Saint François d’Assise – Felsenreitschule, Salisburgo
Dieu nous éblouit par excès de Vérité. Dio ci abbaglia per eccesso di verità. La musique nous porte à Dieu par défaut de Vérité. La musica ci porta a Dio per difetto di verità. Con queste parole l’Angelo si rivolge a Francesco e a parlare per sua bocca è lo stesso Olivier Messiaen, autore del libretto oltre che della musica del Saint François d’Assise. L’opera, che debuttò a Parigi nel 1983 dopo otto anni di faticosa gestazione, è profondamente legata alla storia del Festival di Salisburgo che infatti lo ha già messo in scena nel 1983 e nel 1992 e che adesso lo ripropone in occasione degli 800 anni dalla morte del Poverello d’Assisi. L’impegnativo allestimento di queste Scene francescane, come recita appunto il sottotitolo, è affidato a Romeo Castellucci, della cui regia si potrebbe dire, parafrasando l’Angelo/Messiaen, che anch’essa ci porta al nucleo incandescente dell’opera per difetto di verità, ovvero mettendo in campo una serie di elementi simbolici e stranianti che approssimano di continuo, per analogia, la situazione rappresentata. Il linguaggio è quello, consueto e fortemente caratterizzante, a cui il regista ci ha ormai abituati, fatto di contrasti nel bianco e nel nero, del gusto per il catalogo e per gli elettrodomestici, in un discorso complesso che ci appare tuttavia meno criptico e cervellotico che in altre produzioni e quindi tutto sommato lineare e leggibile. Il taglio scelto risulta più narrativo rispetto a quello di Messiaen, che non concepisce una vera e propria storia ma otto quadri da intendere come momenti di meditazione e contemplazione, in una sorta di itinerarium mentis ad Deum, per dirla con il francescano Bonaventura, in cui ogni episodio, dalla Croce all’Angelo viaggiatore, dalle Laudi alla Predica agli Uccelli, è un passo dell’ascesi e un gradino verso l’Assoluto.

Castellucci ci mostra invece anche lo spogliarsi sulla piazza e la vestizione dei primi confratelli, mentre nel finale sembra addirittura alludere al tradimento operato dall’ordine all’indomani della morte del Santo. Inoltre, alcune scenografie come la strada dell’inizio e la metropoli rovesciata, immergono la riflessione nella nostra contemporaneità, mostrandocene il dolore e la vanità. Emblematico in questo senso il quadro del lebbroso, realizzato con delicatezza e intensamente coinvolgente, all’interno di un primo atto di grande unità e forza espressiva. Molti elementi che paiono eccentrici e fuorvianti finiscono infatti per convergere armoniosamente nell’ultima scena, dove si comprende l’impastare dei monaci e la presenza dei forni elettrici: la preghiera di lode è un fare che trasforma alla stregua dell’azione di carità e Francesco è il lievito-sacerdote che lava e risana il vecchio ammalato. Gesti invero talora ridondanti e macchinosi, ma che creano suggestive risonanze teologiche e liturgiche, richiamando tanto il Pane eucaristico quanto la Lavanda dei piedi. La chiusura della prima parte è dunque toccante e luminosa, mentre nei due atti che seguono prevale soprattutto il tormento, anche laddove il testo celebra la musica, il canto degli uccelli e l’ingresso nella Nuova Vita. Vero è che è lo stesso Messiaen a rendere tali episodi in un tono spiccatamente drammatico e che nella musica, in maniera più netta rispetto al libretto, emerge soprattutto il Francesco delle Stigmate. Nessun passaggio infatti ricrea le atmosfere della perfetta letizia o quel canto di lode e d’amore del Giullare di Dio, ma tutto è incentrato sulla Croce come ricerca sofferta e straziante, in cui il Compositore vede tragicamente riflesso il proprio rovello interiore e la propria spiritualità apocalittica. Alla fine tuttavia vi è la solarità del do maggiore e la luce compare sulla linea delle tenebre: per Messiaen, come per Dante, Francesco è il Santo perfetto e immagine dell’uomo fragile e sfigurato ma risanato e abbracciato da Dio. In Castellucci l’approdo appare invece più incerto e problematico. La morte è acerrimo combattimento e si fatica a chiamarla sorella e perfino il Cantico delle Creature ha le spine ed il sangue, così come la predica agli uccelli ci presenta una strage di stormi. D’altra parte, va detto che fa capolino uno spaurito pavone, simbolo di resurrezione, che Bruno Mooser, il bambino sordo-muto a cui si riuscì a far ascoltare musica, ci parla di riscatto e che le pecore intorno al cadavere abbandonato del Poverello fanno pensare alla possibilità di un nuovo gregge fedele. Rispetto alla musica, tutto rimane più interrogativo e sospeso e pare che il tormento si rinnovi, nella perpetua passione dell’uomo di sempre.

La partitura del Saint Francçois d’Assise, complessa e monumentale senza tuttavia perdere mai un’ispirazione intima e raccolta, è affidata alla bacchetta di Maxime Pascal, il quale, benché alle prese con un’agogica con tempi distesi per più di quattro ore, riesce a tracciare un racconto organico e di notevole respiro. La narrazione si mantiene infatti in costante tensione, in uno stile asciutto e severo, intessuta di efficaci rallentamenti e sospensioni e con una dinamica moderatamente differenziata nei primi due atti e con accurati pianissimo nella parte conclusiva. Gli effetti timbrici sono quanto mai vari ed originali, realizzati con precisione dai Wiener Philarmoniker che si dispongono oltre che in buca anche in posizione sopraelevata, ai lati delle prime fila di platea, con gli strumenti più particolari come le onde Martenot o la macchina del vento. Il risultato è dunque quello di un suono screziato ed immersivo, che sorprende ed incanta, ricreando le suggestioni del mondo naturale e soprattutto il canto degli uccelli, riprodotto quasi ossessivamente dalla passione ornitologica del musicista francese. Questa musica ci porta in alto ma affonda le sue radici nella terra e la direzione di Pascal ce la restituisce nella sua forma sacrale ma pervasa d’inquietudine, in una sorvegliata articolazione di forza e delicatezza, sequenze marcate e passaggi melodici.
L’arduo ruolo di Francesco è interpretato da Philippe Sly, praticamente sempre in scena, con un’emissione rotonda e timbrata e un canto dolente e intensamente drammatico. Al primo atto il severo declamato si fa più lucente e affettuoso nel quadro del lebbroso, pur con qualche perdita di volume. Del resto, all’inizio del secondo atto, si fa annunciare indisposto e la proiezione, specialmente in acuto, ci appare effettivamente più opaca, mentre lo stile guadagna in espressività. Nella predica agli uccelli il canto è ispirato ed estatico nella continua ripetizione, mentre nelle Stigmate e nella Morte esprime una drammaticità terribile e lacerata, impegnandosi con tutto il corpo in una recitazione davvero estenuante. Il Francesco di Sly vive in solitudine, quasi in isolamento, il suo sofferto percorso verso la luce, confortato soltanto dagli animali e autenticamente prossimo soltanto al lebbroso. Forse Christus patiens o servo sofferente del profeta Isaia, e certamente uomo dei dolori che ricerca il Sacro e il Senso nelle ferite della sua carne.

L’Angelo è Laurenne Oliva che con un canto limpido, omogeneo e di salda estensione, ci parla di ciò che non è tormento e sta fuori dal tempo, ma che ha nella storia il potere di distruggere come quello di creare. Nel secondo atto esibisce una linea dolce e uno stile alquanto delicato, mentre è diafana e solenne nel finale.
Piena e robusta la vocalità del Frate Leone di Russel Brown, particolarmente sbalzato e vibrante nel dialogo con l’Angelo viaggiatore.
Ha un fraseggio nitido e vario il Lebbroso di Sean Pannikar, che crea un momento alquanto commovente e luminoso al primo atto. Chiaro e molto espressivo il Frate Masseo di Léo Vermont-Desrhoshes ed ha uno stile energico ed altero il Frate Elia di Aaron-Casey Gould. Voce sbalzata e compatta, Willard White è un Frate Bernardo autorevole e magnetico. Profondi e definiti il Frate Rufino di Ivan Lyvch e il Frate Silvestro di Marius Aron.
Al Konzertvereinigung Wiener Staatsopernchhor spetta il compito di intonare con solennità la lode dei frati e soprattutto di essere la voce di Dio nel quadro delle Stigmate, in un confronto drammatico reso con forza e compattezza sotto la guida di Josef Chabroň. Suggestivo e avvolgente l’intervento che chiude l’opera, anche se non troppo voluminoso se rapportato allo straordinario numero di coristi.
Lo spettacolo, durato quasi sei ore e mezzo con due intervalli eccessivamente prolungati, è stato seguito, pur con qualche defezione, da un pubblico attento e commosso, che ha riempito in ogni parte la sala della Felsenreitschule. Uno spettacolo che oltrepassa i limiti dell’opera e del teatro e che entrando nella vita vi lascia un solco profondo.
SAINT FRANÇOIS D’ASSISE
Scènes franciscaines
Olivier Messiaen
Oper in drei Akten und acht Bildern
Libretto von Olivier Messiaen
Leading Team
Maxime Pascal Musikalische Leitung
Romeo Castellucci Regie / Bühne / Kostüme / Licht
Giulia Giammona Künstlerische Mitarbeit
Christian Longchamp Dramaturgie
Yasmine Hugonnet Choreografie
Alessio Valmori, Lisa Behensky Mitarbeit Bühne
Theresa Wilson Zusammenarbeit Kostüm
Benedikt Zehm Mitarbeit Licht
Paul Jeukendrup Klangregie
Besetzung
Lauranne Oliva L’Ange
Philippe Sly Saint François
Sean Panikkar Le Lépreux
Russell Braun Frère Léon
Léo Vermot-Desroches Frère Massée
Aaron-Casey Gould Frère Élie
Willard White Frère Bernard
Marius Aron* Frère Sylvestre
Ivan Lyvch* Frère Rufin
Ensembles
Konzertvereinigung Wiener Staatsopernchor
Jozef Chabroň Choreinstudierung
Wiener Philharmoniker
* Teilnehmer des YSP
Foto: Monika Ritterhaus
