Madama Butterfly – 71° Festival Puccini 2025
La natura ferita come il cuore di Cio-Cio-San, oltraggiata dalla brutalità del narcisismo e destinata a inaridire nell’assenza dell’amore. Così Manu Lalli ci presenta Madama Butterfly, riprendendo con minime ma significative variazioni l’allestimento già andato in scena in precedenti edizioni del Festival Puccini e recensito su queste pagine il 7 agosto 2022. La violenza sull’ambiente in analogia e in parallelo a quella sulle donne è l’idea scelta dalla regista per raccontarci la storia della giovane geisha – e qui è proprio il caso di dirlo- sedotta e abbandonata. Una chiave interpretativa originale e calzante, da cui scaturisce una narrazione lineare e coerente, in perfetta aderenza allo spirito dell’opera, pur avvalendosi di un proprio linguaggio simbolico di estrema eleganza e immediatezza.
In questa versione colpiscono da subito le geishe intente ad abbellirsi per piacere e la forte carica istintuale di un Pinkerton spaccone e predatore; accentuata ci pare inoltre la solidarietà di Kate nei confronti di un mondo femminile che al pari della natura viene trattato come mera terra di conquista. I costumi, come le scenografie ancora di Manu Lalli, non hanno nulla di superfluo e di esotico fine a se stesso, ma giocano nella contrapposizione del rosso e del bianco e rappresentano con eloquenza l’animo dei personaggi, particolarmente di quelli vestiti all’occidentale. Le accurate variazioni delle luci per mano di Valerio Alfieri evidenziano dal canto loro gli stati interiori, mettendo inoltre in rilievo la grazia della composizione e l’armonia dei colori.
Si riconferma come un momento di intensa suggestione la danza che vorrebbe essere cerimonia di primavera e che è invece evento autunnale, preludio al disseccamento e a quella terra desolata dove avviene il suicidio di Butterfly, a cui Pinkerton assiste, ma senza intervenire.

Non ha la stessa continuità narrativa del discorso registico la direzione di Francesco Ivan Ciampa, con parti debolmente raccordate tra di loro, soprattutto all’inizio, nel duetto e negli episodi del secondo atto, a definire un racconto che nel complesso riesce poco avvolgente. Per altro verso, ogni momento viene accuratamente cesellato, con frasi di grande forza drammatica, battute marcate, variazioni dinamiche e spazi di sfogata cantabilità. Inoltre il suono dell’Orchestra viene sempre plasmato con ottimo volume, precisione e levigata compattezza. Buona poi è l’intesa con il palco e ben integrati gli interventi del Coro, vivace e con una varia dinamica al primo atto e omogeneo e modulato nell’intermezzo a bocca chiusa, nell’attenta direzione di Marco Faelli.
Maria Agresta nel ruolo della protagonista ha un fraseggio puntuale e articolato, con ampi fiati e una salda tenuta delle note ma con grandi difficoltà a raggiungere il registro acuto, soprattutto al suo ingresso e nel duetto d’amore. Del personaggio fa emergere soprattutto l’aspetto della giovane donna innamorata, mentre l’ingenuità o la negazione del reale o l’estrema fedeltà a se stessa rimangono per lo più sullo sfondo, in quadro che è soprattutto di amore e violenza. Nel finale del primo atto esprime infatti grande passione, è poco coinvolgente in “Un bel dì vedremo”, mentre riesce molto drammatica nel tragico epilogo.
Vincenzo Costanzo è un Pinkerton spavaldo e solare, con un canto luminoso di ottimo volume e dagli acuti smaltati proiettati con forza. Rende “Dovunque al mondo” con energia e ampiezza melodica, per essere poi assai diretto e talora perfino delicato durante il matrimonio, pur con alcuni passaggi meno incisivi e più opachi del resto. Ha una linea sinuosa ed avvolgente nella scena d’amore, con acuti ancora limpidi e slanciati e raffigurando un’accesa passione e una convincente aggressività. Di grande forza e saldezza in “Addio fiorito asil”, sa metter in luce il rimorso e mostrare il dissidio che si apre nel personaggio, così come la sua paralisi.

Intensamente accorata e con caratteri di dolcezza la Suzuki di Chiara Mogini, che ha buon volume e uno stile assai vario e appropriato, a cui tuttavia in alcuni passaggi avrebbe giovato un maggiore spessore drammatico.
Luca Micheletti è uno Sharpless solido e incisivo, con una dizione scandita e una linea strutturata che ben rappresenta l’uomo diviso tra nobili sentimenti e pragmatismo sociale.
Nicola Pamio è un Goro dalla recitazione vivace ma dalle melodie poco definite. Ben delineato nei suoi tratti da ricco arrogante lo Yamadori di Manuel Pierattelli ed ha uno stile marcato lo zio Bonzo di Andrea Tabili.
Francesca Paoletti è una Kate tormentata dalle frasi definite e inquiete.
Scolpito e rotondo il Commissario imperiale di Roberto Rabasco e con modi eleganti ed autorevoli; validamente tratteggiato anche l’Ufficiale del registro di Francesco Lombardi.
Sbalzato e con una precisa gestualità lo zio Yakusidé di Francesco Auriemma. Morbide e di buon volume la Madre di Maria Salvini, la Zia di Claudia Belluomini, e la Cugina di Irene Celle, le quali con lo zio Yakusidé plasmano un affiatato e brillante quartetto di parenti.
Entusiasmo del pubblico soprattutto per Costanzo e Micheletti, il maestro Ciampa e la regia di Manu Lalli. Molto applaudita nel finale anche l’Agresta, nonostante qualche sparuta contestazione durante lo spettacolo.
23/08/2025
Nella seconda recita, a causa di un’indisposizione di Maria Agresta, il ruolo di Butterfly viene interpretato da Valeria Sepe con una vocalità morbida ed omogenea, piuttosto leggera ma di buon volume e di adeguata estensione. Caratteristiche che nel primo atto la rendono una Cio-Cio-San di grande freschezza, assai garbata ma vivace e capace di esprimere nella scena d’amore una passionalità giovanile ed entusiasta. E’ tuttavia dal secondo atto che il personaggio emerge con particolare rilievo, con una dizione nitida e un fraseggio articolato, tant’è che “Un bel dì vedremo” è reso nella forma di un vivo e toccante racconto, steso con grande varietà di modulazioni e di accento. Molto intenso poi il dialogo con Sharpless, dove la Sepe esprime con grazia un’ingenuità lacerante, tra infantilismo e ostinata cecità. Se è assai emozionante nel duetto con Suzuki, con una linea ondulata che ci parla dell’autenticità del suo amore, nel finale sprigiona una grande forza drammatica, con un canto puntuale e marcato, che della protagonista ci mostrano il rigore, la fedeltà e il senso del sacrificio.

Da parte sua, Antonino Fogliani, sul podio per questa rappresentazione, crea una narrazione fluida e coesa, con un suono preciso e voluminoso su cui si stagliano gli assolo virtuosistici dei singoli strumenti, tra cui spiccano quelli di violino e violoncello. Alcuni passaggi, soprattutto nel primo atto, mancano un po’ di vigore, ma il flusso diviene però avvolgente e pieno di pathos nelle scene conclusive, sempre in feconda sintonia con gli interpreti ed il coro.
Vincenzo Costanzo si riconferma un pressantissimo Pinkerton, offrendoci un “Addio fiorito asil” ancora più smaltato e coinvolgente; così anche Luca Micheletti, che approfondisce il suo Sharpless con un fraseggio sbalzato e definito.
Nuovamente l’intero spettacolo viene molto applaudito, con particolari tributi alla Sepe e Fogliani, Costanzo e Micheletti.
MADAMA BUTTERFLY
Tragedia giapponese in due atti
Libretto di Giuseppe Giacosa e Luigi Illica
Musica di Giacomo Puccini
Maestro concertatore e direttore d’orchestra Francesco Ivan Ciampa 08/23, Antonino Fogliani 23/08
Regia, scene e costumi Manu Lalli
Luci Valerio Alfieri
Orchestra e Coro del Festival Puccini
Maestro del coro Marco Faelli
Cio-Cio-San Maria Agresta 08/08, Valeria Sepe 23/08
Suzuki Chiara Mogini
Kate Pinkerton Francesca Paoletti
B.F. Pinkerton Vincenzo Costanzo
Sharpless Luca Micheletti
Goro Nicola Pamio
Il Principe Yamadori Manuel Pierattelli
Lo zio Bonzo Andrea Tabili
Lo zio Yakusidé Francesco Auriemma
Il commissario imperiale Roberto Rabasco
L’ufficiale del registro Francesco Lombardi
La zia Claudia Belluomini
La madre Maria Salvini
La cugina Irene Celle
Dolore Valentin Dall’Amico Brambach
Foto: Giorgio Andreuccetti
