Ernani – Teatro Filarmonico, Verona
La stagione operistica del Teatro Filarmonico di Verona si chiude con Ernani di Giuseppe Verdi.
“Il choisit, dans l’histoire, des événements intéressans et dramatiques, qui soient liés si fortement l’un à l’autre, et si faiblement avec ce qui les à précédés et suivis”. Nella nota “Lettre à Monsieur Chauvet sur l’unité de temps et de lieu dans la tragédie”, Alessandro Manzoni getta le basi teoriche per il dramma romantico, dopo le critiche ricevute per il suo Conte di Carmagnola. Lo scrittore milanese stabilisce quel concetto di “vero poetico” che verrà perfettamente messo sulla scena da Victor Hugo, e dal suo Hernani, dieci anni dopo. Visioni ed idee letterarie che diventano però violenti scontri fra classicisti e romantici a partire dalla prima del 25 febbraio 1830 al Théâtre Français di Parigi.

Stefano Poda cura regia, scene, costumi e luci del nuovo allestimento di Ernani per il Teatro Filarmonico di Verona e parte proprio dall’idea di evocare quegli storici scontri letterari, ideologici ma anche fisici. L’artista trentino riesce, con una certa grazia e coerenza, ad incastrate il suo modo di fare teatro e le sue peculiari scelte estetiche in un grande disegno evocativo e mai scontato. Il mondo dei classicisti é richiamato dalle statue, spezzate sul palco, o che fanno capolino dal fondo scena, dietro a vetri che lasciano intravedere, ad esempio, la statua equestre di Luigi XIV, di Gian Lorenzo Bernini. Lo spirito romantico é invece incarnato da una tensione al futuro, alla tecnologia, come la grande parete a circuito elettronico che cala sulla scena in particolari momenti. Una intuizione che funziona perfettamente, che dialoga fra letteratura e melodramma per ricordarci che, in fondo, la risposta alla polemica è la perenne classica contemporaneità della musica verdiana. Il bellissimo colpo d’occhio non é solo assicurato da una scena fatta di vetri e luci abbaglianti, ma anche dagli splendidi e curatissimi costumi, tutti elementi che sicuramente abbiamo già, almeno in parte, visto nelle precedenti produzioni firmate da Poda ma che, al tempo stesso, sanno rinnovarsi e stupirci ancora.
Passando al versante musicale, è d’uopo riferire, in primis, della bella prova di Antonio Poli, al suo primo incontro con il ruolo del titolo. Il tenore mette la propria vocalità, piacevolmente timbrata, al servizio della scrittura verdiana e la affronta con la giusta consapevolezza, facendo leva sulla morbidezza dell’emissione e sullo squillo della regione acuta, raggiunta con evidente facilità. Altrettanto azzeccato l’interprete che, con gusto ed intelligenza, riesce a dare vita ad un appassionato e tormentato eroe romantico.
Al suo fianco brilla il Don Carlo di Amartuvshin Enkhbat che all’ampiezza di una emissione brunita e generosa, unisce la nobiltà di un legato da manuale. Il canto, dispiegato con ricchezza di armonici, si articola attraverso un fraseggio scolpito e solenne sottolineando, ancora una volta, l’affinità dell’artista con la poetica verdiana. Una prova di grande intensità che trova il proprio apice nella magnifica ed appassionata esecuzione dell’aria di terzo atto “Oh, dè verd’anni miei”, accolta al termine da una lunga ovazione da parte del pubblico.

Olga Maslova affronta la parte di Elvira, tra le più complesse del giovane Verdi, con adeguata sicurezza e, grazie alla limpidezza di uno strumento squisitamente lirico, pone in evidenza soprattutto il carattere appassionato del personaggio. Ben rifinito e cesellato l’accento, votato ad una certa incisività e compiutezza espressiva.
Il quartetto dei protagonisti si completa con Vitalij Kowaljow, un Silva che si pone in evidenza per il caratteristico impasto notturno e per l’ampiezza della cavata. Una prova vocale di comprovata solidità, ulteriormente arricchita da un fraseggio granitico e da una presenza autorevole.
Tra i comprimari, si staglia una posizione di rilievo lo Jago, subdolo e insinuante, di Gabriele Sagona, dallo strumento sonoro e ben organizzato.
Squillante e delicata la Giovanna di Elisabetta Zizzo, mentre Cristiano Olivieri, chiamato in sostituzione dell’indisposto Saverio Fiore, si disimpegna ottimamente come Don Riccardo.
Alla guida di una piuttosto precisa e coesa orchestra areniana, Paolo Arrivabeni sviluppa una lettura ispirata da una forte teatralità e costruisce un buon equilibrio tra buca e palcoscenico. Il maestro sceglie un approccio composito e strutturato, costruito su accesi contrasti dinamici e raffinate soluzioni timbriche (soprattutto per esaltare gli echi romantici della partitura). Un flusso sonoro in cui prevalgono tinte vivide e scintillanti, in una alternanza tra ritmi incalzanti e delicate oasi di sospensione. Una prova compiuta ed efficace, capace di cogliere tutte le innovazioni stilistiche del componimento verdiano ma, ad un contempo, anche il radicato legame con la pregressa tradizione belcantista.

Di segnata brillantezza la prova del Coro della Fondazione Arena di Verona, egregiamente sostenuto da Roberto Gabbiani. L’esecuzione della celebre “Si ridesti il leon di Castiglia”, accarezzata con rigore marziale, si ascrive senza dubbio tra i momenti più coinvolgenti della serata.
Ottimo successo di pubblico, prodigo di più accesi consensi all’indirizzo di Enkhbat e Poli, per questa serata conclusiva di un cartellone di indiscusso valore artistico.
Dopo le festività natalizie inizierà la nuova stagione operistica e, sul palcoscenico veronese, assisteremo al ritorno dell’immortale e conturbante Don Giovanni di mozartiana memoria.
ERNANI
Dramma lirico in quattro parti
Libretto di Francesco Maria Piave
dal dramma Hernani di Victor Hugo
Musica di Giuseppe Verdi
Ernani Antonio Poli
Don Carlo Amartuvshin Enkhbat
Silva Vitalij Kowaljow
Elvira Olga Maslova
Giovanna Elisabetta Zizzo
Don Riccardo Cristiano Olivieri
Jago Gabriele Sagona
Orchestra, Coro e Tecnici della Fondazione Arena di Verona
Direttore Paolo Arrivabeni
Maestro del coro Roberto Gabbiani
Regia, scene, costumi, luci Stefano Poda
Assistente a regia, scene, costumi, luci Paolo Giani Cei
Foto: ENNEVI
