Mascagni e il confronto impossibile tra “Silvano” e “Cavalleria Rusticana”

Poco meno di cinque anni: è questa la distanza temporale che separa il debutto operistico di Pietro Mascagni (il trionfo romano di “Cavalleria rusticana” nel 1890) da quello che viene di solito bollato come un infelice ritorno al Verismo. Si sta parlando di “Silvano”, un lavoro che lo stesso compositore livornese non tardò a definire “due atti di piccola roba”. Un confronto tra il capolavoro e una tappa quasi dimenticata della carriera musicale sembra quasi impossibile, eppure i numerosi tratti in comune (in primis il tema, ma anche la scelta del librettista e dell’editore) hanno avuto come conseguenza l’accostamento continuo tra le due opere e una serie incredibile di errori di prospettiva.

“Silvano” sconta ancora oggi il giudizio severo che la critica e lo stesso Mascagni gli riservarono sin da subito. Il musicista toscano fece calare un velo di silenzio sull’opera, tanto da non annoverarla tra le sue creazioni predilette, mentre il critico Giannotto Bastianelli fu ancora più diretto:

Ma quello che dà più malessere in quest’opera insignificante, ne è la vecchiezza delle modulazioni, l’insipidezza dell’armonia. C’è la falsa eloquenza dell’agile improvvisator di preludi pianistici per mettere in tono un coretto d’educande. Si osservino poi i recitativi. Essi non sono come nella Cavalleria e nel Fritz quasi la forma musicale che sorgendo ed espandendosi investe e beve le parole, assimilandosele. Essi son fatti come musicando pezzetto per pezzetto, parola per parola il libretto, onde resultano sconclusionati ed incerti. Gli spunti melodici poi riescono odiosi per la ricerca quasi a tentoni della frase che non vuol venire. L’autoretorica vi trionfa: son come frammenti di intuizioni precedenti legati alla meglio. Se mai il Silvano può avere un valore, sarà quello di aver dimostrato al Mascagni tutto il suo dovere di rinnovarsi. Ormai le belle formule melodiche della Cavalleria, gli universali fantastici del suo stile giovanile, non gli dicono più nulla, sono strizzati fino ad aver versato tutto il loro succo. Bisogna ch’egli cessi di strascicare dietro a sé i cadaveri d’una fraseologia che un giorno fu viva; bisogna che immergendosi in un silenzio fecondo, ritrovi nel suo segreto la sua limpida vena, che non s’è seccata, ma solo, non coltivata gelosamente, s’è perduta nel suolo.

Perché tanta avversità? Cerchiamo di approfondire meglio la storia del lavoro in questione. La prima rappresentazione ebbe luogo niente di meno che alla Scala di Milano il 25 marzo del 1895: si puntò tutto sulla collaborazione fortunata e positiva di cinque anni prima, con Giovanni Targioni-Tozzetti a stendere il libretto (ricavato da un romanzo di Alphonse Karr), oltre che su un soggetto non troppo distante da quello di “Cavalleria”. Il pubblico della prèmiere non fu indifferente, ma a mancare del tutto furono le grandi impressioni.

Ancora oggi si parla di una tappa obbligata e fondamentale del percorso formativo di Mascagni, peccato che quest’ultimo assunse un atteggiamento poco comprensibile. In effetti, l’esperienza precedente (il “Guglielmo Ratcliff” rappresentato appena un mese prima sempre alla Scala) aveva messo in luce una idea precisa di teatro e musica, mentre il ritorno al passato di “Silvano” sembrava dettato maggiormente dalla necessità di nuove entrate finanziarie. Il compositore labronico non inseguì mai nel corso della sua carriera la gloria a tutti i costi, dunque questa esperienza può essere etichettata come una rivisitazione involontaria della giovinezza.

La trama dei due atti di cui si sta parlando è presto detta. Silvano, pescatore con un passato recente in carcere, vive in un villaggio della costa adriatica e rincontra dopo parecchio tempo Matilde, la sua fidanzata. La ragazza ha però cominciato una relazione con un altro paesano, Renzo, proprio mentre Silvano era in prigione; dopo averli colti in flagrante (in realtà Matilde vorrebbe lasciare Renzo), il protagonista eponimo uccide il rivale a colpi di pistola per poi fuggire. Mascagni era convinto di poter gestire nel migliore dei modi il filone verista che tanto successo gli aveva assicurato.

La vicenda marinaresca lo aveva senza dubbio affascinato, ma le differenze con “Cavalleria rusticana” emersero subito. Ad esempio, i personaggi non sono ben determinati a causa delle continue atmosfere che contraddistinguono l’opera (emozioni e fantasie in particolare). A conferma di tutto ciò c’è anche il largo predominio dei cori, sfruttati per incorniciare i vari paesaggi. Si può affermare dunque che è il mare il vero protagonista vitale di “Silvano”, una presenza a volte ferma, altre volte  misteriosa, altre volte ancora dal carattere evocativo. Le voci prendono a modello quelle dell’atto unico vincitore del concorso Sonzogno, in primis quella di Silvano, simile a Turiddu da questo punto di vista, ma anche più aspra e dotata di qualche spunto da operetta.

La voce di Renzo, al contrario, conferma il poco interesse mostrato spesso da Mascagni nei confronti dei baritoni. Una delle poche cose in comune può essere la rapidità con cui si arriva al finale, ma i due atti di “Silvano” non riescono ad essere essenziali in senso tragico come avviene nell’unico di “Cavalleria”. La rivisitazione verista è innegabile, Mascagni si dimostrerà in seguito molto più eclettico, già a partire dall’opera successiva, “Zanetto”, definita come una sorta di parentesi “aristocratica” e ritrovando Verga soltanto con “Il piccolo Marat”.