Finale “Premio Venezia” – Teatro La Fenice, Venezia
La finale del Premio Venezia ha visto protagonisti tre giovani pianisti già sorprendentemente maturi: Edoardo Riganti Fulginei, Davide Conte e Daniele Martinelli. Tre percorsi formativi diversi, ma accomunati da risultati eccellenti: Riganti Fulginei, nato ad Assisi nel 2004, diplomato al Conservatorio di Perugia con il massimo dei voti, la lode e la menzione d’onore; Conte, classe 2006, veneziano, diplomato al Conservatorio Tchaikovsky di Catanzaro con il massimo dei voti, la lode e la menzione d’onore; e Martinelli, bergamasco del 2004, diplomato all’Istituto Donizetti con la stessa brillante valutazione.
Accanto ai titoli di studio, pesano anche i loro maestri: Riganti Fulginei si è formato con Massimiliano Ferrati, Mariangela Vacatello ed Enrico Pace; Conte con Andrea Lucchesini e Maddalena De Facci; Martinelli sotto la guida di Maria Grazia Bellocchio. Un trio, dunque, cresciuto alla scuola di figure autorevoli, presentatosi su questo palcoscenico con una promessa di talento già evidente.

La finale si inseriva in un concorso che vedeva in lizza anche gli altri due semifinalisti giunti sino alla “cinquina”: la pianista russa Maya Oganyan, allieva di Massimo Somenzi e Olaf John Laneri, e Flavio Domenico Tozzi, formatosi con Pasquale Iannone. Saranno loro, rispettivamente, quarto e quinto classificato, premiati anch’essi nel corso della serata.
In un contesto in cui non era in gioco soltanto il prestigio, ma anche ingenti borse di studio e, per il primo classificato, una tournée che toccherà non solo il Teatro La Fenice ma anche New York, i tre finalisti hanno dato prova di personalità artistiche ben delineate, offrendo una serata densa e coinvolgente.
Edoardo Riganti Fulginei ha scelto di aprire con le Réminiscences de Norma di Liszt, una pagina che richiede sangue freddo e controllo assoluto: la sua interpretazione, lanciata in una tempistica piuttosto incalzante, ha messo subito in evidenza un tocco brillante—soprattutto nei trilli—ma anche qualche lieve imprecisione dettata dall’emozione iniziale. È stato però nella Sonata n. 2 op. 36 di Rachmaninov che Riganti Fulginei ha mostrato il meglio di sé, distendendo il fraseggio, cercando un colore più lirico e rivelando una maturità espressiva più profonda, particolarmente efficace nei contrasti tra gli slanci agitati e i momenti più meditativi.
Sin dal suo ingresso, Davide Conte ha dimostrato un rapporto naturale con il palcoscenico, attendendo con calma che il silenzio della sala si posasse prima di iniziare. La sua interpretazione della Sonata in fa maggiore K. 82 di Scarlatti si è caratterizzata per eleganza e nitidezza, mentre nella Sonatina op. 28 di Casella ha saputo coniugare ritmo, modernità e un notevole senso del colore. Anche Conte ha affrontato le Réminiscences de Norma, ma con un approccio differente: un tempo più raccolto, una grande attenzione al fraseggio, rubati e rallentandi ben dosati che hanno trasformato il brano in un racconto musicale vero e proprio. La tecnica, pur solida, non è mai stata ostentazione: ciò che emergeva era un respiro interpretativo ampio, culminato nella scala di ottave finale, naturale e mai prevaricante.

Daniele Martinelli ha proposto un programma audace, inaugurando la sua esibizione con il Rituale da Játékok di Kurtág, una scelta raffinata che gli ha permesso di esplorare un suono sospeso e introspettivo, quasi come un rito di ingresso nella serata. È però con la monumentale Sonata in si minore di Liszt che Martinelli ha impresso la propria firma. Pur essendo fisicamente esile, la sua energia è impressionante: gli accordi in fortissimo risuonavano con una forza sorprendente, frutto evidente di un lavoro rigoroso. Ma ciò che colpiva davvero era la sua capacità di accostare a tale potenza momenti di estrema delicatezza, con mezzi piani poetici e passaggi a mano sola resi con una morbidezza quasi meditativa.
La giuria ha così decretato il terzo premio a Edoardo Riganti Fulginei, il secondo premio a Davide Conte e un meritatissimo primo premio a Daniele Martinelli, premiandone la personalità magnetica, l’intensità sonora e la profondità interpretativa.Per cinque pianisti così giovani, i tre finalisti, insieme al quarto e quinto classificato questa esperienza rappresenta non solo un traguardo ma soprattutto un’enorme occasione di crescita: un punto di partenza verso percorsi artistici che appaiono già promettenti e ricchi di futuri sviluppi.
