Spettacoli

Carmen – Teatro alla Scala, Milano

Carmen secondo Damiano Michieletto alla Scala di Milano. 

“Per tutti gli otto anni che durerà il lutto non entrerà in questa casa il vento della via. Facciamo conto di avere murato coi mattoni porte e finestre. Così fu in casa di mio padre, così in casa di mio nonno. Intanto potete pensare a ricamarvi il corredo.” 

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Andrii Kymach e Stéphanie d’Oustrac

Questo rigoroso volere è quello che impone alle sue figlie la protagonista di La casa di Bernarda Alba, opera teatrale di Federico García Lorca del 1945. Non citiamo queste parole a caso, poiché il regista Damiano Michieletto scrive, nel libretto di sala, di essersi ispirato a due modelli per creare la sua Carmen: appunto l’opera di Lorca ed il film U-Carmen di Mark Dornford-May del 2005. 

Dalla pièce teatrale ha mutuato l’idea di una madre che è custode della tradizione, di un certo perbenismo borghese che la portano a tenere legato a sé il figlio, Don José. La donna, che non è prevista come personaggio nel libretto, compare invece in scena più volte, in questo allestimento, come un muto fantasma dal nero vestito tradizionale. 

Dal già citato film del 2005 invece il regista veneziano prende l’idea di un cambio di ambientazione, Carmen non agisce a Siviglia ma in una generica landa desolata, un “far-west” che ci ha ricordato la calda estate della Estremadura ad esempio. 

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Sarah Dufresne, Marine Chagnon, Matthew Polenzani e Stéphanie d’Oustrac

Damiano Michieletto, Paolo Fantin ed Elisa Zaninotto (che curano rispettivamente regia, scene e drammaturgia) creano uno spettacolo interessante, ricco di particolari, come sempre curatissimo, ripulito da una leziosa Spagna di maniera ed incentrato sui rapporti interpersonali. Centrale, come già accennato, resta soprattutto il dualismo di José diviso fra la madre, simbolo della tradizione e la ferina e peccaminosa Carmen. Unica nota di colore iberico è quella data dai costumi di Carla Teti, dal taglio tipico degli anni settanta del Novecento, con alcune concessioni al folklore locale. Un ruolo importante lo rivestono anche le cangianti luci di Alessandro Carletti: una serie di fari montati su una struttura metallica che giocano con il pubblico, mutano posizione e soprattutto colore, diventano verdi, ad esempio, quando compare il fantasma materno, creando una sorta di spiazzante stacco dal reale. Una produzione forse meno estrema e concettuale rispetto a quelle a cui ci ha abituato il noto regista, ma piena di fascino e di sapienza teatrale. Ricordiamo che lo spettacolo arriva in Scala dopo il debutto nel 2024 alla Royal Opera House di Londra. 

Sul podio, Myung-Whun Chung, ormai prossimo a vestire i panni di direttore musicale nel massimo teatro milanese, predilige una lettura vivida e piuttosto coinvolgente dell’immortale capolavoro di Bizet, dove l’esotismo e il folklore lasciano il posto alla ineluttabilità e alla predestinazione di un destino di morte. Una concertazione essenziale, attraversata da evidente tensione, ben calibrata nella scelta delle dinamiche e delle agogiche. Chung scava nel dramma, arriva al cuore della tragedia e la racconta con un fraseggio improntato ad una teatralità cruda ed immediata. Una visione di insieme coesa e coerente, nella quale l’avvolgente morbidezza dei passi sinfonici si combina con la conturbante vivacità delle scene di massa (su tutte l’apertura del quarto atto), senza dimenticare l’ampio respiro dei passi più lirici (il duetto tra Don Josè e Micaela in primo atto). Pregevole la sintonia con l’orchestra scaligera, capace di esaltare, con dovizia di sfumature, l’appassionata scrittura di Bizet. Spiace solo constatare come in questa occasione siano stati praticati i soliti tagli di tradizione, con i dialoghi ridotti all’osso, se non quasi del tutto assenti.

Venendo alla compagnia di canto, nel ruolo della protagonista troviamo Stéphanie d’Oustrac, nota al pubblico scaligero, tra l’altro, per la recente ed acclamata interpretazione di Orontea nell’opera eponima di Antonio Cesti. L’artista, dotata di buona musicalità, mette la propria vocalità, dal suggestivo color bronzeo, al servizio di un fraseggio elegante e raffinato. La compattezza e la ampiezza dell’emissione consentono di superare con pregevole disinvoltura la scrittura, mettendo in luce la corposità dei gravi, la rotondità dei centri e la sonorità del registro superiore. Una prova particolarmente rifinita sotto l’aspetto interpretativo, grazie ad una certa accuratezza dell’accento, in uno con la perfetta aderenza allo spettacolo di Michieletto. Una Carmen racchiusa in un’aura di tragica fatalità, una donna che soccombe perché incapace di accettare il conformismo e il perbenismo della società che la circonda.

Al suo fianco Matthew Polenzani, artista dotato di un timbro forse non particolarmente seducente, ma cui non difettano certo lo squillo e il controllo tecnico. Il tenore mostra una buona consapevolezza stilistica ed articola il canto con la giusta varietà espressiva, disegnando un personaggio a tutto tondo, declinato in tutte le sue molteplici contraddizioni e fragilità. Va sottolineato, tra l’altro, il buon affiatamento vocale e scenico con la d’Oustrac, particolarmente evidente nel duetto finale, durante il quale i due artisti raggiungono una notevole incisività.

Natalia Tanasii, con il suo timbro morbido e dal piacevole colore chiaro, è una Micaëla vocalmente precisa ed affidabile. La pienezza del registro centrale si sfoga agilmente verso il primo registro acuto, piuttosto controllato. Sotto l’aspetto interpretativo, l’artista offre il ritratto di una ragazza timida e poco avvezza alla mondanità delle piazze di Siviglia; una giovane donna che, pur di riportare Don Josè al capezzale della madre morente, si mostra disposta ad imbracciare un fucile e farsi largo in una banda di contrabbandieri.

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Matthew Polenzani e Stéphanie d’Oustrac

Non convince l’Escamillo di Andrii Kymach, discontinuo e disomogeneo nel canto, specie nel registro acuto, nel quale si ravvisa più di una forzatura. Nulla da eccepire, al contrario, sotto l’aspetto interpretativo e scenico, ove l’artista si mostra alquanto efficace e disinvolto.

Davvero ben assortita la coppia delle amiche di Carmen ovvero la Frasquita di Sarah Dufresne e la Mercédès di Marine Chagnon, bravissime sulla scena come nel canto, quest’ultimo in evidenza per segnata luminosità.

Ottime anche le prove di Pierre Doyen, Le Dancaïre, e Loïc Félix, Le Remendado, il cui contributo accresce il brio e la spensieratezza del quintetto di secondo atto.
A completare la locandina pensano Xhieldo Hyseni, uno Zuniga sonoro e scenicamente coinvolto e il Moralès di Simone Del Savio, scanzonato ed insinuante secondo copione.

Splendido, come di consueto, il coro scaligero che, sotto la guida di Alberto Malazzi, sfoggia una magnifica tavolozza di colori, e cesella, con enfasi ed intensità, ogni intervento in partitura.
Una menzione speciale va riconosciuta anche alla disinvoltura canora e al carisma scenico dei piccoli cantori delle Voci Bianche della Accademia del Teatro alla Scala, qui istruiti da Brunella Clerici che, proprio con questa produzione, raccoglie il testimone dal mai troppo lodato Bruno Casoni.
Serata da tutto esaurito, conclusasi tra le entusiastiche approvazioni, distribuite indistintamente tra direttore e protagonisti, da parte di un pubblico composto, in larga parte, da turisti.

CARMEN

Opéra-comique in 4 atti

Libretto di Henri Meilhac e Ludovic Halévy
da Prosper Mérimée

Musica di Georges Bizet

Carmen Stéphanie d’Oustrac

Don José Matthew Polenzani

Escamillo Andrii Kymach

Micaëla Natalia Tanasii

Zuniga Xhieldo Hyseni

Le Dancaïre Pierre Doyen

Le Remendado Loïc Félix

Frasquita Sarah Dufresne

Mercédès Marine Chagnon

Moralès Simone Del Savio

Orchestra e Coro del Teatro alla Scala

Coro di Voci Bianche dell’Accademia Teatro alla Scala

Direttore Myung-Whun Chung

Maestro del coro Alberto Malazzi

Maestro del Coro di voci bianche Brunella Clerici
Regia Damiano Michieletto

Scene Paolo Fantin

Costumi Carla Teti
Luci Alessandro Carletti

Dramaturgia Elisa Zaninotto

Foto: Brescia Amisano Teatro alla Scala