Lucrezia Borgia – Teatro del Maggio, Firenze
Figura ambigua e potente, tra incanto ed orrore, Lucrezia Borgia di Gaetano Donizetti torna a Firenze dopo quarantasei anni grazie alla tecnica e al pathos di Jessica Pratt, che dopo aver riportato Norma sulle scene fiorentine lo scorso marzo, ci offre di quest’arduo ruolo un’interpretazione di trasparente perfezione formale e di vibrante delicatezza emotiva. La sua Lucrezia è una vittima che diviene carnefice, una madre offesa da un potere oscuro ed opprimente con il quale tuttavia finisce inevitabilmente per identificarsi, assumendo anch’essa modi autoritari e spietati, benché sia più degli altri ferita e comunque di animo nobile. Fin dal Prologo, la sua cavatina si staglia con eleganza e nitore, con amplissimi fiati e una sicura tenuta delle note, acuti definiti e levigati e un legato saldo e naturale. La grazia del cantabile, sofferto ed estatico, cede poi il passo all’energia della cabaletta, con vocalizzi ascendenti di straordinaria precisione, seguita dal primo duetto con Gennaro reso in modi tersi e commoventi. La Pratt mantiene una signorile eleganza del canto anche negli scambi veementi del dialogo con don Alfonso e riesce ancora una volta intensa e assai toccante in quello con il figlio Gennaro. Rende infine la grande aria rondò che chiude l’opera in un grande equilibrio tra affondo drammatico e virtuosismo cristallino, muovendosi con disinvoltura dal grave all’acuto e creando un momento tragico e sospeso in cui la catarsi ha la meglio sulla cieca disperazione.

René Barbera è Gennaro, il giovane che ignora di essere il figlio di Lucrezia e che morirà involontariamente avvelenato dalla madre. Voce omogenea e dalla linea elegante, traccia con ampiezza e rigore le melodie nel duetto inziale, ha uno stile alquanto appassionato nel quadro a palazzo ed è assai coinvolgente nel duetto con Orsini. Nella scena conclusiva è poi di notevole saldezza tecnica e di languida espressività.
Il suo fedele amico Orsini è interpretato en travesti da Laura Verrecchia che fin da “Nella fatal di Rimini” ha un canto scavato e uno stile alquanto narrativo, anche se inizialmente di moderato volume. La voce è più morbida e piena nel duetto con Gennaro, con passaggi di intenso lirismo e partecipata commozione. Delinea con vividezza la ballata durante la festa, descrivendo efficacemente l’entusiasmo che come il ritmo si va progressivamente spegnendo.
Di notevole vigore e incisività il Don Alfonso di Mirco Palazzi, che esordisce con una cavatina energica dal fraseggio articolato e i gravi definiti. Personaggio qui bigotto e ambivalente, mostra una drammatica aggressività in tutta la sequenza con la moglie.
Molto brillante e validamente assortito il quartetto degli amici, tutti dalle voci salde e dall’intenzione vivace, con il luminoso Jeppo Liverotto di Daniele Falcone e l’Ascanio Petrucci di Davide Sodini dalla scandita dizione; espressivo il Don Apostolo Gazella di Gonzalo Godoy Sepúlveda e chiaro ed omogeneo l’ Oloferno Vitellozzo di Yaozhou Hou.
Ben raffigura la sinistra doppiezza di Gubetta Mattia Denti, con un fraseggio vario e penetrante anche se di contenuto volume.
Puntuale e smaltato in ogni passaggio Antonio Mandrillo, il cui Rustighello è un prete consigliere del duca sbalzato con nitore e rotondità.
Compatto e definito l’Astolfo di Huigang Liu, che emerge con rilievo nella scena con Rustighello e il Coro.
Quest’ultimo, diretto con fermezza e rigore da Lorenzo Fratini, ha interventi precisi, omogenei e accuratamente organizzati nella varietà della dinamica. Cupo e brillante al contempo il coro della festa nel secondo atto e particolarmente incisivi ed enigmatici quelli maschili, momenti sempre saldamente integrati all’orchestra da Giampaolo Bisanti, la cui direzione procede unitaria e con tempi prevalentemente spediti, che conferiscono ritmo e tensione al racconto. Il flusso è dunque energico e narrativo, ben differenziato nel forte e nel piano e cesellato inoltre con finezza nelle parti delicate delle arie e dei duetti.

Lucrezia Borgia, il cui libretto nasce dal dramma di Victor Hugo, assai lontano dalle verità della storia, è opera di passioni violente strettamente connesse al filone romantico dell’orrifico sublime e la trasposizione operata da Andrea Bernard in una parossistica Roma papalina anni cinquanta ne riprende la tinta fosca e inquietante. La costruzione durante il preludio di un antefatto in cui il neonato è rapito a Lucrezia da un potere oscuro e repressivo rafforza l’inconsistente drammaturgia della vicenda, così come la rotazione delle strutture realizzate da Alberto Beltrame si profilano come l’attraversamento dei diversi piani del tempo e della mente. Un inizio che si ricollega coerentemente al finale, senza tuttavia che l’ambientazione riesca convincente, soprattutto perché la contrapposizione tra i giovani libertari e politici alleati al Vaticano appare debole e fa poco presa ai nostri giorni, mentre le troppe forzature, pur nel loro intento grottesco, fanno perdere di credibilità a molte situazioni. A partire dalla presenza di un papa simile a Pio XII, probabile padre della protagonista come della Lucrezia storica lo era Alessandro VI, nonché la surreale crocifissione di Astolfo che pare quasi un marchettaro dai preti prima vezzeggiato e poi condannato. Di questi eccessi ed incongruenze risente soprattutto la figura di Lucrezia, che resta indefinita nei rapporti con gli altri personaggi e che ci si presenta vestita da Papessa all’apice della tragicità. I costumi di Elena Beccaro riescono tuttavia nel complesso efficaci, soprattutto il rosso al primo atto e l’abito chiaro del Duca da borghese perbene. Se nel Prologo non vi è alcun riferimento al Carnevale veneziano, il tema della maschera pervade comunque indirettamente tutto quel mondo bigotto e clericale, sempre grigio e notturno nelle luci di Marco Alba e talora rischiarato da fendenti luminosi ancora più terribili.
Accolta con straordinario entusiasmo e somma commozione la prova di Jessica Pratt e molto applaudito l’intero spettacolo, con tributi speciali anche per Barbera e Bisanti.
LUCREZIA BORGIA
Melodramma in un prologo e due atti di Felice Romani
Musica di Gaetano Donizetti
Maestro concertatore e direttore Giampaolo Bisanti
Regia Andrea Bernard
Maestro del Coro Lorenzo Fratini
Scene Alberto Beltrame
Costumi Elena Beccaro
Luci e video Marco Alba
Assistente registaTecla Gucci
Assistente scenografoEleonora De Leo
Assistente costumistaEmilia Zagnoli
Don Alfonso, Duca di FerraraMirco Palazzi
Donna Lucrezia Borgia Jessica Pratt
Gennaro René Barbera
Maffio Orsini Laura Verrecchia
Jeppo Liverotto Daniele Falcone
Don Apostolo Gazella Gonzalo Godoy Sepúlveda
Ascanio Petrucci Davide Sodini
Oloferno Vitellozzo Yaozhou Hou
Gubetta Mattia Denti
Rustighello Antonio Mandrillo
Astolfo Huigang Liu
Un coppiere Dielli Hoxha
Foto: Michele Monasta – Maggio Musicale Fiorentino
