L’italiana in Algeri – Teatro Municipale, Piacenza
Una “follia organizzata e completa”, così Stendhal definisce L’italiana in Algeri, dramma giocoso in due atti composto nel 1813 da un Rossini poco più che ventenne. A dispetto dei tempi di stesura a dir poco ristretti (pare che la partitura sia stata ultimata in meno di un mese), con questo titolo il Cigno pesarese offre un saggio di perfezione formale, vitalità travolgente e brio musicale.

La messinscena di Fabio Cherstich, frutto di una importante coproduzione tra il Teatro Municipale di Piacenza, il Teatro Valli di Reggio Emilia, il Teatro Comunale Pavarotti-Freni di Modena, il Teatro Alighieri di Ravenna, la Fondazione Haydn di Bolzano e Trento e i Teatri di OperaLombardia, nasce proprio con il preciso intento di restituire allo spettatore quella energia incontenibile ed esplosiva, cifra caratteristica della musica rossiniana. Ci troviamo in un’epoca attuale non ben definita, dove la scena unica, a cura di Nicolas Bovey, è occupata dallo scheletro di una villa su due piani in costruzione. Al rigore geometrico della struttura fanno da contrasto i numerosi e quantomai eterogeni arredi (sedie, sdraio, barili e perfino gonfiabili), funzionali, di volta in volta, allo sviluppo del racconto. Coloratissimi e variopinti (con una deliziosa nota kitsch) i costumi, a firma di Arthur Arbesser, che si sposano perfettamente con le luci, calde ed abbaglianti di Alessandro Pasqualini. La narrazione è frenetica, il susseguirsi degli eventi volutamente caotico e persino al limite del surreale. Tutto funziona al meglio, dalla caratterizzazione dei singoli personaggi, dipinti con grottesca ironia, alla loro interazione, curata e disinvolta. Un allestimento spassoso e scorrevole, capace di strappare più di un sorriso alla platea grazie, tra l’altro, alla carismatica presenza del mimo Julien Lambert che volteggia sul palco con impareggiabile bravura. Un plauso indistinto va rivolto anche alla compagnia di canto che si dimostra ottima anche nella recitazione e assicura così uno spettacolo godibilissimo sotto ogni aspetto.
Laura Verrecchia, l’ “italiana” del titolo, è davvero bravissima. Lo è dal punto di vista esecutivo, in forza di una vocalità brunita, cremosa nei centri, setosa nei gravi e luminosa in acuto. Le appartengono, inoltre, il gusto e la consapevolezza stilistiche bastanti per aggredire la scrittura rossiniana anche nei passaggi dove la coloratura si fa più fitta. Parimenti, mantiene l’emissione morbida e controllata, come nell’aria “Per lui che adoro”. Di livello anche l’interprete, capace di sviluppare un fraseggio dove ironia e sensualità si combinano perfettamente per dare vita ad un mix esplosivo ed irresistibile.
Di spassosa comicità è anche il Mustafà di Giorgio Caoduro, cui riconosciamo una abile maestria nel sottolineare l’aspetto più brutale e becero del personaggio. Coadiuvato dalla scattante presenza scenica, l’artista riesce a sfruttare ogni momento della partitura per tratteggiare un carattere incisivo ed efficace. Se a quanto sopra aggiungiamo la misurata compostezza dell’emissione e la puntuale precisione del canto di coloratura, otteniamo una prova perfettamente riuscita a tutto tondo.
Magistrale il Taddeo di Marco Filippo Romano, alle prese con una scrittura, quella rossiniana appunto, che per il baritono nisseno non ha più segreti. Nella sua prova troviamo un compendio di abilità esecutiva, contezza stilistica, ricercatezza e precisione. Un canto mai fine a se stesso, ma instradato attraverso una espressività magnetica e travolgente, da cui sortisce un personaggio moderno e per nulla scontato.

A causa di una improvvisa indisposizione che ha colpito il titolare del ruolo, Antonino Siragusa viene letteralmente buttato sul palco per dare vita ad un Lindoro dalla voce chiara e dalla tecnica salda. Il tenore, forte di una lunga frequentazione di questo repertorio, mostra quella consapevolezza stilistica necessaria per superare i momenti dove il canto si fa più disteso e quelli dove la scrittura si fa più ardita, tanto per la coloratura quanto per la maggiore esposizione nella regione acuta.
All’insegna di una sostanziale correttezza la prova di Gloria Tronel, una Elvira particolarmente riuscita sotto l’aspetto scenico.
Molto bene fa, poi, Giuseppe De Luca, dalla vocalità luminosa e ben proiettata, oltre che in evidenza per una certa scioltezza nei movimenti.
Completa la locandina la puntuale Barbara Skora, nei panni di Zulma.
Sul podio della Orchestra dell’Emilia-Romagna Arturo Toscanini, dal suono brillante e pastoso, Alessandro Cadario legge la partitura con un approccio deciso e scattante, ponendo in primo piano quella geniale ironia che accompagna l’intero spartito. Ben riuscito il bilanciamento delle dinamiche e dei volumi, rispettoso dell’equilibrio tra buca e palcoscenico. Una concertazione sapientemente condotta tra la morbida sospensione degli involi amorosi e le rocambolesche volute delle pagine più ritmate.
La prova del Coro Claudio Merulo di Reggio Emilia, ben istruito da Martino Faggiani, è condotta con buona professionalità canora ed attoriale.
Caloroso successo al termine per tutta la compagnia e direttore, con punte di particolare entusiasmo per gli interpreti delle parti principali.
La nave di Isabella è salpata da Reggio Emilia, e dopo Piacenza, farà tappa nelle prossime settimane a Modena, Ravenna e Trento, per poi approdare nel circuito di OperaLombardia durante i mesi autunnali.
L’ITALIANA IN ALGERI
Dramma giocoso in due atti di Angelo Anelli
Musica di Gioachino Rossini
Mustafà Giorgio Caoduro
Elvira Gloria Tronel
Zulma Barbara Skora
Haly Giuseppe De Luca
Lindoro Antonino Siragusa
Isabella Laura Verrecchia
Taddeo Marco Filippo Romano
Orchestra dell’Emilia-Romagna Arturo Toscanini
Coro Claudio Merulo di Reggio Emilia
Direttore Alessandro Cadario
Maestro del coro Martino Faggiani
Regia Fabio Cherstich
Scene Nicolas Bovey
Costumi Arthur Arbesser
Luci Alessandro Pasqualini
Foto: Andrea Mazzoni
