Daniel Barenboim, Lisa Batiashvili – Teatro alla Scala, Milano
L’apertura della Stagione Sinfonica del Teatro alla Scala affida a Daniel Barenboim un programma interamente beethoveniano: il Concerto per violino in re maggiore op. 61 con Lisa Batiashvili e, dopo l’intervallo, la Quinta Sinfonia. Una scelta che ha il sapore del rito, dell’omaggio, ma anche – inevitabilmente – della fragilità. Barenboim non è soltanto un direttore tornato sul podio: è uno dei volti che più profondamente hanno inciso la storia recente del teatro. Vederlo di nuovo al Piermarini significa assistere a un ritorno carico di memoria, ma anche segnato dalla malattia che da tempo accompagna il suo corpo e il suo gesto. Non c’è più l’energia titanica di un tempo, e proprio per questo la sua presenza assume un’intensità diversa, più vulnerabile e sorprendentemente umana.
In questo contesto la scelta di Beethoven non appare soltanto come una garanzia o una tradizione rassicurante. Per alcuni la serata può avere avuto un tono prudente; altri invece vi hanno colto un movimento opposto: una dichiarazione identitaria, quasi testamentaria. Beethoven, per Barenboim, non è un rifugio, ma il suo centro: il repertorio in cui la sua vita musicale converge, dalle integrali pianistiche alle letture sinfoniche, fino al filo che egli stesso ha tracciato tra Beethoven e Wagner. Se davvero desidera continuare a parlare attraverso la musica anche ora che il corpo limita il gesto, Beethoven è il linguaggio più naturale.
Proprio qui si sovrappongono, quasi spontaneamente, alcune riflessioni di Gianandrea Gavazzeni nel suo Non eseguire Beethoven!. Gavazzeni ammoniva che Beethoven “non si dirige, si attraversa”, suggerendo che la forza delle sue opere risiede meno nella magniloquenza interpretativa e più in una verità essenziale, quasi ascetica. Guardando Barenboim, laterale nel podio, con quei pochi movimenti che riesce ancora a compiere, si è avuta talvolta la sensazione di assistere a questa stessa essenzialità: non un gesto impoverito, ma un gesto ridotto all’indispensabile, al nucleo. “Beethoven chiede l’anima, non i muscoli”, scriveva Gavazzeni. E l’altra sera quelle poche indicazioni, brevi ma pregnanti, sembravano rispondere proprio a quel principio.

Il Concerto per violino deve molto alla presenza luminosa di Lisa Batiashvili, che con eleganza e lucidità sceglie le cadenze di Schnittke, introducendo una vena ironica e perturbante nella struttura classica. È forse l’atto più audace di un programma altrimenti saldo nei suoi riferimenti. Batiashvili non forza mai il centro emotivo della serata: la sua lettura rimane poetica e rigorosa, rispettando il clima quasi sospeso della direzione.
La Quinta Sinfonia, che segue dopo l’intervallo, scorre con una compostezza che qualcuno ha letto come mancanza di tensione, mentre altri l’hanno percepita come un’espressione di necessità. In Gavazzeni ricorre spesso l’idea che Beethoven non voglia essere interpretato, ma “restituito”, e per questo talvolta la misura vale più dell’enfasi. Così il celebre motivo d’apertura non esplode, ma incide; il secondo movimento respira con cantabilità controllata; scherzo e finale procedono senza cercare l’effetto, come se l’obiettivo non fosse imprimere una visione nuova, ma salvaguardare un’eredità.
Ne nasce un’inaugurazione sommessa, lontana dalla spettacolarità, ma attraversata da un’intensità silenziosa. Una serata che sembra più accompagnare Barenboim che metterlo alla prova, lasciandogli lo spazio di dire ancora qualcosa attraverso il compositore che più ha segnato la sua vita. Il pubblico applaude con affetto, come se riconoscesse che dietro la musica di questa sera c’è un ultimo gesto di verità.
Beethoven, stavolta, non è un grido né una sfida: è un testimone che passa di mano, un filo che lega vita, memoria e musica in un’unica linea continua.
