Spettacoli

Caterina Cornaro – Donizetti Opera Festival 2025, Bergamo

È tempo di Festival a Bergamo: dal 14 al 30 novembre si torna a celebrare Gaetano Donizetti. 

Come ogni anno Bergamo festeggia il “suo” compositore, l’amatissimo Gaetano Donizetti, con un Festival che, quest’anno, trova un nuovo direttore artistico e musicale in Riccardo Frizza, nome ben noto ai melomani in qualità di direttore d’orchestra. Il Maestro, già protagonista delle scorse edizioni, ha garantito un forte senso di continuità con il buon operato dell’ex direttore artistico Francesco Micheli; oltre ad avere  aperto la strada a nuove ed importanti collaborazioni internazionali come quella con il Teatro Real di Madrid. Un evento, quello bergamasco, che, come sempre, prevede un ricchissimo calendario di manifestazioni e che si apre con un’opera particolare e, purtroppo, oggi desueta: Caterina Cornaro. Sul palco del Teatro Donizetti abbiamo l’eccezionale possibilità di ascoltare, grazie alla edizione critica a cura di Eleonora Di Cintio, la prima rappresentazione assoluta del melodramma secondo la volontà del compositore. Dobbiamo ricordare infatti come l’opera, composta nel 1842 su libretto di Giacomo Sacchero, per il Theater am Kärntnertor di Vienna, andò in scena effettivamente solo nel 1844 a Napoli.  L’edizione critica, grazie alla comparazione dei manoscritti dell’autore, ha riportato la partitura alla sua essenza originale e ci regala un inedito finale: con le corrette parole del librettista, senza i tagli della censura e privo dalle inevitabili incrostazioni della tradizione. 

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Carmela Remigio

Caterina Cornaro è una figura forse un po’ silente nella grande storia ma ampiamente celebrata, soprattutto nelle arti. Riportiamo qui, ad esempio, l’elogio che ne fece Giambattista Liliani in un componimento del 1507: “La tua età portò campi fecondi di messe, pose freni rispettosi alla dissoluta licenza. Richiamò, gradita ai poveri, le arti antiche. La maestà nabatea del tuo impero portò l’oro dei campi; che quasi quasi raggiungono l’estremo occidente (dove si corica il sole).” Nella realtà storica la nobildonna, regina di Cipro, fu costretta alla abdicazione nel 1489 in favore della Serenissima e si rifugiò ad Asolo. Proprio qui, nel castello cittadino, creò una corte dedita all’arte e alla poesia. Grazie al suo mecenatismo, ad esempio, Pietro Bembo scriverà nel 1509 “Gli Asolani” e troveranno accoglienza artisti del calibro di Giorgione e Lorenzo Lotto.

Questa generosa influenza sull’arte da parte di Caterina è, in qualche modo, l’aggancio da cui parte la regia della nuova produzione bergamasca. Francesco Micheli, coadiuvato dalla drammaturgia di Alberto Mattioli, pensa ad una Caterina dei giorni nostri che, in viaggio di nozze, vede il “Ritratto di Caterina Cornaro” eseguito, postumo, nel 1542 da Tiziano (oggi agli Uffizi). La sua prossima maternità ed il compagno gravemente malato la portano ad identificarsi progressivamente con il personaggio storico e a vivere una realtà sdoppiata. Le scene di Matteo Paoletto Franzato riescono agevolmente a trasportarci, grazie a pannelli mobili e rotanti, dall’ospedale dove nella contemporaneità Caterina attende il marito sotto i ferri alla reggia di Cipro dove il libretto è ambientato. La doppia storia viene raccontata attraverso alcune frasi chiave pensate da Alberto Mattioli e proiettate grazie ai video di Matteo Castiglioni che ben si fondono con le ottime luci di Alessandro Andreoli. I costumi, di Alessio Rosati, ovviamente seguono questo doppio binario e sono in parte ricchi abiti rinascimentali, in parte abiti ospedalieri e del nostro quotidiano.

L’idea alla base di questa produzione potrebbe essere interessante ma nel complesso inciampa in tanti piccoli problemi ed incoerenze irrisolte: non tutti i personaggi, ad esempio, risultano sensati e coerenti nella doppia narrazione e alcune scene sono talmente stranianti da risultare involontariamente comiche. Quello che poi lo spettacolo non fa in alcun modo, è di dare risalto alla tematica patriottica che era particolarmente sentita dal compositore in anni di poco precedenti al movimento rivoluzionario del 1848. Se aggiungiamo poi una ambientazione ospedaliera, coraggiosa forse, ma asettica e sgradevole visivamente ed emotivamente, la produzione non può che uscirne fortemente compromessa e ci sentiamo di capire il pubblico che è insorto in fischi e contestazioni per il team registico.

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Vito Priante ed Enea Scala

Una occasione in parte mancata che avrebbe forse potuto giovarsi di una idea di fondo meno invasiva e cervellotica e che a volte risultava un po’ forzosa e si scontrava eccessivamente con il libretto. 

Decisamente più felice il versante musicale dello spettacolo.

Sul podio, Riccardo Frizza conferma la propria affinità con lo stile donizettiano e riesce a sviluppare un racconto efficace e coinvolgente. La predilizione per i ritmi spediti conferisce alla narrazione un passo decisamente teatrale, ulteriormente avvalorato dalla scelta delle dinamiche, articolate in un costrutto di vivida incisività. Dalla concertazione del direttore bresciano si sviluppa una tensione costante che accompagna l’evoluzione della vicenda, sino a raggiungere il proprio apice nel drammatico epilogo finale. In questa sua prova, Frizza appare ben supportato dalla compagine della Orchestra Donizetti Opera, piuttosto attenta nel cogliere e nel realizzare le intenzioni del podio. Piuttosto riuscito, poi, appare il dialogo tra buca e palcoscenico, dove si esibisce una compagnia di canto di livello.

Nel ruolo del titolo, Carmela Remigio mette la propria arte al servizio di una espressività ricercata ed autentica, dando vita ad una figura femminile di grande sensibilità. Il canto, misurato e complessivamente ben sorvegliato, si espande con pienezza nei centri e trova la giusta proiezione nella regione superiore. Il soprano abruzzese mostra, inoltre, una totale aderenza al disegno registico di Micheli raggiungendo il proprio apice espressivo nel finale, caratterizzato da un pathos particolarmente incisivo.

Al suo fianco, Enea Scala presta al personaggio di Gerardo tutto lo squillo e la luminosità di uno strumento dall’emissione ampia e generosa. La scrittura viene affrontata con pregevole sicurezza esecutiva, cui si accompagna una buona credibilità espressiva e scenica. In particolare evidenza, tra l’altro, la grande scena del secondo atto, affrontata con piglio eroico (e quanto questa pagina sembra imparentata con il verdiano Trovatore!).

Ottimo, per musicalità ed eleganza, il Lusignano di Vito Priante. Una prova vocale che si impone, in primis, per la morbidezza della linea, compatta ed omogenea a tutte le altezze. La nobiltà del personaggio viene inoltre assicurata da un legato impeccabile e un suggestivo impiego dei chiaroscuri, nel canto come nel l’accento. In evidenza, infine, la compostezza della presenza scenica, esibita con solenne umanità.

A completare il quartetto dei protagonisti è Riccardo Fassi che, con uno strumento dal caratteristico velluto serotino, incarna alla perfezione l’animo infido e concupiscente di Mocenigo. La sicurezza dell’emissione, rotonda e ben rifinita, si intreccia ad una presenza scenica di singolare incisività.

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Riccardo Fassi

Fulvio Valenti, nei panni di Andrea Cornaro, possiede un mezzo voluminoso ma dall’organizzazione vocale non perfettamente a fuoco.

In buona evidenza la prova di Francesco Lucii che, con la giusta sicurezza vocale, assicura una adeguata credibilità al duplice ruolo di Strozzi e un cavaliere del re.

Perfettamente centrata, infine, la Matilde di Vittoria Vimercati, a proprio agio nel canto come sulla scena.

Ben riuscito, infine, l’apporto del Coro dell’Accademia del Teatro alla Scala che, grazie all’encomiabile professionalità del Maestro Salvo Sgrò, riesce a trovare i giusti colori per dare lustro alle diverse scene di massa presenti in partitura.

La serata inaugurale di questo Donizetti Opera Festival – edizione 2025 – si conclude con un festoso successo per la compagnia di canto e direttore, mentre sonore contestazioni sono rivolte, come già ricordato, al team creativo.

CATERINA CORNARO
Tragedia lirica in un prologo e due atti
Libretto di Giacomo Sacchero
Musica di Gaetano Donizetti
Prima rappresentazione secondo la volontà del compositore

Edizione critica a cura di Eleonora Di Cintio
© Casa Ricordi, Milano 
con la collaborazione e il contributo
della Fondazione Teatro Donizetti di Bergamo

Caterina Cornaro Carmela Remigio
Andrea Cornaro Fulvio Valenti
Gerardo Enea Scala
Lusignano Vito Priante
Strozzi Francesco Lucii
Mocenigo Riccardo Fassi
Un cavaliere del re Francesco Lucii
Matilde Vittoria Vimercati

Orchestra Donizetti Opera

Coro dell’Accademia Teatro alla Scala
Direttore Riccardo Frizza
Maestro del coro Salvo Sgrò
Regia Francesco Micheli
Scene Matteo Paoletti Franzato
Costumi Alessio Rosati
Lighting design Alessandro Andreoli
Dramaturg Alberto Mattioli
Visual design Matteo Castiglioni

Foto: Gianfranco Rota