“I Promessi Sposi”, il vero debutto operistico di Ponchielli

Un successo inizialmente “provinciale” che si trasformò poi in un’accoglienza sempre più convincente: “I promessi sposi” possono essere considerati il vero debutto operistico di Amilcare Ponchielli, visto che l’esordio de “Il sindaco babbeo” (composto in collaborazione con altri studenti del Conservatorio di Milano) andò perduto per sempre. Non è stato scelto un giorno qualsiasi per parlare del dramma storico tratto dal celeberrimo romanzo di Alessandro Manzoni. In effetti, il 30 agosto del 1856, “I promessi sposi” venivano rappresentati per la prima volta in assoluto al Teatro Concordia di Cremona: è sempre ghiotta la possibilità di approfondire la storia di questo lavoro e della sua travagliata affermazione.

La prima versione del libretto (di non semplice stesura, come è facile immaginare) viene attribuita ad Antonio Ghislanzoni, il futuro librettista dell’Aida, ma è più probabile che sia stata ricavata da altri autori. Oltre allo stesso compositore padernese, infatti, bisogna aggiungere Cesare StradivariGiuseppe Aglio e un poeta anonimo. Un primo errore, se così lo si vuole chiamare, fu quello di eliminare alcuni personaggi fondamentali del romanzo: si sta parlando di Don Abbondio e di Agnese, due assenze a cui neanche le rivisitazioni successive hanno voluto porre rimedio. La prèmiere venne resa possibile dal sostegno economico di un sellaio amico di Ponchielli, anche se già da allora fu chiaro quanto il libretto fosse scadente.

Il musicista lombardo si accontentò del successo di stima e proseguì la sua carriera nel corso degli anni successivi: “La Savoiarda” è datata 1861, seguita due anni dopo da “Roderico, re dei Goti” e da “La vergine di Kermo” (1870). La svolta riguardante “I promessi sposi” arrivò grazie al contributo di un altro compositore, Errico Petrella. Nel 1869, infatti, quest’ultimo mise in scena il suo adattamento musicale del capolavoro manzoniano al Teatro Sociale di Lecco. Il trionfo fu indiscutibile e fece sorgere più di un dubbio nella mente di Ponchielli, ormai convinto dal fatto che la sua opera giovanile andava rivisitata da cima a fondo.

Fino a quel momento la fortuna aveva guardato da un’altra parte e nessun editore aveva tentato di acquistare la partitura dei quattro atti in questione. Il libretto fu revisionato dallo scapigliato Emilio Praga, una svolta a dir poco importante. Le controversie editoriali non mancarono, ma si riuscì a conquistare il Teatro Dal Verme di Milano nel 1872 per la “seconda vita” de “I promessi sposi”. Ancora una volta l’accoglienza del pubblico si dimostrò positiva, ma bisognerà attendere ancora due anni per il trionfo vero e proprio, quello del 1874 alla Scala di Milano (a primeggiare fu il soprano Teresina Brambilla, futura moglie del compositore); Ponchielli venne finalmente considerato una delle figure principali dell’opera italiana dell’epoca, col celebre critico Filippi che azzardò alcune similitudini con il “Fidelio” di Beethoven.

Ma che trama si riuscì a ottenere dal lungo lavoro di Manzoni? Nel primo atto si festeggia lo sposalizio di Lucia, scena interrotta da Renzo che ha scoperto l’impossibilità delle nozze da Don Abbondio. Il ragazzo giura di vendicarsi di Don Rodrigo, il quale viene scongiurato, inutilmente, da Fra Cristoforo di interrompere i suoi comportamenti. Nel secondo atto i bravi ricevono l’ordine di rapire Lucia: il piano di un matrimonio a sorpresa fallisce, dunque Fra Cristoforo propone a Renzo di andare a Milano e a Lucia nel monastero di Monza. Il terzo atto comincia nel convento monzese: Lucia viene rapita e condotta nel castello dell’Innominato, il quale si pentirà al punto da far liberare la ragazza.

L’ultimo atto, poi, vede Don Rodrigo scoprire di essere stato contagiato dalla peste. Il signorotto viene trasportato fino al lazzaretto ed è qui che morirà. Renzo riesce a ritrovare Lucia: il voto della ragazza viene sciolto da Fra Cristoforo e i due ragazzi sono finalmente liberi di unirsi in matrimonio. Cosa c’è da dire in merito allo stile musicale? Il giudizio più diffuso ha voluto sottolineare il fatto che l’opera sia il giusto amalgama tra la tradizione del melodramma di inizio Ottocento e le novità introdotte dal teatro francese (in particolare, la scena in cui muore Don Rodrigo presenta degli spunti tipici di Meyerbeer).

Peccato che il libretto sia rimasto poco organico, nonostante il prezioso intervento di Praga. C’è da dire che ridurre musicalmente un romanzo come “I promessi sposi” non era affatto semplice, dunque bisogna accettare questa riduzione dal punto di vista drammaturgico, in cui l’azione giunge velocemente a conclusione. D’altronde, lo stile di Manzoni non poteva essere in alcun modo imitato e la scelta di uno scapigliato come librettista accentuò questa tendenza. A 165 anni di distanza dalla première, l’opera non rappresenta una scelta tipica dei cartelloni, tanto è vero che l’unica registrazione mondiale è stata effettuata in Ucraina.