Pelléas et Mélisande – Grand Théâtre, Monte-Carlo
Pelléas et Mélisande, di Claude Debussy, incanta il Principato di Monaco.
Il trenta aprile 1902, all’Opéra-Comique di Parigi, la prima di Pelléas et Mélisande di Claude Debussy, fu accolta da grandi applausi grazie ai giovani “Apaches”, non ci riferiamo però agli indigeni nordamericani di lingua Athabaska, ma ad un gruppo di intellettuali anticonformisti di cui faceva parte anche Maurice Ravel. Questi ultimi, che usavano il nome “Apache” come simbolo di ribellione, capirono che le critiche della stampa più conservatrice, come quella di Arthur Pougin, che trovava l’opera “vaga, fluttuante, senza movimento e senza vita”, sottolineavano, in realtà, i veri punti di forza e di innovazione della partitura. Oggi, a distanza di più di centoventi anni dalla prima ci troviamo ancora davanti ad un opera quasi inafferrabile, criptica, misteriosa ma di enorme forza espressiva e fascino, proposta, purtoppo, molto raramente nei cartelloni.

All’opera di Monte-Carlo il capolavoro simbolista di Debussy andò in scena per la prima volta nel 1927 e torna oggi con un allestimento firmato per le scene e luci da Laurent Castaingt e, per la regia, da Jean-Louis Grinda. Un nome, quest’ultimo, assai noto a Monaco, anche in quanto ex direttore dell’Opera monegasca: un artista che si è quasi sempre provato in spettacoli sicuramente efficaci ma dal sapore tradizionale e rassicurante. In questa occasione, invece, il regista ha pensato ad un allestimento astratto ed atemporale giocato principalmente su grandi pannelli, ora bui ora illuminati con neon o con forti luci nei toni dell’azzurro: uno scontro fra luce e ombra, dove il solo tocco di natura è rappresentato dal mare che per un attimo fa capolino. Il risultato è uno spettacolo evocativo e ben pensato, intenso ed enigmatico, che sostiene ed amplifica il mistero della scrittura musicale di Debussy. Particolarmente toccante risulta la morte di Mélisande: la giovane è posta in una sorta di gabbia trasparente, in cui dovrà entrare anche sua figlia, perpetrando un destino di immutabile dolore e morte. Ci sono piaciuti anche i costumi diJorge Jara, di foggia novecentesca e sottilmente sovraccarichi ed inquietanti quasi come in una ghost story.
Lo spettacolo si fregia di una esecuzione musicale di indiscusso valore.
Il primo punto di prestigio è rappresentato dalla magnifica concertazione offerta da Kazuki Yamada, a capo di una altrettanto splendida Orchestre Philharmonique de Monte-Carlo, di cui il suddetto è anche direttore artistico e musicale (e a cui subentrerà, a partire dal settembre prossimo, Nathalie Stutzmann). Le peculiari dimensioni della Salle Garnier consentono di valorizzare al meglio la preziosità della partitura e di coglierne anche il minimo dettaglio, dando il giusto risalto alle pause e ai contrasti sonori. Yamada sviluppa una narrazione fluida, sospesa tra costrutti di impalpabile leggerezza, prediligendo un suono trasparente, in alternanza tra onirici sussurri e bruschi sussulti. Un racconto inarrestabile, nel quale i dialoghi tra i protagonisti confluiscono continuamente, e senza soluzione di continuità, nei numerosi intermezzi sinfonici, inarrivabili nella loro complessa e stratificata costruzione. Un gesto direttoriale sicuro e deciso, capace di guidare, con armonica compattezza, le diverse sezioni strumentali e di dialogare, con altrettanta efficacia con il palco.

E proprio sulla scena si esibisce una compagnia di artisti perfettamente assortita.
Lea Desandre, al suo debutto nel ruolo, è una Mélisande incantevole, enigmatica e trasognata nel canto, raffinata e composta nelle movenze. L’emissione, misurata ed attentissima, si snoda attraverso un declamato sfumato ed espressivo, nell’alveo di una linea di canto screziata dal seducente impasto timbrico.
La affianca il Pelléas, giovanile ed affascinante di Huw Montague Rendall, dalla vocalità brunita e ben tornita. L’artista, in evidenza per spiccata musicalità, si disimpegna con onore nella scrittura e mostra particolare cura nel nitore e nel trasporto dell’articolazione. Efficace e adeguatamente coinvolto l’interprete.
Bravissimo è, poi, Gerald Finley, capace di sottolineare, con costante incisività, il percorso emotivo di Goland nella vicenda. Il baritono, dall’emissione salda e sicura, mostra la duttilità necessaria per ricercare un suono rotondo e penetrante. Una prova in cui il canto si combina con una espressività immediata e trascinante, assicurando la credibilità e la veridicità dell’interprete.
Laurent Naouri veste i panni di Arkel con la giusta ieraticità. La voce, dal torrenziale e suggestivo colore notturno, cesella con dovizia di particolari ogni intervento sottolineando, con particolare incisività, il contrasto tra il rigore paterno (specie nei confronti di Goland) e la tenera commozione per Mélisande (specie nella scena conclusiva dell’opera).
Marie Gautrot, dalla peculiare vocalità color miele, restituisce tutta l’apprensione e la matronale solennità di Geneviève sottolineando, con particolare persuasione, il carattere del proprio personaggio.
In luogo del bambino originariamente previsto, il ruolo di Yniold è affidato ad un soprano, ovvero al canto squillante e ben proiettato di Jennifer Courcier, capace di sottolineare, con giusta bravura, l’innocente ingenuità del giovane adolescente.

Un plauso anche al canto melodioso di Stefano Arnaudo, un pastore, alla precisione e pertinenza esecutiva di Przemsylaw Baranek, un medico.
Valido, seppur limitato ad un brevissimo intervento fuori scena, l’apporto del magnifico coro monegasco, diretto da Stefano Visconti.
Dopo aver seguito con attenzione tutta l’esecuzione, la sala, completamente esaurita, accoglie, con grande entusiasmo, la compagnia di canto, Yamada e Grinda, siglando, così, il felice debutto di una produzione di innegabile valore.
PELLÉAS ET MÉLISANDE
Opera in cinque atti e dodici quadri
Libretto Maurice Maeterlinck
Musica Claude Debussy
Mélisande Lea Desandre
Pélleas Huw Montague Rendall
Golaud Gerald Finley
Arkel Laurent Naouri
Geneviève Marie Gautrot
Ynold Jennifer Courcier
Un Médicin Przemyslaw Baranek
Un berger Stefano Arnaudo
Orchestre Philharmonique de Monte-Carlo
Coro Opéra de Monte-Carlo
Direttore Kazuki Yamada
Direttore del coro Stefano Visconti
Regia Jean-Louis Grinda
Costumi Jorge Jara
Scene e luci Laurent Castaingt
Foto: Marco Borrelli
