Spettacoli

L’elisir d’amore – Teatro Verdi, Pisa

Il Teatro Verdi di Pisa, che nel corso della stagione 2025-2026 ci ha portato ad esplorare il cuore della tragedia e le profondità dell’abisso, proponendoci Macbeth, Carmen e Il giro di vite, conclude il cartellone con un garbato tocco di leggerezza e un delicato soffio di primavera. Freschezza e allegria contraddistinguono infatti, in tutti i suoi aspetti, l’edizione de L’elisir d’amore andata in scena con la direzione di Massimiliano Caldi e e la regia di Andrea Chiodi, ora ripresa da Alessio Boccuni che ricrea un discorso organico ed originale, interamente informato da una solare comicità, pur senza rinunciare a condurre in sordina una riflessione seria e composta sull’autenticità dei sentimenti e sulle convenzioni. La fattoria di Adina viene qui immaginata come una fabbrica di pasta all’uovo a lei intitolata e di cui è proprietaria e amministratrice. Sullo sfondo, secondo le scenografie geometriche e colorate di Guido Buganza, stanno le galline accuratamente incasellate, concreto riferimento alla produzione, ma soprattutto ironica allusione al rigido inquadramento del lavoro e al conformismo sociale. Di fatto lo stabilimento è un gran pollaio, dove il narciso Belcore e l’esuberante Dulcamara aspirano a divenire il “gallo della Checca”, che come recita il libretto “tutte vede tutte becca” e dove invece Nemorino è un atipico operaio, lasciato in disparte dai colleghi o forse soltanto dai suoi sogni.

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Roberto Lorenzi e Barbara Massaro

Anche gli abiti di Ilaria Ariemme contribuiscono a definire un ambiente svolazzante e primaverile, con tinte pastello e ampie gonne anni cinquanta, mentre movimenti precisi e fantasiosi delineano una coralità vivace e articolata. Le luci terse e variate di Gianni Bertoli e Andrea Rizzitelli definiscono spazi concreti e giocosi, ma talora sognanti, divenendo soffuse ed umbratili per mostraci le pieghe dell’anima. Ed è in uno di tali momenti che gli spaghetti divengono non solo l’immagine dei fili che annodano i cuori dei due protagonisti, ma anche della “lavorazione” interiore dei loro sentimenti. D’altra parte l’uovo è di per sé simbolo di trasformazione e cambiamento e alla fine, tra le tante vanità e gli infingimenti, a prevalere sarà comunque la schietta verità del sentimento, mentre Belcore e Dulcamara se ne dovranno uscire dal pollaio, per giunta in un bizzarro flirt tra scornati “piacioni”. La rappresentazione, che ha ritmo e coerenza, sa dunque muoversi tra opera buffa e atmosfere romantiche, in grande aderenza all’opera di Donizetti che più di ogni altra fa dell’“affettuoso” la sua cifra distintiva.

Alla guida dell’Orchestra Roma Tre, Massimiliano Caldi opta per una caratterizzazione decisa con tempi veloci, volumi imponenti e accenti marcati. La narrazione è ritmata e vivace, pur con un inizio assai lento che fa invece pensare ad una volontà di cesello. Numerose sezioni mancano tuttavia di adeguato respiro e, se la concitazione si addice all’entrata di Dulcamara, finisce talvolta per travolgere i momenti belcantistici delle arie e dei duetti. Inoltre, in molte parti un alleggerimento del peso orchestrale avrebbe potuto meglio esaltare la raffinata scrittura di Donizetti.
Il Coro Arché da parte sua tiene il passo con la vivacità, realizzando, sotto la direzione di Marco Bargagna, interventi precisi e coesi, di buon volume e di luminosa rotondità.

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Barbara Massaro e Valentino Buzza

Brillantissimo ed energico l’intero cast vocale, pur con alcune fragilità.
Valentino Buzza descrive assai bene Nemorino come un giovane escluso perché goffo e sognatore. Diversamente da quanto altre volte ascoltato, la proiezione è però poco limpida e, benché l’intenzione sia costantemente appassionata, le arie mancano di nitidezza e di grazia melodica. “Una furtiva lagrima”, soprattutto nella sezione centrale, è tuttavia levigata e vibrante, così come il duetto conclusivo che riesce assai coinvolgente.
Barbara Massaro crea un’Adina energica e peperina, ma segretamente tormentata dalla nostalgia del vero amore. Il personaggio emerge con rilievo ma il volume è oscillante, soprattutto in acuto, e il canto poco legato. Molti passaggi mancano quindi di fascino, con un duetto con Nemorino in cui però la Massaro si dimostra più dolce e avvolgente.
E’ un esuberante mattatore il Dulcamara di Roberto Lorenzi, che esibisce una vocalità omogenea e rotonda e una dizione scandita e luminosa. Il fraseggio è saldo e articolato e si mantiene elegante anche nei passaggi più comici e irruenti.
Ha una linea sinuosa e definita il Belcore di Nicola Farnese, che interpreta la cavatina in una modalità alquanto coinvolgente pur con qualche esitazione iniziale. Sicuro e di bel volume nel terzetto e poi nel duetto con Nemorino, pur con qualche incertezza nelle agilità e nel balletto.
Ilaria Casai è una Giannetta dalla voce morbida e squillante, che rende con vivacità e seduzione la scena con il coro, accompagnando un canto puntuale con una gestualità marcata ed ironica.

Molto apprezzato l’intero spettacolo da un pubblico assai divertito e che ha molto applaudito tutti gli interpreti, con particolari tributi per Lorenzi.

L’ELISIR D’AMORE

Melodramma giocoso in due atti
Libretto di Felice Romani dal libretto Le Philtre di Eugène Scribe
Musica di Gaetano Donizetti

Personaggi e Interpreti
ADINA Barbara Massaro 
NEMORINO Valentino Buzza 
BELCORE Nicola Farnesi 
DULCAMARA Roberto Lorenzi
GIANNETTA Ilaria Casai

Direttore Massimiliano Caldi 
Regia Andrea Chiodi (ripresa da Alessio Boccuni)

Scene Guido Buganza
Costumi Ilaria Ariemme
Lighting Designer Gianni Bertoli, Andrea Rizzitelli

Orchestra Roma Tre

Coro Archè 
Maestro del Coro Marco Bargagna

Photo by Kiwi