Adriana Mater – Teatro dell’Opera, Roma
“Nelle sue vene scorrono due tipi di sangue: il sangue della vittima e il sangue dell’aggressore. Mio figlio sarà Caino o sarà Abele?” Così in Adriana Mater di Kaija Saaraho, andata in scena al Teatro dell’Opera di Roma, la protagonista si interroga riguardo al bambino che ha deciso di tenere e il cui padre è il soldato che invece di proteggerla l’ha stuprata. Una scelta contrastata dalla sorella Refka e che la porterà anni più tardi allo scontro con il figlio, tenuto all’oscuro del terribile fatto ma comunque segnato dalla rabbia nascosta della madre. Il libretto in francese, essenziale e tagliente, è dello scrittore Amin Maalouf, che organizza l’azione in due atti e sette quadri, avvalendosi di versi limpidi e penetranti che vengono declamati secondo moduli regolari e immersi in sonorità rarefatte e stratificate. E così anche i quattro personaggi, come le parole nella musica, sono immersi nell’Orchestra che, disposta in linea obliqua sopra un’ampia ma invisibile gradinata, occupa per intero il palcoscenico, con il coro collocato sullo sfondo in una modalità analoga a quella della tragedia classica.

Un allestimento rigoroso e sofisticato che fin dal debutto dell’opera, avvenuto a Parigi, nel 2006, è stato affidato a Peter Sellars, la cui regia, con il testo di Maalouf e la musica della Saariaho, costituisce un’unità organica e inscindibile, pur essendo già stata rivista più volte nei dettagli. In questa cornice i cantanti si profilano come strumenti dell’orchestra, solisti che si staccano dal proprio posto e vengono ad eseguire le loro cadenze in primo piano, vestiti semplicemente dai costumi di Camille Assaf e nei tagli luminosi di Ben Zamora, fluttuando nel mare di una grande anima sinfonico corale.
La direzione di Ernest Martínez Izquierdo crea fin dal principio una vibrante tensione, con un flusso analitico e trasparente dove sequenze leggerissime e introspettive si alternano a ritmi più marziali, con un ampio utilizzo delle percussioni come nella sequenza della violenza sessuale, il cui racconto è interamente affidato all’Orchestra. Le prime tre scene sembrano ripetere analoghe strutture modulari, si differenziano minimamente l’una dall’altra e sono fortemente improntate al tema della guerra ancora in corso, con riflessioni che stupiscono e raggelano per la loro sconcertante e profetica attualità.
Il secondo atto si svolge in tempo di pace, con episodi più significativamente diversificati, dove le voci acquisiscono maggiore rilievo e autonomia rispetto agli strumenti e i declamati si fanno più vari e articolati. Qui è l’umano, più che l’orrore della guerra, ad essere posto in primo piano, con i quattro personaggi messi a nudo, indagati nella loro ambiguità e ambivalenza attraverso l’intonazione di una parola che scava e rivela. Ciascuna anima si dispiega nella sua singolarità ma a produrre un effetto corale, amplificato dal Coro, che dopo gli interventi quasi onomatopeici della prima parte passa a sottolineature più delicate e melodiche.
Un insieme che crea un linguaggio moderno di potenza tragica e catartica e che è inoltre capace di farci intravedere una possibile composizione delle contraddizioni del reale. Un discorso che tuttavia nelle ultime scene appare un po’ ridondante, forzatamente allungato, con frasi simili che si ripresentano più volte e che indeboliscono la forza del dramma, ma dove forse il ritornare ha, come in psicanalisi, una preziosa valenza curativa.

Nel ruolo della protagonista Adriana è il mezzosoprano Fleur Barron, che mostra una vocalità salda e di buon volume e una dizione incisiva e di grande varietà dinamica. L’espressività è decisamente scavata nella prima parte, con passaggi di grande forza e intensità, a definire una giovane donna sicura e quasi irruenta che si scontra con la violenza del mondo. Lo stile di canto si fa più garbato e riflessivo nel secondo atto, eppure tragicamente penetrante, fino alle aperture più dolci e luminose del quadro conclusivo.
Refka, sorella di Adriana, è interpretata da Axelle Fanyo, dall’emissione rotonda e voluminosa con cui plasma un fraseggio alquanto drammatico e coinvolgente. Molto intenso e modulato il racconto del sogno e di grande morbidezza il canto delle ultime scene, dove il legame con Adriana diviene finalmente meno protettivo e quindi più libero e sereno.
Il figlio Yonas è Nicholas Phan che rappresenta con grande vividezza la molteplicità dei sentimenti del giovane alla ricerca di vendetta o forse soltanto di verità. Con una voce chiara e di salda estensione, rende con duttilità le molte sfaccettature drammatiche del personaggio, che trasforma se stesso liberandosi dall’odio per il padre e dagli involontari condizionamenti della madre.
Christopher Purves descrive con efficacia i diversi aspetti del soldato Tsarga, prima innamorato quasi esitante e poi aggressivo stupratore, fino a diventare veterano quasi cieco senza più alcun orizzonte verso cui proiettarsi. Strutturato ed incisivo fin dal primo atto, ha nella seconda parte un declamato lineare e dolente, che si distingue per un plastico controllo della dinamica.
Una sala travolta dalla commozione nonché dallo spessore etico e psicologico della rappresentazione e che nel finale si scioglie in applausi grati ed entusiasti. Una prima rappresentazione italiana che ci mostra l’intensità della musica della Saaraho e il nostro bisogno di un linguaggio che in forme moderne aspiri al tragico classico.
ADRIANA MATER
Musica Kaija Saariaho
Opera in due atti e sette scene
Libretto di Amin Maalouf
Direttore Ernest Martínez Izquierdo
Regia Peter Sellars
Maestro del Coro Ciro Visco
Costumi Camille Assaf
Luci Ben Zamora
Sound designer Timo Kurkikangas
PERSONAGGI INTERPRETI
Adriana Fleur Barron
Refka Axelle Fanyo
Yonas Nicholas Phan
Tsargo Christopher Purves
Orchestra e Coro del Teatro dell’Opera di Roma
Nuovo allestimento Teatro dell’Opera di Roma
in collaborazione con The San Francisco Symphony
Foto: Fabrizio Sansoni – Opera di Roma 2025
