Don Quichotte – Teatro Sociale, Como
Al Teatro Sociale di Como il commovente Don Quichotte di Jules Massenet.
Quando Miguel de Cervantes Saavedra scrive “El Ingenioso Hidalgo Don Quijote de la Mancha” ha 58 anni, siamo nel 1605 e lo scrittore, per l’epoca, é nella fase finale della sua vita. Appena più giovane é il suo strampalato eroe: “rasentava i cinquanta anni: robusto, segaligno, di viso asciutto, molto mattiniero e amante della caccia.” Un uomo maturo quindi, che: “nei momenti d’ozio (che erano la maggior parte dell’anno) si dava a leggere libri di cavalleria con tanta passione e diletto da dimenticare quasi del tutto lo svago della caccia e anche l’amministrazione del suo patrimonio”.

Anche Jules Massenet scrisse la musica per il suo Don Quichotte nel 1910, in un periodo in cui era allettato per forti dolori reumatici, a 68 anni, e appena due anni prima della sua morte. Una storia, insomma, che, in tutte le sue forme, riflette sulla maturità, sui ricordi, sulla memoria vera o trasfigurata della vita. Risulta quasi ovvia, allora, la scelta del regista Kristian Frédric di ambientare la sua versione dell’opera in una residenza assistenziale. Un’ idea che ci aveva destato, almeno sulla carta, qualche perplessità, perché recentemente l’ambientazione “ospedaliera” sta diventando sempre più frequente, basti ricordare il Falstaff scaligero di Michieletto o il recente Furioso nell’isola di S. Domingo di Renga al Donizetti Opera Festival di Bergamo.
In realtà, la scena, pensata da Marilène Bastien, e arricchita dai video di Antoine Belot non é così scontata e se effettivamente si apre sul salone di una casa di riposo, continua a fondere abilmente realtà ed immaginazione. Nello spettacolo veniamo catapultati nella mente del protagonista, un uomo malato di Alzheimer e amante della letteratura, ma non vogliamo svelarvi troppo delle ingegnose soluzioni adottate per risolvere scene spesso molto complesse, che meritano di essere apprezzate direttamente in teatro. La produzione, come espresso nelle note di regia, non punta a toccare le abusate corde della malattia e del dolore, ma anzi cerca di ricordare a tutti noi quanto l’arte sia consolazione per l’anima, rifugio ultimo e culla anche nella malattia fisica e mentale. Un plauso, quindi, per questo magnifico lavoro registico che ha saputo divertirci, stupirci e farci commuovere, tanto quanto il capolavoro letterario da cui deriva. Un sogno fra realtà e fantasia in cui anche i costumi, curati da Margherita Platé, inizialmente contemporanei e severi, si caricano, almeno per i protagonisti, di elementi fantastici, estrosi e mai scontati. La particolare dimensione di sogno ad occhi aperti é felicemente restituita anche dalle luci, sempre adeguate, di Rick Martin. Una sola piccola nota negativa, a nostro avviso, é data dalle lunghe sequenze narrative in italiano, poste fra gli atti, che risultano superflue e anzi aggiungono un eccesso di retorica non necessaria per comprendere quanto accade in scena. Una piccola stonatura che non ha comunque rovinato una grande serata di teatro, venata da quella malinconia che per Victor Hugo é :”la gioia di sentirsi tristi”.

Particolarmente felice anche l’esito musicale della serata.
Quella di Massenet è una partitura preziosa, ricca di momenti musicali di sconvolgente bellezza. Jacopo Brusa, a capo dei complessi I Pomeriggi Musicali di Milano, sigla una prova di raffinata ispirazione, una lettura giocata sui contrasti, dove al furoreggiante clangore del folklore spagnolo, specie in primo e quarto atto, si alterna la struggente malinconia del finale. Nella prova del direttore riconosciamo, inoltre, la meticolosa cura riposta nella scelta delle dinamiche, perfette nel rappresentare le tinte caratteristiche di ogni singolo momento drammaturgico; si veda, in tal senso, il romantico abbandono della serenata di Don Quichotte o, ancora, il vorticoso turbinio della lotta contro i mulini a vento nel finale secondo. Una prestazione maiuscola, insomma, che testimonia tutta la passione e la dedizione di Brusa nel dare vita alla magnifica scrittura di Massenet. Merito, anche, della compagine orchestrale che proprio in questa occasione sembra regalare una delle prove migliori a nostra memoria. Il suono, terso e compatto, avvolge il palcoscenico con il giusto rispetto degli equilibri sonori e si carica, all’occasione, di una emozione vivida ed autentica.
Veniamo al cast vocale.
Debutta nel titolo Nicola Ulivieri che mostra, innanzitutto, la classe innata di un artista di razza. Prova ne sono, ad esempio, la raffinatezza e la morbidezza di una emissione sempre controllata, ma anche, e soprattutto, la consapevolezza di un canto naturalmente espressivo. Ulivieri disegna un eroe romantico, tutto racchiuso in una toccante e dolente malinconia, un cavaliere di aristocratica eleganza. Un personaggio a tutto tondo, sbalzato con un fraseggio lineare ed immediato. Particolarmente toccante, per altro, è la scena della morte, cesellata con struggente intensità.
Al suo fianco, nel ruolo di Sancho, Giorgio Caoduro è un alter ego perfetto. Virtuoso ed istrione sulla scena, il baritono sfoggia una evidente sicurezza nel canto, omogeneo e compatto a tutte le altezze. Una prova che viene valorizzata dalla ricercatezza e dalla immediatezza dell’accento e dal carisma della presenza scenica. L’arguzia interpretativa si estrinseca nel riuscito contrasto tra commedia e dramma e trova il proprio apice nell’aria che chiude il quarto atto, tra i vertici della serata.
La bella Dulcinée vive in questa produzione grazie alla solarità del canto e alla misurata compostezza della presenza scenica di Chiara Tirotta. Il colore screziato del bel timbro pastoso si sposa idealmente con una linea elegante e mai sopra le righe, rappresentazione azzeccatissima di una donna che seduce con la sua raffinata complessità.
Altrettanto bene gli altri personaggi, ovvero i quattro corteggiatori di Dulcinée.

Se Raffaele Feo è un Juan ammiccante e disinvolto, nel canto come sulla scena, Roberto Covatta sa essere un Rodriguez incisivo e a tratti sfrontato. Marta Leung è un Pedro tenero e leggiadro, così come godibile e puntuale è il Garcias di Eirka Zulikha Benato.
A completare la locandina, poi, sono Alessandro Carrera e Marco Tomasoni, rispettivamente, il primo e il secondo valletto.
Valido ed affidabile, infine, l’apporto del Coro OperaLombardia diretto da Diego Maccagnola.
Alla serata arride un successo caloroso che si fa più acceso all’apparire alla ribalta dei tre protagonisti e del direttore.
Uno spettacolo davvero riuscito e, vista la rarità del titolo, ne raccomandiamo fortemente la visione al Teatro Ponchielli di Cremona il 23 e il 25 gennaio prossimi, dove terminerà la tournée di questo visionario, quanto struggente viaggio di Don Quichotte.
DON QUICHOTTE
Comédie héroïque in cinque atti
Libretto di Henri Cain dalla pièce
Le chevalier de la longue figure di Jacques Le Lorrain,
tratta da Don Chisciotte di Miguel de Cervantes
Musica di Jules Massenet
Don Quichotte Nicola Ulivieri
Sancho Giorgio Caoduro
Dulcinée Chiara Tirotta
Juan Raffaele Feo
Rodriguez Roberto Covatta
Pedro Marta Leung
Garcias Erica Zulikha Benato
Primo valletto Alessandro Carrera
Secondo valletto Marco Tomasoni
Orchestra de I Pomeriggi Musicali
Coro OperaLombardia
Direttore Jacopo Brusa
Direttore del coro Diego Maccagnola
Regia Kristian Frédric
Scene Marilène Bastien
Costumi Margherita Platé
Luci Rick Martin
Video Antoine Belot
Foto: per gentile concessione del Teatro Sociale di Como
