Turandot – Teatro alla Scala, Milano
Cent’anni di Turandot.
Era il 25 aprile 1926 quando Arturo Toscanini, posando la bacchetta, disse al pubblico scaligero: “Qui termina la rappresentazione, perché a questo punto il Maestro è morto”. Cent’anni sono passati da quella serata, Toscanini diresse ancora l’opera nei successivi 27 e 29 aprile, accettando il noto finale di Franco Alfano (ma tagliato di circa cento battute), per poi passare la direzione ad Ettore Panizza, e non eseguire mai più questa partitura.

La Scala di Milano celebra questo importante anniversario e lo fa con l’allestimento già visto nel 2024, realizzato per i cento anni dalla morte di Giacomo Puccini. Riportiamo qui quanto scritto nel 2024: “Il sublime e il kitsch non sono lontani tra loro: quando lo splendore di un paesaggio diventa quasi insostenibile, a che cosa mai si può pensare se non a una cartolina?” Così scriveva il poeta Mario Andrea Rigoni e queste parole ci paiono adatte a presentare lo spettacolo pensato da Davide Livermore che cura regia e scene con Eleonora Peronetti ePaolo Gep Cucco. Un allestimento che, vogliamo chiarirlo subito, è grandioso, appagante, ricco e roboante, ma terribilmente in bilico per tutta la sua durata fra il bello e il kitsch. Siamo in una Pechino atemporale e vagamente steampunk: all’interno di questo mondo prendono vita le tante, a volte troppe, trovate dello spettacolo. Abbiamo sicuramente apprezzato la grande ricchezza delle scene e delle masse impiegate, le splendide proiezioni, firma tipica del regista, sviluppate con i sempre bravi D-Wok e, questa volta, concentrate in una grande sfera che creava uno splendido effetto tridimensionale, così come è scenicamente riuscito il cavallo creato come una sorta di marionetta gigante. Meno indovinate, invece, alcune scelte come le sgradevoli maschere esibite da Ping Pong e Pang con le fattezze di Calaf ed il palloncino rosso che ci ha ricordato Stephen King, esibito dall’inerme e nudo Principe di Persia (ma era necessaria la sua nudità?). Inoltre abbiamo trovato poco riuscito il tributo a Puccini dopo la morte di Liù, […]. Fantasiosi, colorati e vari i costumi di Mariana Fracasso, efficaci le luci di Antonio Castro. Nel complesso comunque uno spettacolo grandioso, forse più areniano che scaligero ma pieno e ricco non di trovate intellettuali o di sconvolgimenti ma di un concreto e riuscito senso di ciò che il regista intende per teatro”. A distanza di qualche anno lo spettacolo, rivisto, conferma queste impressioni: un prodotto visivamente appagante, che non brilla a causa di qualche ingenuità e bruttura ma che sa affascinare, soprattutto il grande pubblico, che riempie la Scala in queste particolari occasioni.

Nel versante musicale, tanta era l’attesa per il ritorno al Piermarini, dopo quasi due lustri di assenza, di Anna Pirozzi, che ha già avuto modo di dare voce alla “Principessa di gelo” su alcuni dei principali palcoscenici del mondo. In questa occasione, il soprano napoletano sigla una prova davvero ben riuscita e, forte di uno strumento autenticamente drammatico, sfodera una vocalità poderosa, dall’emissione salda ed incrollabile, specie nelle numerose, quanto improvvise, sciabolate verso l’acuto. Di particolare effetto anche l’interprete, sensibile ed attenta nel ricercare opportune sfumature ed inflessioni nel fraseggio, capace di rivelare, sotto la superficie di una algida regalità, l’intima essenza di una fragilità dolente.
Roberto Alagna infonde in Calaf tutta l’esperienza e la classe proprie del grande artista. Quel modo di porgere il canto, con eleganza e raffinatezza, unitamente alla bellezza di un timbro privilegiato, confermano la “zampata” e la statura dell’interprete, compensando, così, qualche affaticamento e qualche durezza negli estremi acuti. Di indiscusso carisma la presenza scenica.
Liù trova in Selene Zanetti la dolcezza di un timbro mieloso, in particolare evidenza per la soave morbidezza dei filati e dei piani. Alla pudica timidezza dell’aria “Signore ascolta” in primo atto, fa da contraltare la coraggiosa determinazione di “Tu che di gel sei cinta”.
Di solenne autorevolezza è, poi, Riccardo Zanellato, un Timur dal fraseggio attento e sensibile, toccante e commovente nell’addio a Liù.
Il terzetto delle maschere funziona benissimo. Merito del Ping, disinvolto e a proprio agio, nel canto come sulla scena, di Biagio Pizzuti. Merito del Pang, squillante ed ammiccante, di Paolo Antognetti. Merito, anche, del Pong, incisivo e sempre efficace, di Francesco Pittari. Tre artisti che, con il giusto affiatamento, sottolineano, il colorato esotismo della scena che apre il secondo atto.
Pregevole l’Altoum di Gregory Bonfatti, in evidenza per la imperiosa teatralità dell’espressione.
Ottimo il Mandarino di Alberto Petricca, dall’emissione sicura ed altisonante.
Completano la locandina, con solida professionalità, Silvia Spruzzola e Vittoria Vimercati, le due ancelle di Turandot, e Haiyang Guo, il principino di Persia (la cui parte mimica è interpretata con eccellente realismo da Emanuele Marchetti).
Sul podio, Nicola Luisotti sceglie la via di una teatralità accesa, sottolineata attraverso sonorità imponenti e giocata su contrasti dinamici ben definiti. Una lettura che si muove nel solco di una consolidata tradizione esecutiva e che, nel perseguire il giusto equilibrio tra esotismo, romanticismo, struggimento e solennità, riesce ad assicurare la giusta efficacia al racconto. A tal fine contribuisce in modo esemplare la sempre brava orchestra scaligera, dalla cui prova esce un suono smaltato che rifulge, con duttilità e fluidità, tra le suggestioni e le intenzioni pucciniane.

Non vi sono lodi bastanti per definire la prova del coro scaligero che, grazie alla guida di Alberto Malazzi, trova una potenza e una solennità espressiva di livello superiore. Oltre all’eccellenza canora, un’ottima occasione per ammirare una affascinante palette di colori.
Altrettanto efficace la prestazione del Coro di Voci Bianche dell’Accademia Teatro alla Scala diretto da Marco De Gaspari.
Successo incandescente al termine con roboanti ovazioni all’indirizzo dei tre protagonisti e del direttore.
TURANDOT
Dramma lirico in tre atti e cinque quadri
Libretto di Giuseppe Adami e Renato Simoni
Musica di Giacomo Puccini
La principessa TurandotAnna Pirozzi
L’Imperatore Altoum Gregory Bonfatti
Timur Riccardo Zanellato
Il Principe Ignoto (Calaf) Roberto Alagna
Liù Selene Zanetti
Ping Biagio Pizzuti
Pang Paolo Antognetti
Pong Francesco Pittari
Un mandarino Alberto Petricca
Prima ancella Silvia Spruzzola
Seconda ancella Vittoria Vimercati
Il Principino di Persia Haiyang Guo
Orchestra e coro del Teatro alla Scala
Coro di Voci Bianche dell’Accademia Teatro alla Scala
Direttore Nicola Luisotti
Maestro del coro Alberto Malazzi
Maestro del Coro di voci bianche Marco De Gaspari
Regia Davide Livermore ripresa da Laura Galmarini
Scene Eleonora Peronetti, Paolo Gep Cucco,
Davide Livermore
Costumi Mariana Fracasso
Luci Antonio Castro
Video D-Wok
Foto: Brescia – Amisano – Teatro alla Scala
