Spettacoli

Pagliacci/Cavalleria rusticana – Teatro del Maggio, Firenze

Se la piazza dove arriva la compagnia dei Pagliacci è nel paese di Turiddu, il gioco è fatto: l’espediente geografico assicura la continuità tra i due pannelli del dittico. Ma se si intende creare un discorso unitario che armonizzi intrecci e tematiche, per di più in chiave attualizzante, la faccenda si complica. Ed è appunto questa la sfida in cui si cimenta Robert Carsen al Teatro del Maggio, inserendo Pagliacci e Cavalleria rusticana in una medesima cornice contemporanea e presentandoceli come due momenti di un’unica e articolata riflessione sul teatro: il teatro e la realtà e la realtà del teatro. Lo spunto di questo allestimento, originariamente prodotto dalla Dutch National Opera di Amsterdam, lo offre ovviamente l’opera di Leoncavallo, con il suo Prologo che è un vero e proprio manifesto di estetica e da cui in quest’edizione si parte per addentrarci nel cuore della scena attraverso una serie di sipari vermigli. Dove sta le verità? Che cosa è reale e cosa è finzione?  E mentre cerchiamo di orientarci sul palco, scopriamo che il Coro è seduto nelle prime due file di platea e che quindi anche noi siamo parte della piazza in subbuglio. La sorpresa annulla la distanza e lo spiazzamento è efficace; ma l’effetto si ripete più volte, la sala diviene troppo spesso rumorosa, il Coro copre l’orchestra e in questo gioco è coinvolto soltanto il pubblico in platea. La meraviglia resta comunque un ingrediente essenziale di questa narrazione, con continui cambiamenti di prospettiva, dalla scena ai camerini, e con una vastissima gamma di idee e gesti simbolici. I movimenti sono complessi ma ben organizzati dalle coreografie di Marco Berriel, le scene di Radu Boruzescu mettono in campo un gran quantità di eloquenti elementi e le luci di Carsen e Peter Van Praet sono vive e cangianti, nell’alternanza di fasci gelidi e caldi bagliori della ribalta. Sebbene ordinari, colpiscono molto anche i costumi di Annemarie Woods, poiché quelli della commedia sono identici agli abiti di ciò che sembra la vita reale. Gli attori rappresentano dunque se stessi, in forma grottesca ma perfettamente riconoscibili nei loro tratti. Canio, al cui dissidio è dedicato l’intero Intermezzo, pare violento non solo per la gelosia ma anche perché si è smarrito in se stesso, sdoppiato tra due identici sé.

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Brian Jagde e Corinne Winters

Con Cavalleria rusticana ci si sposta nel backstage, ripartendo dall’ultima sequenza con l’uccisione di Nedda e di Silvio; la scena si ritrae sul palco e ci è concesso di entrare nella quotidianità del lavoro degli artisti. Qui la frattura tra individuo e tessuto sociale, motore dell’opera di Verga e Mascagni, viene trasferita all’esclusione di una Santuzza licenziata dal coro e che vive dunque la tragedia moderna della perdita del lavoro e dell’emarginazione sociale. La narrazione viene ricostruita puntualmente e connotata di significati diversi ma paralleli: la Festa diventa il compleanno di Alfio, il Regina coeli una prova del coro, mamma Lucia la direttrice di palcoscenico. Tutto molto ingegnoso, tutto architettato con fantasia ed originalità, nel pregevole sforzo di far tornare al meglio ogni cosa; numerosi i momenti di intensa suggestione, ma nel complesso, rispetto a Pagliacci, questa parte dello spettacolo ha minor forza e coesione. Mamma Lucia è meno drammatica, la mala Pasqua passa quasi inosservata, il delitto d’onore ha poco senso in un simile contesto. E inoltre ne esce scardinata l’aderenza tra musica e testo di un’opera cosidetta “verista”. La violenza che emerge è invece tutta legata al mondo del teatro, alle regole di un mondo del lavoro non inclusivo. E la meraviglia anche qui ha il suo peso: per quanto abusato sia ormai lo specchio che riflette gli spettatori, l’addio di Turiddu alla madre, nell’indifferenza degli altri, è di forte impatto, così come il sipario che cala su se stesso come un flusso di sangue incessante. Dappertutto scorre la violenza, nella finzione della realtà e nella realtà della finzione, e da essa non è indenne neppure il teatro, neanche quel mondo che lavora per il bello ed il vero e i tanti valori ad essi connessi.

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Martina Belli e Manulea Custer

Le passioni violente trovano un tenue riscontro nella direzione di Riccardo Frizza, che si distingue per organicità e definizione del suono, ma che manca spesso di vigore e di una significativa differenziazione dei piani sonori. Più coinvolgente Pagliacci, dove il racconto riesce particolarmente compatto, in un saldo rapporto con il palco e nel non facile compito di integrare gli interventi dalla platea. Tempi narrativi caratterizzano Cavalleria ma anche qui la lettura riesce poco scavata, con un intermezzo di contenuta espressività.
Ad imporsi per volume ed energia è il Coro del Maggio, con interventi potenti e precisi e ben sincronizzati anche nella prima parte, nonostante la grande mobilità. Momento vibrante e di assoluta omogeneità il Regina coeli in Cavalleria, che vede sul palco il maestro Lorenzo Fratini come attore e direttore. Coordinate e di buon volume anche le Voci bianche guidate da Sara Matteucci, che aumentano la brillantezza della sorpresa iniziale.

E’ di grande affiatamento il cast di Pagliacci, con il Canio di Brian Jagde irruento e tormentato in una modalità tutta contemporanea. Voce potente e luminosa, rende ogni passaggio in una forma assai energica e con una drammaticità molto esplicita ma non parimenti interiorizzata. Il fraseggio è infatti poco variato nell’accento e nella dinamica, con un “Vesti la giubba” che insiste di più sulla rabbia che sul dissidio.
Corinne Winters è una Nedda di ottimo volume ed estensione, con un’intenzione assai sofferente ma non altrettanto lirica e melodica. Ha una gestualità di grande fascino ed erotismo, ma nella romanza e nel duetto con Silvio è tuttavia vocalmente poco luminosa e sensuale.
A introdurci nell’esplorazione del mondo teatrale è Roman Burdenko che interpreta un Prologo sbalzato e vibrante. Con un fraseggio articolato e incisivo plasma un Tonio lascivo e grottesco, con aspetti sinistri e crudeli, anch’egli un escluso in quanto scemo e deforme.
Traccia frasi ampie e luminose il Silvio di Hae Kang ed un’espressività salda e vigorosa il Beppe di Lorenzo Martelli. La sua serenata si staglia trasparente e appassionata, mentre il suo Arlecchino palestrato vestito da Silvio suscita una simpatica ilarità.

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Luciano Ganci e Manuela Custer

Gli interpreti di Cavalleria plasmano un insieme di sofferta cantabilità, dove la Santuzza di Martina Belli, dalla voce morbida e voluminosa e uno stile intensamente drammatico, raffigura con forza e naturalezza la sua condizione di emarginata dalla compagnia degli artisti.
Fin dalla siciliana iniziale, Luciano Ganci ha un canto omogeneo e di grande saldezza in acuto. Il suo Turiddu è vivace e drammatico, con melodie tracciate con ampiezza ed eleganza e una limpida dizione che si fa più sbalzata nell’addio alla madre.
Conferma la sua varia e scolpita espressività Roman Burdenko, che rende la sortita di Alfio con vigore e solarità ed è sanguigno e incisivo nel dialogo con Turiddu.
Con vocalizzi definiti e sensuali, Janetka Hoşco interpreta una Lola sicura e spavalda, mentre Manuela Custer è Mamma Lucia, dura eppure affettuosa, con frasi scavate e toccanti soprattutto nelle scene finali. Impetuoso e graffiante il grido conclusivo della Donna di Giulia Tamarri.

Molto acclamati tutti gli interpreti, con speciali apprezzamenti per Jagde e Burdenko, Ganci e la Belli. Generali consensi per Frizza, vi sono entusiasmi e contestazioni per il lavoro di Carsen.

PAGLIACCI
Ruggero Leoncavallo
Dramma lirico in due atti

CAVALLERIA RUSTICANA
Pietro Mascagni
Melodramma in un atto di Giovanni Targioni-Tozzetti e Guido Menasci

Maestro concertatore e direttore Riccardo Frizza

Regia Robert Carsen
Luci Robert Carsen e Peter Van Praet
Scene Radu Boruzescu 
Costumi Annemarie Woods 
Coreografia Marco Berriel

Orchestra e Coro del Maggio Musicale Fiorentino

Coro di voci bianche dell’Accademia del Maggio Musicale Fiorentino

Maestro del Coro 
Lorenzo Fratini

Maestra del Coro di voci bianche dell’Accademia Sara Matteucci

Pagliacci
Nedda (nella commedia Colombina) Corinne Winters
Canio (nella commedia Pagliaccio) Brian Jagde
Tonio (nella commedia Taddeo) Roman Burdenko
Peppe (nella commedia Arlecchino) Lorenzo Martelli
Silvio Hae Kang

Cavalleria Rusticana
Santuzza Martina Belli
Lola Janetka Hoşco
Turiddu Luciano Ganci
Compare Alfio Roman Burdenko
Mamma Lucia Manuela Custer
Una donna Giulia Tamarri

Foto: Michele Monasta – Maggio Musicale Fiorentino