Spettacoli

Roberto Devereux – Comunale Nouveau, Bologna

Roberto Devereux torna, dopo trentaquattro anni, a Bologna. 

“Una tragedia in cui il potere e la passione si divorano a vicenda”, e dove Elisabetta è “ammaliata e spaventata dalla sua stessa tenerezza”. Così nel suo “Elisabetta e il conte di Essex”, del 1928, Giles Lytton Strachey cerca di delineare una storia dai contorni peraltro oscuri e persi nel tempo. Una vicenda che Gaetano Donizetti, invece, scelse di scrivere, nel 1837, come storia d’amore non corrisposto, tragica e dolente: un racconto  sulla vecchiaia e sulla solitudine del potere. L’allestimento proposto, nasce nel 2016 per la Fondazione Teatro Carlo Felice di Genova. Nelle intenzioni del regista Alfonso Antoniozzi, una scena agile e facilmente adattabile per tutta la cosiddetta trilogia Tudor, proposta, nell’arco di diversi anni, nel capoluogo ligure. A dieci anni esatti di distanza, lo spettacolo viene ripensato per gli spazi del Comunale Nouveau, e dobbiamo ammettere che nel piccolo boccascena del teatro bolognese lo spettacolo funziona perfettamente e risulta esteticamente adatto e soddisfacente. Grandi scranni lignei di gusto gotico, disegnano, insieme alle proiezioni sul fondo scena, ambienti bui e claustrofobici. Luoghi immaginari dell’Inghilterra, chiese, boschi, ma anche spazi dell’animo dí Elisabetta, inariditosi per il peso dell’età e della responsabilità. Unico elemento di rottura un giullare di corte che, in modo ironico, ci ricorda l’imprevedibilità del fato. Peccato solo si sia molto stemperato l’effetto del “teatro nel teatro” inizialmente previsto e più evidente nell’allestimento genovese. La regia originale, qui ripresa da Luisa Baldinetti si avvale delle scene di Monica Manganelli e della magnificenza dei costumi di Gianluca Falaschi: piccole opere d’arte aderenti allo stile dell’Inghilterra del 1600. Sempre adeguate risultano anche le serotine luci di Paolo Liaci. Un buon lavoro che ci fa capire come il regista, noto soprattutto come cantante, conosca bene e sappia applicare le leggi non scritte di un valido spettacolo. 

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Francesco Demuro e Karen Gardeazabal

Tra gli esempi sommi del repertorio belcantista, Roberto Devereux costituisce un vero e proprio cimento per gli interpreti, alle prese con una tessitura scomoda e densa di difficoltà.

Tra i protagonisti, il ruolo di Elisabetta è forse il più ingrato.

In luogo della prevista Roberta Mantegna, annunciata indisposta, a vestire i panni della sovrana di Inghilterra è Karen Gardeazabal, che il pubblico bolognese aveva già avuto modo di apprezzare come Mimì nella Boheme di Puccini e, ancora, come Donna Elvira nel Don Giovanni di Mozart. Alle prese con un debutto di quelli da “far tremare i polsi”, il soprano messicano si lancia in un’impresa a dir poco sfidante e, complice quella tenera (leggasi anche impavida) audacia che spesso accompagna i giovani talenti, riesce a domare la parte ottenendo un bel trionfo personale. Gardeazabal può contare su di una vocalità squillante e facilmente sfogata verso il registro superiore. Il bel legato consente di sottolineare i momenti di maggiore abbandono, così come il pregevole controllo tecnico favorisce la giusta sonorità nei gravi e l’opportuna sicurezza nelle numerose, quanto improvvise, volatine nella regione più acuta. Se vocalmente siamo dinanzi ad una prova di tutto rispetto, soddisfazione ancora maggiore deriva dall’interprete, in perfetta aderenza con il disegno registico dello spettacolo. La cura minuziosa anche del più piccolo gesto, l’alterigia della figura, opportunamente sottolineata dai già citati splendidi costumi, si fondono alla incisività del fraseggio, pervaso da consapevole realismo. Una prova ampiamente superata, quindi, che ci lascia ben sperare, a fronte di una ulteriore frequentazione del ruolo, in una maturazione, vocale e introspettiva, del personaggio, collocando il soprano (ce l’auguriamo) tra gli interpreti attualmente più in vista di questo repertorio.

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Francesco Demuro

Nel ruolo del titolo, Francesco Demuro sfoggia una invidiabile padronanza stilistica che gli deriva, senza dubbio, dalla frequentazione del repertorio belcantista e, in particolare, belliniano e donizettiano. Nella sua prova apprezziamo il canto sul fiato, il legato e la facilità del registro acuto. A tale proposito, si prenda l’aria di terzo atto, dispiegata con un canto di accorata morbidezza, cui segue la spericolata invettiva, sottolineata con puntature acute ottimamente proiettate. In particolare evidenza anche l’interprete, capace di sottolineare, con eguale passionalità, il contrasto emotivo del personaggio.

Raffaella Lupinacci, con la sua vocalità vellutata e pastosa, restituisce il malinconico struggimento della Duchessa di Nottingham. La raffinatezza del canto, unita alla fermezza dell’emissione, sembra trovare terreno fertile nella scrittura donizettiana e concorre alla definizione di un personaggio autentico e carismatico. Una figura dolente, vittima inconsapevole di un destino avverso che la vuole prigioniera di un amore irrealizzabile.

A chiudere il quartetto dei protagonisti è Vladimir Stoyanov che, dopo numerose incursioni nel repertorio verdiano, porta ora sul palcoscenico, per la prima volta, il Duca di Nottingham. L’autorevolezza e la solennità del canto, particolarmente evidenti nell’aria di primo atto, ben si sposano con la nobilità del personaggio. L’interprete non manca, inoltre, di sottolineare anche le sfumature più umane del duca e di coglierne la disperazione e il dolore per il presunto tradimento della moglie.

Venendo alle parti di fianco, molto bravi sono anche Pierluigi d’Aloia, un Lord Cecil dal canto squillante ed incisivo, e Nicolò Donini, un Sir Gualtiero di indubbia efficacia vocale e scenica.

Completano la locandina Tommaso Norelli e Giuseppe Nicodemo nei panni, rispettivamente, di un paggio ed un familiare di Nottingham.

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Raffaella Lupinacci

Sul podio, Renato Palumbo opta per una lettura dai tempi dilatati, con particolare predilezione per tinte soffuse e serotine. Attraverso un buon dialogo con la compagine orchestrale, piuttosto precisa nel costruire un fraseggio fluido ed omogeneo, il direttore mantiene il giusto equilibrio con il palcoscenico, sostenendo e valorizzando al meglio le peculiari vocalità deli interpreti.

Di notevole intensità l’apporto del coro bolognese che, sotto la guida di Giovanni Farina, riesce a trovare colori ed intenzioni di indubbia suggestione.

Al termine, la serata viene salutata da un ottimo successo di pubblico che, purtroppo, lasciava intravedere troppi (ed immeritati visto la qualità dello spettacolo) vuoti in sala.

Roberto Devereux
Tragedia lirica in tre atti
Libretto Salvatore Cammarano dalla tragedia di Jacques-François Ancelot Elisabeth d’Angleterre
Musica di Gaetano Donizetti


Elisabetta Karen Gardeazabal
Sara Raffaella Lupinacci
Roberto Devereux Francesco Demuro
Il duca di Nottingham Vladimir Stoyanov
Lord Cecil Pierluigi D’Aloia
Sir Gualtiero Nicolò Donini
Un paggio Tommaso Norelli
Un familiare di Nottingham Giuseppe Nicodemo
Attori Domenico Indiveri, Giacomo Gaetano Liva, Giordano Boschi, Lisa Manzini, Lucia Fontanelli

Orchestra del Teatro Comunale di Bologna

Direttore Renato Palumbo
Coro del Teatro Comunale di Bologna 
Maestro del coro Giovanni Farina
Regia Alfonso Antoniozzi
Ripresa da Luisa Baldinetti 
Scene Monica Manganelli
Costumi Gianluca Falaschi
Luci Paolo Liaci

Foto: Andrea Ranzi