapore debussyano, che echeggiavano in Distance de Fée, Katia Labeque ha preparato il terreno e permesso ai suoni separati e lontani di intrecciare un legame emotivo che per un pezzo contemporaneo non sono così scontati. Passando poi all’ostinato scivolo di note che Part tesse in “Fratres” per violino accompagnandolo dai solidi accordi del piano per poi trattenerci sospesi tra lunghi suoni armonici.
Il duo Mullova-Labeque ha così emozionato il pubblico veronese trasportandolo nel mondo del contemporaneo e da questa scoperta ha preso congedo con un quasi silente battito sulle corde del violino, un colpo d’archetto che ci ha lasciati con l’orecchio teso alla ricerca di altri suoni lasciandoci smarriti sino a riprendere il contatto con la realtà grazie un crescendo di applausi.
Il concerto dopo questo climax emotivo aveva già dato molto, ma restava ancora l’ultimo pezzo in programma: la Sonata n.2 in Sol Maggiore di Maurice Ravel. In questa sonata ritornano i temi ostinati affidati stavolta al pianoforte, mentre il violino esplora la gamma delle sue sonorità gravi sulle corde di Sol e Re.
Ricco di simpatia invece il secondo movimento, che inizia con dei pizzicati ricordando forse lo spirito popolare della musica notturna di Boccherini cui seguono le dissonanze proposte del piano che sul solco del folk ci portano nel pieno spirito blues che contraddistingue il secondo movimento e dal cui ritmo è difficile sfuggire. Ritmo che diventa padrone nell’ultimo movimento: Perpetuum Mobile Allegro.
L’ostinato nei passaggi di rapide note legate e al detaché continua inesorabile come un meccanismo industriale che ci rapisce totalmente nella sua corsa senza fine. Quando ad un tratto… stop! Si ferma lasciandoci interdetti dal movimento ipnotico dell’avambraccio e dei su e giù dell’archetto.
Un concerto inconsueto, dal tocco concreto dell’attualità e dall’inconsistente frenesia che la contraddistingue, per essere poi addolcito dal bis che il duo ha proposto con una danza sudamericana frutto del recente progetto di Viktoria Mullova “Stradivarius in Rio”.

JOHN AXELROD [Margherita Panarelli] Torino, 29 Ottobre 2015.
John Axelrod torna all’ Auditorium “Arturo Toscanini” di Torino per dirigere la Sinfonia No. 6 di Gustav Mahler.
L’ Orchestra Sinfonica Nazionale della Rai, in splendida forma, esegue la maestosa sesta Sinfonia di Mahler. Axelrod, e l’orchestra, lavorano egregiamente sui contrasti timbrici e di atmosfere tra i movimenti e all’interno dei movimenti stessi di questa Sinfonia “Tragica”. I tempi scelti da Axelrod mettono in risalto questa attenzione alla partitura. L’oscillare tra la più cupa disperazione e la flebile speranza che in fondo una esistenza non costellata da affanni sia possibile è la cifra stilistica di questa sinfonia ma è fin troppo facile ridurla ad un gioco di contrasti dimenticandosi che questi contrasti musicali raccontano di emozioni umane e dell’effetto che questi conflitti interiori hanno sulla psiche umana, quella psiche e quei conflitti che Mahler ha saputo raccontare così bene nella sua musica.
Axelrod segue infatti le indicazioni temporali di Mahler , e l’Orchestra lo asseconda senza indugio attraverso la marzialità sinistra e il nostalgico tema di Alma del primo movimento, i ritmi frenetici del secondo movimento che hanno sapore di ridda infernale, il momentaneo idillio bucolico del terzo movimento e il fragoroso quarto movimento coronato dai celebri colpi di martello i quali spengono ogni residua fiammella di quella speranza che il tema di alma ed il terzo movimento avevano esposto. È eccellente la prova di ogni maestro d’orchestra ma lode particolare in questa occasione va alla sezione degli ottoni e ai percussionisti i quali si sono distinti per la loro bravura tecnica e interpretativa. Il pubblico entusiasta accoglie con lunghi calorosi applausi gli orchestrali e Axelrod stesso per questa splendida esecuzione del capolavoro di Mahler.

HUI HE, SANJA ANASTASIA, ANDREA CARÈ, FEDERICO LONGHI [Lukas Franceschini] Verona, 1 novembre 2015.
Il secondo appuntamento con la Stagione Concertistica dell’Associazione Verona Lirica ha avuto la partecipazione del soprano Hui He, del mezzosoprano Sanja Anastasia, del tenore Andrea Carè, del baritono Federico Longhi e del Brass Quintet Arena di Verona.
È stato il Quintetto di ottoni ad aprire il programma con due brani tratti dal classico repertorio jazz-dixit americano, proseguendo con Harlem di Hanghel Gualdi. Non è mancato un classico di Duke Ellingthon nel quale il quintetto ha dimostrato ottima preparazione e una duttilità interpretativa di livello. I brani conclusivi, una rivisitazione dell’Alleluja handeliano in chiave jazz e soprattutto Harlem di Scott Joplin e America  ancora di Gualdi hanno confermato l’estrema versatilità del gruppo, molto affiatato e che meriterebbe un palcoscenico più personalizzato per esplorare e far conoscere questi repertori anche al pubblico solito frequentare opera e concerti classici.
Federico Longhi ha interpretato con gusto e carisma l’aria di Ford dal Falstaff verdiano, esprimendo una carica umana interpretativa ragguardevole. Il suo secondo intervento sempre da un’opera buffa, Gianni Schicchi di Giacomo Puccini, nella quale ha dimostrato ottima verve e un fraseggio molto raffinato e divertente nel cantante l’aria Vittoria! Vittoria!. La duttile voce dell’artista gli permette senza problemi di spaziare anche nel repertorio romantico francese, infatti esibendosi nell’aria di Valentino Avant de quitter ces lieux da Faust di Gounod ha messo in evidenza una vocalità particolarmente timbrata e un gusto interpretativo assolutamente rilevante, per non dire sorprendente per linea di canto in un repertorio che solitamente non siamo abituati ad ascoltarlo.
Sanja Anastasia si è esibita nell’aria O mio Fernando da La Favorita di Gaetano Donizetti nella quale ha evidenziato il suo personale registro grave, molto autorevole. Ha poi interpretato l’aria Acerba voluttà da Adriana Lecouvreur, brano particolarmente impegnativo nel quale la cantante si è distinta onorevolmente.
Andrea Carè ha cantato l’aria di Rodolfo Quando le sere al placido da Luisa Miller di Verdi dimostrando di possedere una buona voce lirica e un gusto interpretativo romantico rilevante accumunato ad un eloquente fraseggio. Quando successivamente ha cantato la celeberrima E lucevan le stelle da Tosca di Puccini, ha saputo mantenere un appropriato equilibrio tra intimismo e disperazione con toccanti colori, percorrendo un repertorio più adatto alle sue corde vocali.
Hui He ha interpretato l’aria di Amelia Morrò ma prima in grazia da Un ballo in maschera, dimostrando la consueta attitudine nella ricchezza di armonici. Tacea la notte placida da Il trovatore di Verdi è stato il suo secondo intervento, nel quale ha mezzo in luce le sue particolari doti di lirismo canoro.
Il primo duetto è stato interpretato dal mezzosoprano Anastasia e dal tenore Carè, i quali si sono esibiti nel duetto finale dell’opera Carmen di Georges Bizet. Il tenore ha esibito una voce molto robusta ma duttile accentando la disperazione dell’innamorato abbandonato mentre il mezzosoprano ha evidenziato con forti accenti il ruolo.
Hui He e Andrea Carè hanno eseguito il debutto finale atto I Bimba dagli occhi pieni di malia da Madama Butterfly di Puccini, evidenziando entrambi un’interpretazione appassionata e di sensibile partecipazione, in particolare per il soprano il suo momento migliore dell’intero concerto.

FRANCESCA DEGO, FRANCESCA LEONARDI [Mirko Gragnato] Verona, 4 novembre 2015.
Francesca Dego e Francesca Leonardi, intrecciando forza e delicatezza nelle sonate per violino e pianoforte di Beethoven, aprono il ciclo dell’esecuzione integrale promosso dagli amici della musica.
Il teatro Ristori non manca di pubblico per la stagione degli amici della musica, in platea e galleria è difficile trovare posti vuoti, segno sia della qualità sia la stagione propone sia la sensibilità della cittadinanza risponde all’appello del sodalizio musicale.
Le giovani Francesca Dego, violino, e Francesca Leonardi, pianoforte, nonostante la giovane età sono già un duo che negli anni si è costruito un’affinità e un equilibrio speciale, tant’è che l’integrale delle sonate di Beethoven è stata recentemente registrata per l’etichetta Deutsche Grammophon e con ancora il compact fresco di stampa sono state invitate dagli Amici della Musica che per questa stagione hanno fatto un lavoro di “bulino” per un cartellone di altissima qualità.
La Francesca al Violino – che già vanta un curriculum di rilievo iniziando giovanissima, appena undicenne, a eseguire concerti con le più prestigiose orchestre e ricevendo inviti da tutto il mondo – ha subito mostrato le sue doti di virtuosa attenta e premurosa, specialmente con i colori e le dinamiche, costruendo un intreccio di delicatezza e intensità: fortissimi dai suoni pieni ma mai urlati, pianissimi dalle note tenui ma consistenti degnamente accompagnati al piano da Francesca Leonardi.
La pianista forte della sua poliedrica preparazione anche come clavicembalista e cantante, non poteva che andare nel profondo della parte, permettendo un dialogo intenso, non facendo mancare mai l’equilibrio tra lo strumento ad arco e la tastiera. Agilità, accelerati, accenti e cambi repentini di colore continuano in questo intreccio di voci che si accompagnano l’un l’altra, nessuna predomina ma entrambe si sostengono.
Il programma del concerto affiancava le sonate in Sol Maggiore numero 8 op.30 e n. 10 per farvi seguire la famosa sonata n.9 in La Maggiore, la “Kreutzer” e un pezzo contemporaneo.
Nell’ottava sonata l’unisono di note all’inizio nell’Allegro Assai corre in un crescendo che ci trascina direttamente nella musicalità di un Beethoven ormai adulto, maturo e pre romantico, animandoci nel forte ma cullandoci con le dolci note nel piano che la partitura richiede e che le due giovani virtuose hanno dolcemente eseguito. Il movimento quasi a tempo di danza saltellata non ha mancato però di verve, nei ribattuti sforzati eseguiti dalla Dego con incisione ma senza strapparne il suono, così come i decisi e agilissimi trilli.
Il tocco elegante di Francesca Leonardi, nei colori tenui del piano, canta nel minuetto in piena sintonia con le lunghe doppie corde affidate al violino di Francesca Dego, per poi riprendere con un’agile corsa nel breve Allegro vivace.
Difficile raccontare invece la grazia sospesa tra le note dell’allegro moderato della sonata 10 op. 96, l’equilibrio dei toni in “forte” e i “piano” posti con un fraseggio e un’intenzione altamente sensibile, che non manca però di osare, rapendoci nell’incanto con i lunghi passaggi delle note legate.
Dopo l’intervallo, nell’Adagio Sostenuto della sonata Kreutzer, il primo accordo del violino s’impossessa del palcoscenico chiudendosi in un diminuendo cui poi segue il fortissimo ingresso della tastiera sfumando anch’esso nel piano. I passaggi da una voce all’altra sempre più sostenuti portano al formidabile presto, nel quale Francesca Dego fa volare l’archetto con un agile balzato, cui seguono le semiminime tenute ma mai sfumate o secche nel colpo d’arco.
È formidabile sentire come Francesca Leonardi e Francesca Dego siano riuscite a raggiungere un timbro e un tocco talmente simile che la frase posta dall’una e riproposta dall’altra sembrino un tutt’uno, un continuo di uno strumento nell’altro.
Alla fine della Kreutzer scrosci di applausi, già nel pubblico ci s’interrogava su quale potesse essere il bis, ma il programma non era concluso mancava un “fuori programma programmato” come l’ha definito Francesca Dego e cioè il pezzo “E d’ego l’adorni” di Alberto Schiavo, giovane compositore, classe 1983, al quale gli amici della musica hanno commissionato il pezzo in prima esecuzione per la serata.
Le note distanti che si richiamano l’un l’altra, quasi con un effetto eco, purtroppo non hanno retto il paragone con i capolavori beethoveniani.
Apprezzata l’iniziativa di promuovere nuove produzioni musicali, affidandole a giovani compositori, ma il pezzo è passato un po’ in sordina per poi essere seguito da ulteriori applausi e altri due bis tante sono state le chiamate del pubblico, in uno spirito di continuità le “Sei danze tedesche” di Beethoven e per congedarsi, infine, con la breve bagatella di Busoni.
In attesa di sentire le altre sonate che compongono questa integrale di esecuzione non si può che apprezzare l’intesa musicale che questo duo racchiude nel pregevole compact che hanno prodotto.

JURAJ VALČUHA, STEVEN ISSERLIS [Margherita Panarelli] Torino, 6 Novembre 2015.
Steven Isserlis
, ospite per la prima volta dell’Orchestra Sinfonica Nazionale della Rai di Torino, si cimenta nel Concerto n. 1 in mi bemolle maggiore op. 107 di Dmitrij Šostakovič con la direzione di Juraj Valčuha.
Valčuha e l’Orchestra Sinfonica Nazionale della Rai aprono il concerto con l’ Ouverture da Der Freischütz di Karl Maria von Weber, “l’opera romantica” andata in scena per la prima volt a Berlino nel 1821. Valčuha guida l’ orchestra con l’usuale precisione durante la prima, solenne e misteriosa, parte dell’ouverture e la seconda, più serena e cantabile dominata dal tema di Agathe, la promessa sposa di Max, protagonista dell’opera.
Il concerto prosegue con il Concerto n. 1 in mi bemolle maggiore op. 107 di Dmitrij Šostakovič che vede protagonista il violoncello di Steven Isserlis. Oltre ad un eccezionale virtuosismo si percepisce da parte del violoncellista inglese un completo abbandono alla musica. Occhi chiusi, concentrazione totale: Isserlis sente ogni nota attraverso ogni fibra del suo corpo.
È chiaro che l’impegnativo concerto di Šostakovič, composto notoriamente per il grande violoncellista russo Mstislav Rostropovič, non presenta alcuna difficoltà di esecuzione per Isserlis e questo gli consente di trasportarci attraverso la giocosità umoristica del primo movimento, il serio e compassato secondo movimento, con una cadenza che da modo a Isserlis di dimostrare ulteriormente tutta la sua maestria ed il suo talento, ed il finale che torna alle atmosfere del primo tempo. Isserlis concede anche un breve bis al pubblico entusiasta.
Valčuha dirige poi l’Orchestra nella Sinfonia n.5 in si bemolle maggiore op.100 di Sergej Prokof’ev che chiude il concerto. Ottimista e trionfale nel suo celebrare la fine della Seconda Guerra Mondiale, la Sinfonia n.5 è un ottimo modo per l’Orchestra di mettere in mostra le proprie qualità di coesione e di dialogo tra le sezioni. Valčuha tiene ben salde in mano le redini dell’orchestra e riesce a non far mai crollare il fragile meccanismo simile a quello di un orologio, in particolare nel secondo movimento, di questa Sinfonia dai ritmi serrati. Ottima anche in questo caso la ricezione da parte del pubblico dell’ Auditorium “Arturo Toscanini” della Rai di Torino.

IAN BOSTRIDGE, DANIEL SMITH [Margherita Panarelli] Torino, 12 Novembre 2015.
Ian Bostridge
torna all’ Auditorium Arturo Toscanini di Torino accompagnato da Daniel Smith con un programma legato da un mesto fil-rouge di storie di giovani vite tragicamente troncate da guerre o altre tragedie.
Daniel Smith apre il concerto con l’Ouverture Fantasia Romeo e Giulietta” di Pëtr Il’ič Čajkovskij eseguita con grande slancio istrionico e una buona dose di accorato lirismo ben sposato alle dolenti melodie del compositore russo. Ottima la risposta dell’orchestra intera all’esuberante direzione, senza partitura per l’intero concerto, di Daniel Smith. Plauso particolare alla sezione dei legni, ai sempre ottimi percussionisti e ai violini che hanno assecondato alla perfezione le esigenti richieste della partitura di Čajkovskij.
Il programma prosegue con quattro Lieder dal “Des Knaben Wunderhorn” di Gustav Mahler: Des Antonius von Padua Fishpredigt, Der Tamboursg’sell, Revelge e Wo die schönen Trompeten blasen.
Da rinomato interprete liederista qual è Ian Bostridge ha cesellato un’interpretazione emotivamente accattivante e raffinata. Traspaiono un attento studio del testo e una sensibilità eccellente che si traducono in un’esecuzione toccante e coinvolgente. Il singolare timbro del tenore inglese uniti alla sua abilità interpretativa rendono la sua esecuzione di questi quattro Lieder eccellente: pianissimi e messe di voce eseguiti perfettamente, registro acuto cristallino accompagnato da un altrettanto sicuro registro grave e fraseggio accuratissimo sono solo alcuni dei pregi di questo interprete d’eccezione. L’orchestra ha accompagnato diligentemente il tenore inglese.
Il concerto si conclude con una roboante esecuzione della Sinfonia Eroica di Ludwig Van Beethoven. Daniel Smith sceglie tempi pachidermici e soffoca gli slanci patetici di questa sinfonia nei momenti di spavalderia militaresca, che pure ne fanno parte, rompendo però in questo modo l’equilibrio della partitura Beethoveniana.

TON KOOPMAN, TINI MATHOT [Mirko Gragnato] Milano, 17 novembre 2015.
Ton Koopman e Tini Mathot celebrano le composizioni per tastiera intrecciando le mani tra clavicembali, organetti e fortepiano accompagnando Klaus Mertens attraverso le note di Bach padre e figlio, Haendel, Haydn e Mozart.
Un concerto veramente raro sia per il programma proposto, sia per gli strumenti sul palcoscenico: è molto raro poter apprezzare gli strumenti a tastiera in tutte le loro sonorità, manca solo il pianoforte a cui però la Società del quartetto di Milano si è degnamente prodigata per dare spazio con un ciclo di concerti con pianisti di altissimo livello da Zimmerman alla Uchida.
Il programma oltre ad essere interessante vede sul palcoscenico marito e moglie, uniti nella vita come nella musica, Ton Koopman e Tini Mathot, con loro un amico di sempre, di cui se siete affezionati ai concerti della società del quartetto avrete potuto apprezzare la voce di basso nel Messiah eseguito nel dicembre 2013.
Un programma ghiotto che ha permesso di poter sentire in concerto, eseguita dal duo di coniugi, la suite a deux clavencis in do minore di Haendel, un pezzo molto discusso dagli studiosi: la parte del secondo clavicembalo sopravvive solo in parte, molto di essa doveva essere improvvisato e probabilmente era lo stesso Haendel ad eseguirla.
La voce di Klaus Mertens, accompagnata dal maestro Koopman, piena sia nelle noti gravi e sia ben presente anche nella fascia più acuta ha ridato vita alla cantata “dalla guerra amorosa” scritto da Georg Friedrich Haendel mentre era ospite del marchese Ruspoli a Roma. “La bellezza è come un fiore di primavera” recita questa pregevole cantata, l’unica con testo italiano della serata che omaggia la bellezza con continui Sali scendi della voce del basso ai quali Mertens ha mostra piena abilità nel muoversi per tutta l’estensione vocali con agili scale dalla nota grave fino alla nota oltre il cambio di timbro sempre con uguale intensità.
Nella rarità del concerto l’esecuzione di Carl Philipp Emanuel Bach del “preludio e sei sonate pel Organo” nel quale il registro da organetto ha coccolato con un suono tenero e affettuoso l’udito del pubblico per seguire con la cantata “der Fruhling” che recita “jetzo verbreitet die Freude die sanftern Fluegel un trag mich hoch in die Wolken” “Ora la gioia stende le tenere ali e mi porta in alto sulle nubi” così la musica di Carl Philipp Emmanuel Bach mostra la capacità di non esser secondo al padre dal quale purtroppo spesso viene adombrata, un degno omaggio ad un compositore poco conosciuto che nell’anno scorso ha celebrato i 300 anni dalla nascita.
A seguire sempre con Bach, quello per eccellenza: Johan Sebastian.
In un’esecuzione dell’Aria in Sol delle variazioni Goldberg, eseguita come di consueto da koopman a velocità rapida ma sempre con una tensione emotiva forte e intensa avvolta da un totale silenzio della sala.
A cui sono seguite le cantate willst dui dein herz mir shenken BWV 518, Die Tobackspfeie BWV515a raramente eseguita racconta del piacere del fumo, “So ich oft meine tobackpfeife mit gutem knaster angefuelt” “afferro la mia pipa piena di buon tabacco” fa sorridere e pensare nella melodia cantata dal basso che associa al fumo i pensieri di morte anticipando di secoli le conoscenze di oggi ma allo stesso tempo comprendendo le difficoltà di chi va ghiotto di tabacco.
A queste arie l’esecuzione del Praeludium et fuga in do maggiore per organo BWV 547 in una versione per due clavicembali.
A Bach non poteva che seguire mozart di cui l’andante con variazioni in sol maggiore K501 è stata eseguita in duo per clavicembalo e forte piano, una vera rarità poter sentire sonorità così diverse e allo stesso tempo così lontane da quelle a cui siamo abituate da farci fare un viaggio nel tempo alla scoperta di qualcosa un po’ smarrito e dimenticato come i lieder scritti da Mozart di cui non si vede quasi mai traccia nei programmi dei concerti.
Il concerto poi si è concluso con altre arie di Haydn e il pezzo per orologio Musicale dai Floeten Music Hob. XIX e soprattutto con le pregevoli Select Collection of ORiginal Scottish Airs scritte nei primi anni del 1800 sul finire della vita di Haydn su commissione di George Thomson, un curioso personaggio legato al mondo e alla tradizione scozzese, che con un profondo intento culturale per pubblicare un’enciclopedia di arie e pezzi popolari scozzesi; nonostante il periodo storico fosse sconvolto dalle guerre napoleoniche il buon Thomson si era rivolto per il medesimo fine sia a Beethoven sia a Hummel, ma solo Haydn alla fine aveva accettato la proposta di questo filantropo della cultura del profondo nord della Gran Bretagna.
Un pregevole programma per rarità, collezione di strumenti e alto valore artistico dei musicisti, la società del quartetto si mostra sempre attenta al lavoro del musicista che non si ferma alla mera esecuzione ma prosegue nello studio e nella ricerca, su sonorità antiche di strumenti perduti, mostrando sul palcoscenico un percorso evolutivo degli strumenti a tastiera e un volto di compositori collocati nel pantheon musicale con un po’ di umanità con cantate d’amor cortese, odi alla pipa e sonate per orologi musicali.

CHRISTIAN BLACKSHAW, OMER MEIR WELLBER [Margherita Panarelli] Torino, 20 Novembre 2015.
Christian Blackshaw e Omer Meir Wellber all’Auditorium “Arturo Toscanini” della Rai di Torino con musiche di Strauss, Mozart e Schubert.
Meir Wellber da il via al concerto con la Serenata in mi bemolle maggiore op.7 per tredici strumenti a fiato di Richard Strauss. I tredici strumenti raccolti a semicerchio in piedi intorno al direttore sono una vista inusuale di questi tempi nelle sale da concerto ed è una scelta interessante. L’esecuzione è leggera ed elegante, forse troppo, ma il risultato è senza dubbio gradevole.
Christian Blackshaw esegue il Concerto n.27 in si bemolle maggiore KV 595 per pianoforte e orchestra di Wolfgang Amadeus Mozart e la sua è un’interpretazione delicata, leggiadra, cristallina e precisa nella dita di Blackshaw e nelle intenzioni. Meir Wellber e l’orchestra accompagnano con altrettanta maestria e precisione. I tempi scelti sono moderati e consentono di far notare ogni passaggio, ogni nota, mai a scapito della coerenza interna al brano.
L’Orchestra Sinfonica Nazionale della Rai sempre con Meir Wellber alla guida chiude il concerto con una veemente esecuzione della Sinfonia n.3 in re maggiore D 200 di Franz Schubert. Veemenza che lascia ancora spazio alle melodie bucoliche scelte da Schubert per questa Sinfonia di emergere. L’ammirevole equilibrio trovato da Meir Wellber e dall’OSN e l’esecuzione entusiasta conquistano il pubblico che tributa gli interpreti con lunghi applausi.

ALEXANDER LONQUICH [Mirko Gragnato] Verona, 24 Novembre 2015.
Per il terzo concerto della stagione 2015/2016 La giovane orchestra del teatro olimpico di Vicenza colpisce con entusiasmo e forza d’insieme il pubblico degli amici della musica di Verona.
La OTO (Orchestra Del Teatro Olimpico di Vicenza), nonostante veda la sua nascita nel 1980, attualmente è il frutto di un progetto di grande valore e al contempo di investimento sulle giovani generazioni, sì perché l’OTO, a discapito del nome non è concentrata solo sull’orecchio, ma bensì a promuovere l’ascolto e la crescita come organismo d’insieme, una creatura in divenire, un’entità in crescita che può solo che migliorare.
Tutti i giovani diplomati under30 che la compongono vengono un po’ da tutta Italia e nell’ottobre 2014 hanno sostenuto le audizioni per entrare nei ranghi dell’orchestra. Il progetto di durata biennale prevede che per ogni concerto vi sia una sorta di ritiro, che mi piace definire “spirituale”, in 5 giorni di intenso lavoro d’ensemble sotto la guida del direttore principale e di validi docenti preparatori: tutti prime parti di importanti complessi orchestrali o da camera italiani. Così seguiti i giovani musicisti vanno a costruire e a ricercare quella dimensione per essere parte di un tutto, o come direbbe Dumas, “Tutti per uno, uno per tutti”, divenendo un unico strumento, un’unica entità: come fila, come sezione, come orchestra. Si respira assieme, si suona assieme.
Nella cornice di Villa san Fermo a Lonigo, dove alloggiano gli orchestrali per il ritiro, in una dimensione di esclusiva convivenza non si vanno solo ad ottimizzare l’intensità e la qualità dello studio e delle prove, ma anche quell’intreccio di rapporti umani, basati sulla reciproca conoscenza e amicizia, importanti per quel sentimento di concordia e unione che arricchiscono il “suono” di un’orchestra.
Questo progetto che segue il solco di altre orchestre italiane attualmente è unico in Veneto, e nella sua realizzazione offre ai giovani musicisti della OTO un percorso altamente formativo della pratica orchestrale al fine di superare audizioni per incarichi nelle più importanti orchestre e al contempo offrire stagioni musicali di alto livello ospitate nella splendida cornice del Teatro Olimpico di Palladio.
Alla giovane orchestra si affianca la guida di una pregevole mano, quella di Alexander Lonquich, pianista di alto livello che già giovanissimo si fece notare nel panorama musicale internazionale.
Con l’esecuzione di Prokofiev, Strauss e Mendelssohn si è dato prova di non voler essere relegati all’esecuzione della musica da camera, repertorio tipico delle orchestre giovanili, ma vere produzioni di un’orchestra classica e romantica.
Nella prima sinfonia in Re Maggiore op. 25 di Sergej Prokofiev l’orchestra ha dato prova della sua forza unitaria e del suo entusiasmo in un’esecuzione veramente godibile nella quale l’intenzione musicale, seppur con qualche imprecisione, è riuscita ad emozionare il pubblico del Ristori.
I forti e gli accenti dell’allegro erano il frutto di un suono corale, di un’intesa veramente rara anche nelle orchestre di professione, pregevoli gli ingressi del clarinetto e dei legni e veramente di qualità la fila delle viole, le quali risuonavano come un unico strumento dal suono caldo e profondo, cosa che ha raggiunto il suo apice nell’Intermezzo larghetto.
Lonquich, nonostante il ruolo di direttore non ha smesso i panni del pianista, poggiando la bacchetta e facendo largo al pianoforte gran coda tra i leggii dell’orchestra ha mostrato tutte le sue capacità virtuosistiche in Burlesque di Richard Strauss, pezzo nel quale i timpani fanno il loro ingresso con passo felpato, sottovoce, a differenza dell’orchestra che esce di colpo con tutta la sua forza.
Nonostante il virtuosismo di Lonquich il pianoforte non è riuscito ad emergere dall’orchestra, per questioni di visibilità del direttore lo strumento era privo di coperchio depotenziandone l’acustica e rendendolo muto.
Ranghi serrati, legati sia nei momenti di profondo pathos sia anche nell’errore, nei ranghi dell’OTO qualunque musicista è come la cellula di organismo vivente, dove tutti collaborano in sinergia.
Nella terza sinfonia di Mendelssohn sin dal primo movimento andante con moto l’orchestra ha dato il risultato di una ricerca che porta ad un suono profondamente unitario, anche se forse i tempi dei successivi movimenti risultano essere un po’ trattenuti, rallentati, anche a seguito di una preparazione che non ha permesso di osare con un programma che risulta essere così denso e non di facile esecuzione. Questa realtà orchestrale magari non farà felici i puristi che guardano più al puntiglio di quella nota o del passaggio non molto preciso, ma la sintonia che riesce a trasmettere oltre all’emozioni e l’entusiasmo che viene prodigato in quest’orchestra ha riscosso comunque il consenso del pubblico del Ristori che non ha mancato di applausi.

LA CREAZIONE [Margherita Panarelli] Torino, 25 Novembre 2015.
Per il terzo appuntamento della sua stagione concertistica 2015/2016 il Teatro Regio di Torino sceglie La Creazione di Franz Joseph Haydn.
Una composizione di tale impatto sul panorama musicale europeo come La Creazione di Franz Joseph Haydn pone diverse sfide agli interpreti e in questo caso le sfide sono brillantemente superate a partire dalla direzione di Antonello Manacorda: compatta, quasi muscolare, ma attenta a non lasciarsi sfuggire i momenti di maggior lirismo. I tre solisti hanno assolto al loro compito con altrettanto buoni risultati.
Il soprano americano Robin Johannsen, nei ruoli dell’ Arcangelo Gabriele e di Eva ha un colore caldo e affascinante, discreta facilità nel registro acuto dove mantiene l’emissione piena e risonante che sfuma in pianissimi molto ben calibrati. Buon risultato anche nella distinzione tra i due ruoli che deve sostenere all’interno dell’Oratorio: differenzia Gabriele e Eva dando una qualità più eterea, ultraterrena alla sua interpretazione del primo e un fraseggio che evidenzia le qualità umane di Eva sottolineando il suo amore per Adamo e per il mondo che la circonda, alla seconda.
Juan Francisco Gatell è un interprete generoso nell’emissione e il timbro è piuttosto piacevole. Il ruolo di Uriele ben si addice alla solare voce del tenore argentino che colpisce già dall’esordio “Nun schwanden vor dem heiligen Strahle”. Eccellente anche Stephan Loges come Raffaele e Adamo. La sua è un’interpretazione stentorea, sempre solenne – I due ruoli non sembrano presentare difficoltà per il basso-baritono tedesco. L’emissione è solidissima in tutti i registri, salvo qualche occasionale ventura nel registro acuto non perfettamente eseguita, ma il complesso dell’esecuzione è ottimo e anche lui riesce ad infondere un entusiasmo più umano a Adamo così come Robin Johannsen con Eva.
Ottima la prova del coro, qui chiamato ad interventi altisonanti, affiancato dall’Orchestra del Teatro Regio in gran forma come il suo solito. Il risultato è un’esecuzione di grande pregio per uno dei grandi capolavori del XVIII secolo.

LA CREAZIONE [Mirko Gragnato] Torino, 25 Novembre 2015.
Al secondo concerto Sinfonico del Teatro Regio lo stupore del pubblico davanti alla Creazione di Haydn diretta dal maestro Antonello Manacorda.
Per l’esecuzione della Die Schopfung – la creazione – di Franz Joseph Haydn, l’orchestra del Teatro Regio è posta sotto la guida del maestro Antonello Manacorda che con sapiente cura dei colori e delle dinamiche ha portato il pubblico ad ascoltare i primi suoni dell’universo e la creazione del mondo come l’immaginazione e il genio musicale di Haydn lo avevo composto.
Nell’ouverture de la rappresentazione del Chaos, l’orchestra guidata dal maestro ha reso le intensità telluriche di quello che sembra una parafrasi musicale della teoria del big bang, suoni fortissimi, esplosioni acustiche di ottoni e percussioni, seguite da flebili e impercettibili note legate degli archi, la cura del maestro direttore nel rendere questo effetto è sembrata maniacale, lo spettatore per sentire i violini doveva veramente tendere l’orecchio, creando un senso di attesa e aspettativa che porta al massimo coinvolgimento.
I forti degli ottoni riempivano la grande sala del teatro seguiti dai tenui suoni dei legni, per poi esplodere nuovamente in un crescendo di percussioni con un picco negli ottoni, sonorità sconvolgenti e livelli di tensione altissima così come è richiesto dalla partitura del prolifico compositore austriaco.
Nel corso di quello che è l’ouverture del caos “ Vorstellung des Chaos” vi è la percezione di qualcosa di indefinito che si definisce, che da infinito diventa finito e tra i rombi, i sussurri, con le pregevoli scalette del clarinetto e del flauto si giunge dopo 58 battute di metamorfosi al consolidarsi nella tonalità di Do in coincidenza del recitativo dell’Arcangelo Raffaele – Im Anfange schuf Gott Himmel un erde” in principio Dio creò il cielo e la terra” – interpretato dal basso Stefan Loges e accompagnato dai suoni cupi dell’orchestra.  Segue un coro quasi sussurrato che pronuncia il ”fiat lux “ – Es werde Licht – per poi il “fuit lux” – Es ward Licht – al quale segue un improvviso fortissimo che evoca il forte bagliore che si sprigiona dalle tenebre.
Compare ora l’arcangelo Uriel interpretato dal tenore Juan Francisco Gatell con il recitativo “e Dio vide che la luce era cosa buona”- und Gott sah das Licht, das es gut war – a quale segue la prima aria di questo capolavoro intrecciandosi con l’intervento giocoso del coro – und eine neue Welt entspring auf gottes Wort – “e un nuovo mondo sorge alla parola del signore”.
La narrazione viene ripresa dall’arcangelo Raffaele in un recitativo nel quale l’orchestra anima tutti i nuovi fattori del creato dalle stelle, alle acque turbinanti degli oceani, sino ai flutti e alla pioggia che in un passaggio di piani e staccati degli archi ricorda la tempesta del Barbiere rossiniano.
Quando ecco che Gabriel, interpretato dal soprano Robin Johannsen, compare direttamente con l’aria – Mit Stauen sieht das wunderwerk – e sin da subito si capisce la qualità di questa giovane cantante, intrecciandosi poi con l’intervento del coro.
Questa la struttura della creazione, parti solistiche che traggono liberamente dal testo del Paradiso Perduto di Edward Milton nella traduzione di Gottfried van Swieten affidando al coro invece le citazioni dei salmi.
Con il recitativo 6 – Und Gott sprach… – ”e Dio disse…” segue l’aria – Rollend in schaumenden Wellen – “in turbini di onde spumeggianti” – in cui il basso Loges finalmente ha modo di mostrarsi per la sua voce, solida e piena seguendo con dolcezza il –“leise rauschen gleitet fort – “sommesso scorre il limpido ruscello” che con un po’ di fragilità sulle note acute della scaletta su “stillen tal”, ma  con voce pienamente profonda nelle note più gravi.
Con il 14. – Die Himmel erzaehlen – il coro, forse il più famoso di questo capolavoro, si manifesta intrecciandosi al trio dei tre solisti che finalmente sentiamo vocalmente assieme.
Per questa esecuzione una gran nota di merito va data alla presenza femminile che sia nel coro sia nella parte solistica ha dato man forte al genere maschile.
Nel fugato dei soli di “In alle welt” il soprano Johannsen primeggia e nel “keiner Zunge fremd” sboccia in tutta la bellezza della sua voce chiara e limpida.
Poi ovviamente chiamarsi Robin, che in inglese significa “pettirosso”, non poteva dare certo maggiore ispirazione nell’aria del soprano in cui Johannsen nelle vesti di Gabriel narra la creazione degli abitanti del cielo, gli uccelli. Dall’aquila, alle colombe, dall’allodola e all’usignolo; l’acuto de “Aus jedem Busch” mostra tutta la qualità di questa cantante che con la sua voce riempie l’intera sala del teatro regio, lasciando il pubblico immobile ad ascoltarla, quasi calato in un religioso silenzio. Difficile trattenere gli applausi dopo tanta perizia nelle agilità e nella chiarezza vocale e interpretando quasi scenicamente il ruolo, come se effettivamente il teatro fosse popolato di volatili. Gallet e Loges purtroppo non reggono il paragone con la Johannsen ma nei momenti in cui le voci del tenore e del basso si sovrappongono o si intrecciano con la voce del soprano è come se venissero contagiate dalla sua qualità.
Veramente pregevole il duetto Adam ed Eve tra il basso Loges e il soprano Johannsen, resta un mistero come lei riesca a migliorare le qualità vocali altrui, forse un timbro ricco di armonici quasi vi sia qualcosa di magico nella sua voce.
Uno spettacolo veramente ricco e di pregio, peccato un po’ per le voci maschili che nel coro non risaltano come quelle femminili. Un direttore, il maestro Manacorda, che ha veramente guidato con sapiente gestualità i colori di una partitura ricca di sfumature dal valore semantico, di una narrazione che coinvolge ed emoziona. Una colonna sonora per un racconto che colpisce generazioni e generazioni da più di cinque millenni evocato con maestria e teatralità.

JURAJ VALČUHA, VILDE FRANG [Margherita Panarelli] Torino, 27 Novembre 2015.
Vilde Frang
si unisce all’Orchestra Sinfonica Nazionale della Rai, diretta da Juraj Valčuha per un concerto con musiche di Benjamin Britten e Felix Mendelssohn-Bartholdy.
Bella come un’immagine tratta da un quadro preraffaelita,Vilde Frang fa il suo ingresso insieme al Maestro Valčuha per dare via al concerto con il Concerto in re minore op.15 per violino e orchestra di Benjamin Britten. La violinista norvegese produce un suono affascinante, avvolgente – da eccellente artista qual è esegue ogni momento del brano con intensità, non tralasciando di sottolineare alcun particolare della difficile prova richiesta al solista da Britten.
Immersa nella musica veramente anima e corpo, Vilde Frang restituisce all’ascoltatore un’emozione autentica, rende suo il mondo uscito dalla fantasia del compositore del Suffolk, e lo fa con tale perizia e precisione che incanta l’interezza del pubblico dell’ Auditorium “Arturo Toscanini”. Lunghi applausi e un delizioso bis concludono un’esecuzione che rimarrà a lungo impressa nella nostra memoria. L’orchestra, sempre eccellente, ha accompagnato con grande entusiasmo la giovane violinista, i tempi scelti hanno messo in luce le qualità di tutti i maestri d’orchestra e le sonorità Britteniane hanno dato loro modo di confrontarsi con un repertorio e uno stile relativamente poco frequentati in Italia.
Valčuha ha tenuto in mano le redini saldamente anche nella seconda parte del concerto che ha visto l’Orchestra cimentarsi con la Sinfonia n. 3 in la minore op. 56 “Scozzese” di Felix Mendelssohn-Bartholdy. Dalle riflessioni intime di Britten ci ritroviamo a confrontarci con le desolate brughiere e le tempestose scogliere scozzesi così egregiamente raccontate da Mendelssohn. Eccellenti le sezioni del legni e degli ottoni, senza dimenticare l’ottima prova degli archi e delle percussioni.
Valčuha segue a puntino le notazioni in partitura, la tensione narrativa non scema neanche un attimo: il mondo quasi fiabesco della sinfonia prende vita con energia e eleganza. Anche questa volta il pubblico in sala tributa questa eccellente esecuzione con lunghi, assolutamente meritati, applausi.

PINCHAS ZUKERMAN, AMANDA FORSYTH [Lukas Franceschini] Verona, 30 novembre 2015.
Con certezza possiamo definire straordinario il concerto tenutosi al Teatro Filarmonico da I Virtuosi Italiani diretti dal grande Pinchas Zukerman, esibitosi anche come violino solista, e con la partecipazione della violoncellista Amanda Forsyth.
Non voglio essere polemico con il pubblico veronese ma la presenza di tal espressivo artista nella nostra città avrebbe dovuto produrre un assalto al botteghino, invece la serata del concerto il teatro era in sostanza vuoto. Zukerman credo si sia già esibito a Verona in anni passati, ma l’occasione era veramente irrinunciabile poiché l’attività del maestro è svolta principalmente all’estero.
Il programma prevedeva l’esecuzione di tre autori: Antonio Vivaldi, Luigi Boccherini e Wolfgang Mozart. Il direttore e violinista, la violoncellista e l’Orchestra I Virtuosi Italiani hanno esibito una prova memorabile per smalto, tecnica e incisività stilistica che resterà memorabile nella storia concertistica veronese.
Nel primo brano, il Concerto per violino, violoncello e orchestra in Si bem. Magg. RV 547 di Vivaldi, gli esecutori hanno fornito d’impatto la precisione tecnica, lo stile encomiabile e una perizia di assoluto valore. Ancor più elettrizzante il Concerto in Do min. RV 199 “Il sospetto” nel quale il virtuoso solista Zukerman fonde una precisa esecuzione nel fraseggio, stile e impatto virtuosistico che confermano il nome del grande violinista. Il preciso accompagnamento dei Virtuosi è da manuale nella scia della scuola d’archi italiana.

La violoncellista Forsyth ha avuto modo d’imporsi nel Concerto n. 9 sin Si bem. magg G 482 di Boccherini nel quale la sua eccellente tecnica, musicalità di valore assoluto. La precisine della solista si ammira in particolare nel mirabile virtuosismo acuto cui lo stile dell’esecutrice regala momenti di grande emozione.

Ha terminato la serata il Concerto n.5 KV 219 di Mozart, opera di brillante e sicuro effetto. Lo strumento solista è trattato nella valorizzazione tecnica dell’epoca, arrivando nel tempo finale in figurazioni ornamentali e l’inserzione di breve periodo alla truca di effetto trascendentale. Zukerman non delude anzi, ammalia per semplicità di esecuzione ispirata e di perfezione somma. Grande serata di grande musica, anche se pochi.

JOSEP PONS [Margherita Panarelli] Torino, 3 Dicembre 2015.
Ricco della verve delle composizioni di Alberto Ginastera e Manuel de Falla l’ottavo concerto della Stagione 2015/2016 dell’Orchestra Sinfonica Nazionale della Rai entusiasma il pubblico dell’ Auditorium “Arturo Toscanini” di Torino.
Il direttore ospite Josep Pons da il via al concerto con quattro danze dal balletto Estancia di Alberto Ginastera che racconta la storia di una giovane contadina infastidita dalle attenzioni di un ragazzo di città su cui cambierà opinione quando lo vedrà impegnarsi nel lavori dei campi come lei. In un crescendo vorticoso si passa dal dolce e calmo ambiente del primo quadro “Gli agricoltori” al frenetico ritmo del Malambo nel quarto quadro – Pons gestisce con grande intelligenza i ritmi e le atmosfere della routine della vita del campi, egregiamente assecondato dall’orchestra, man mano accompagnando l’ascoltatore alla tumultuosa “Danza finale”.
Anita Rachvelishvili fa poi il suo ingresso e incanta l’uditorio con le Siete canciones populares españolas di Manuel de Falla nella versione orchestrata da Luciano Berio con un’esecuzione di grande pregio. Il mezzosoprano georgiano dimostra ancora una volta di possedere un registro grave sonoro e sicuro ed un registro acuto eccellente, il tutto con una emissione sempre omogenea in tutti i registri ed un attenzione al testo encomiabile. L’orchestra ha ben sostenuto e accompagnato l’intero ciclo di canciones.
In chiusura Maria Toledo ha eseguito El amor brujo di Manuel de Falla. La cantaora ha portato l’antica arte del cante flamenco di cui è una delle paladine moderne alla composizione di de Falla accostando questo suo canto al proprio stile personale invece molto moderno ed alle melodie del compositore spagnolo ottenendo un contatto a primo impatto disorientante ma sicuramente molto interessante.

ROBERTO CORLIANÒ [Lukas Franceschini] Verona, 6 dicembre 2015.
Il concerto natalizio di Verona Lirica si è aperto con il Quartetto d’Archi dell’Arena di Verona e al pianoforte Roberto Corlianò, i quali hanno eseguito La Marsigliese in ricordo e onore delle vittime del terribile attacco terroristico a Parigi del 13 novembre. La serata aveva anche uno scopo benefico nel raccogliere fondi per l’Associazione Oncologica Italiana Mutilati della Voce.
All’inizio durante i saluti Verona Lirica ha ospitato un rappresentante sindacale delle maestranze della Fondazione Arena, i cui lavoratori sono in seduta permanente di protesta con riferimento alla difficile situazione dell’istituzione. È doveroso rilevare che i lavoratori non hanno voluto protestare attraverso il consueto sciopero ma hanno confermato tutto il calendario in programmazione, suonando nelle centrali piazze e vie della città per far conoscere alla cittadinanza il loro disagio. In tale ottica l’orchestra offrirà due concerti gratuiti il 13 dicembre al Teatro Filarmonico e il 21 dicembre nella Chiesa di San Nicolò.
Il Quartetto d’Archi dell’Arena di Verona è composto dagli eccellenti professori Gunther Sanin e Vincenzo Quaranta (violini), Luca Pozza (viola) e Sara Airoldi (violoncello), i quali hanno eseguito il preludio da I atto da Il ballo in maschera di Verdi nella trascrizione per quartetto d’archi mostrando le singole sezioni strumentali nel delicato e frizzante brano iniziale dell’opera con la consueta ottima professionalità. A conclusione della prima parte abbiamo ascoltato l’Intermezzo da Manon Lescaut eseguito con encomiabile trasporto. Assieme al pianista, peraltro eccellente accompagnatore, nella seconda parte abbiamo avuto il piacere di ascoltare un’inedita parafrasi per archi e pianoforte dall’opera Les Pêcheurs de perles di Georges Bizet composta dallo stesso Corlianò, pezzo di estrema eleganza e lucida poesia. Il brillante Roberto Corlianò si è esibito anche in un’altra propria trascrizione per piano solo da Samson et Dalila, confermandosi eccellente pianista e musicista.
Il Quartetto è stato anche coprotagonista in alcuni brani eseguiti dai solisti come nel caso dell’esibizione del basso Mattia Denti che ha cantato l’aria di Zaccaria “Vieni o Levita” da Nabucco, sfoderando una buona attitudine nel legato accomunata da un incisivo fraseggio e con voce piena e robusta. Il basso emiliano ha poi proposto con rilevante caratterizzazione l’aria “Ecco il mondo” da Mefistofele di Arrigo Boito (titolo purtroppo ormai scomparso dai cartelloni teatrali) e ha concluso con la grande aria e cabaletta di Silva da Ernani ove ha riconfermato le positive doti canore.
Nino Surguladze si è cimentata in Granada di Augustin Lara, un successo internazionale portato alla ribalta solitamente da voci tenorili, ma il giovane mezzosoprano georgiano l’ha cantato in maniera stilizzata anche se corretta, mentre ha letteralmente emozionato il pubblico quando ha cantato una preghiera folkloristica del suo paese d’origine “La faccia del sole” di Alexi Machavariani, brano di straordinaria bellezza per intimismo e particolare liricità che la cantante ha reso con grande partecipazione.
Maria Letizia Grosselli ha esibito la sua sicura e precisa professionalità in “Vissi d’arte” da Tosca di Puccini, cui è seguita la performance del tenore Rubens Pellizzari, accompagnato dal Quartetto, nel celebre “Tu che m’hai preso il cor” da Il paese del sorriso di Franz Lehar con vivo temperamento.
Maria Letizia Grosselli ha proseguito, accompagnata dal Quartetto, cantando la preghiera di Desdemona dal verdiano Otello con partecipata ispirazione e la romantica Aria di Doretta da La Rondine di Giacomo Puccini.
Pellizzari si è esibito con molta emotività e slancio interpretativo in una bellissima esecuzione di “Recitar… Vesti la giubba” da Pagliacci di Leoncavallo e ha terminato il concerto assieme a Nino Sugurladze nel duetto del IV atto di Aida, ove entrambi hanno trovato accenti e interpretazione rimarchevoli.

MAX EMANUEL CENCIC [Lukas Franceschini] Venezia, 9 dicembre 2015.
Il Concerto di canto organizzato dal Venetian Centre for Baroque Music al teatro Malibran con la presenza del controtenore Max Emanuel Cencic, è stata un’occasione peculiare per ascoltare dal vivo uno dei più famosi cantanti odierni in un repertorio barocco raramente eseguito nel nostro paese e dedicato al repertorio italiano con arie napoletane del ‘700.
Il programma del concerto era in parte suggerito dall’ultima pubblicazione discografica del cantante assieme all’Orchestra Il Pomo d’Oro, presente anche a Venezia. La performance del cantante croato è stata purtroppo un appuntamento mancato rispetto la fama che circonda l’artista soprattutto discograficamente. Complice anche una svogliata e “spenta” orchestra diretta dal giovane Maxim Emelyanychev, la quale pur con volenterosa partecipazione non ha sempre mantenuto un’intonazione precisa e l’esecuzione al cembalo, lo stesso direttore, è parsa limitata quanto a volume e stile. Le tre esecuzioni solo orchestrali, la Sinfonia VII in Do Magg. di Domenico Scarlatti, l’Adagio e fuga in sol min. di Johann Adolf Hasse e il Concerto per Cembalo in Re Magg. d Domenico Auletta, sarebbero state occasioni imperdibili per bellezza inventiva qui realizzate con estraniato tempismo e discutibile stile.
Delude, nel suo complesso, anche l’esibizione di Cencic, e ciò farebbe anche riconsiderare la produzione discografica di tali voci di controtenore che ben diversamente appaiono a un ascolto dal vivo. Incomprensibile come un cantante di tale fama esegua tutto il concerto con spartito sul leggio, le otto arie in programma sarebbero potuto essere studiate a memoria com’è lecito aspettarsi. Tuttavia il programma era accattivante. La prima parte interamente dedicata all’opera Didone abbandonata su musiche di Nicola Porpora e Domenico Sarro, è passata quasi sotto silenzio per mancanza d’accento da parte del cantante, sempre preciso tuttavia, ma le parti di furore erano spente e poco sviluppate quasi a dimostrare una sommaria apatia.
Il tono del concerto cambiava leggermente nella seconda parte, nella quale dobbiamo riconoscere al cantante una perizia interpretativa e un accento più incisivo e variegato, anche se come in precedenza lo stile delle arie di furore era sempre contenuto e poco espressivo. Il momento migliore l’aria Qual turbine che scende da “Germanico in Germania” di Porpora. Le altre erano In questa mia tempesta (“Eraclea” di Leonardo Vinci), No, non vedete mai (Leonardo Leo), Miei pensieri (da “Il prigioniero fortunato” di Alessandro Scarlatti).
L’unico bis concesso, Si cingetemi in catene da “Irene” di Hasse, è stato forse il momento più efficace della serata per impeto e stile. Troppo esigua la performance!
Teatro semivuoto e sotto alcuni aspetti sorprendente per un concerto barocco a Venezia. Doveroso rilevare che tale situazione potrebbe aver contribuito a una giustificata demotivazione del cantante, il quale comunque avrebbe dovuto esprimersi egualmente con le proprie possibilità. Il pubblico ha tuttavia tributato un caloroso successo al termine all’artista.

MESSA IN SI MINORE [Margherita Panarelli] Torino, 18 Dicembre 2015.
L’ultimo concerto prima delle Festività Natalizie per l’Orchestra Sinfonica Nazionale della Rai è tutto dedicato la Messa in Si Minore di Johann Sebastian Bach diretta da Ottavio Dantone.
L’orchestra è diretta in maniera eccellente da Dantone, specialista del repertorio, che si è destreggiato egregiamente tra le insidie del contrappunto Bachiano insieme al Coro Maghini.
Solenne il “Kyrie”, che apre mestamente la composizione, seguito dal “Christe Eleison”. Berit Solset e Delphine Galou duettano con grazia e appropriata compostezza: lo smalto del soprano norvegese contrasta piacevolmente con il timbro scuro del contralto di Delphine Galou ma le due interpreti differiscono in fraseggio e accenti: più accorati quelli del contralto francese, eterei quelli di Berit Solset.
Si riscontra inoltre una certa tendenza all’approssimazione nel registro acuto da parte del contralto. Il loro duetto successivo “Et in unum Dominum” nella seconda sezione conferma le prime impressioni, così come “Qui sedes ad dexteram Patris” e “Agnus Dei” quelle su Delphine Galou. Eccellente il “Laudamus te” di Berit Solset, la qualità di impalpabile sacralità del numero si addice perfettamente al timbro e al colore del soprano. Il tenore svedese Martin Vanberg ha voce particolarmente a suo agio nel registro acuto e correttamente educata, piacevole nonostante il timbro leggermente acidulo e lascia soddisfatto il fruitore come si ha occasione di sentire nel “Domine Deus” e nel “Benedictus”.
Fa molto bene Matthew Brook nel suo primo numero “ Quoniam tu solus sanctus”- la voce è mobile, a suo agio in ogni abbellimento, e il colore caldo e vellutato – e in “Et in Spitium Sanctum”.
Ottima prova in ogni momento da parte del Coro Maghini, coro che è vero protagonista dellla composizione, preparato da Claudio Chiavazza, sostenuto egregiamente dall’ Orchestra Sinfonica Nazionale della Rai.
Dantone sceglie tempi solenni, mai affrettati e accompagna coro e solisti con precisione. Accoglienza calorosa da parte del pubblico per una buonissima esecuzione di questa splendida pagina del compositore di Eisenach.

CONCERTO DI SAN SILVESTRO [William Fratti] Piacenza, 31 dicembre 2015.
Il Concerto di San Silvestro al Teatro Municipale di Piacenza è stato una delle migliori esecuzioni di miscellanee a cui si è potuto assistere nel nord Italia negli ultimi anni, fortemente ispirato, con un programma per nulla scontato, in cui hanno fatto capolino solo un paio di grandi classici e che ha saputo avvicinare tra loro, in perfetta armonia, i capolavori di grandi autori europei di diverse epoche.
In questa occasione la Filarmonica Arturo Toscanini ripresenta il suo consueto smalto, che pareva aver perso in alcune precedenti performance su altri palcoscenici, soprattutto la sezione degli archi, che si prodiga in un suono preciso e pulito. A guidarla è il bravo Vito Lombardi, che apre la serata con l’allegra sinfonia di Un giorno di regno di Giuseppe Verdi, trasmettendo subito alla sala il clima giocoso della festa di fine anno. Sono molti i momenti in cui Lombardi dà prova delle sue doti di concertatore, ma in particolare si devono apprezzare una buona capacità d’accento nelle pagine verdiane e soprattutto l’emozionante Valzer dei fiori da Lo schiaccianoci di Ciajkovskij, toccante fino alle lacrime, momento in cui è doveroso segnalare anche l’espressività dei violoncelli capitanati da Diana Cahanescu e dell’arpa di Tatiana Alquati.
Altro grande protagonista è il Coro del Teatro Municipale di Piacenza preparato a dovere da Corrado Casati, che si prodiga con la consueta bravura nell’esecuzione di brani provenienti da diversi repertori, primi fra tutti “Fuoco di gioia” da Otello e il superbo finale de Les contes d’Hoffmann, in cui il coro risulta essere perfettamente omogeneo, oltreché ben concentrato sul fraseggio. Gli unici appunti sono qualche attacco non troppo preciso e qualche acuto stridulo nel comparto femminile, soprattutto nel finale di Guglielmo Tell di Gioachino Rossini.
Ma l’indiscussa mattatrice della serata è Anna Maria Chiuri, che ancora una volta dimostra il suo incredibile carisma a supporto di una linea di canto dalla morbidezza pressoché perfetta. Il mezzosoprano sortisce con la versione italiana di una delle più belle arie dell’operetta austriaca: “Ich lade gern mir Gäste ein” del principe Orlofsky da Il pipistrello di Johann Strauss jr. anche se, considerando l’ottima dizione tedesca dell’artista, la si sarebbe preferita in lingua originale. Altrettanto spumeggiante è la divertentissima aria dell’ubriaca “Ah! Quel dîner” da La périchole di Jacques Offenbach. Ma la vera pasta di cui è fatta Chiuri si fa sentire nel fraseggio di “L’amour est un oiseau rebelle” da Carmen di Georges Bizet, nella rotondità degli acuti e nei bellissimi suoni di “Rataplan” da La forza del destino, nei fiati e nei filati purissimi e leggeri come una piuma di “Mon coeur” da Samson et Dalila di Camille Saint-Saëns, dove la professionista del canto sa esprimere emozioni sinceramente commoventi.
Il vero fiore all’occhiello del concerto è l’esecuzione del coro “Vibri Piacenza al giubilo” e della sinfonia da Gerolama Orsini di Stefano Guagnini, appositamente commissionate dalla Fondazione Teatri di Piacenza grazie alla lungimiranza del direttore artistico Cristina Ferrari, con uno sguardo sempre attento ai giovani talenti, perché di vero talento si tratta nel caso specifico del compositore venticinquenne. La sua musica è originale, ispirata, belcanto puro, ma che solo lontanamente ricorda i grandi classici, trasportando invece l’ascoltatore verso sentimenti più moderni e attuali; un prodigio della composizione musicale che si adatterebbe perfettamente al detto verdiano: “torniamo all’antico e sarà un progresso”. Il coro, ma soprattutto la sinfonia, sono stati accolti dal pubblico in sala – i posti erano tutti esauriti – con un sincero, lungo e caloroso affetto e nei corridoi, dopo lo spettacolo, tutti ne parlavano auspicando la messinscena dell’opera completa nella prossima stagione.
Grandioso e suggestivo il finale con Anna Maria Chiuri e il Coro del Teatro Municipale con “Des cendres de ton coeur” e l’immancabile bis con “Libiamo ne’ lieti calici”.