Turandot – 71° Festival Puccini 2025
L’alternanza di cast con interpreti celebri di notevole qualità è la cifra distintiva della 71^ edizione del Festival Puccini, affidata alla direzione artistica di Angelo Taddeo e che vede la Fondazione largamente rinnovata nei suoi aspetti organizzativi e impegnata, con nuovo slancio e in continuità con la tradizione, a rinsaldare il legame con il territorio: Torre del Lago come luogo di ispirazione del Maestro e dunque come una possibile porta di accesso al mistero della sua musica, e in un senso più ampio, come concreta possibilità di integrazione, sotto il segno dell’armonia, tra arte e natura. Una natura che – ahimè – si mostra talora inclemente anche negli screziati tramonti sulle sinuose rive del lago; tant’è che la prima di Turandot, terzo titolo del cartellone 2025, viene interrotta al secondo atto da una pioggia incessante che ne impedisce la ripresa. E tuttavia la disavventura regala ai numerosi spettatori un’esperienza singolarmente emozionante. Il terzo atto viene infatti cantato nell’amplissimo foyer al di sotto della cavea del teatro, con l’accompagnamento del solo pianoforte e in una forma ridotta a tre episodi salienti, “Nessun dorma”, l’estrema romanza di Liù e il duetto di Calaf e Turandot sino al luminoso finale nella versione di Alfano. Tutti in piedi nella sala gremita – davvero in pochi ad andarsene per il maltempo -, laddove un’esecuzione imprevista ci porta oltre il teatro, mostrandoci come la bellezza delle melodie e la purezza del sentimento abbiano qui qualcosa di sacro e rituale, veri e propri potenziali aggregativi e identitari. D’altra parte l’assenza dell’orchestra mette a nudo le voci e ci consente di apprezzare da vicino il rigoglio e la maestria di Anna Pirozzi, Gregory Kunde e Carolina López Moreno.

In primis Anna Pirozzi, nel ruolo della protagonista, esibisce una vocalità straordinariamente omogenea e un fraseggio puntuale e articolato. La sua è una Turandot nobile e austera, che tuttavia lascia intravedere la ferita che la abita e da cui scaturisce comunque una qualche dolcezza. Così è fin dall’attacco di “In questa reggia”, dove un canto legato e modulato alterna una delicatezza quasi tagliente ad un’aggressività di controllata eleganza; caratterizzata poi con grande varietà l’enunciazione degli enigmi, con passaggi accentati con originalità e una ricca gamma di variazioni dinamiche. Resi infine con modi più leggeri e sognanti lo smarrimento e la passione del duetto conclusivo.
Gregory Kunde è per suo conto un Calaf energico e tormentato, la cui scolpita dizione delinea un personaggio in cui prevale l’aspetto drammatico e volitivo rispetto a quello eroico e solare. E’ di grande impeto fin dal principio, pur con qualche forzatura e opacità, ed interpreta con ampiezza melodica “Non piangere Liù”. Ritrova tutto il suo smalto nella sequenza degli enigmi ed è potente e vigoroso in “Nessun dorma”, anche se con una nota finale di contenuto vigore.
Carolina López Moreno è una Liù schietta e vibrante, che in “Signore ascolta” mostra una morbida vocalità, un ottimo legato e una salda tenuta dei fiati, pur con qualche difficoltà nella proiezione degli acuti conclusivi. Assai coinvolgente in “Tu che di gel sei cinta”, con una trasparenza formale perfettamente aderente all’intensità dell’emozione.
In grande sintonia le tre maschere, ciascuna caratterizzata con nettezza nella sua specificità, con il Ping di Sergio Vitale dalla voce piena e dalla linea articolata, intessuta di accenti e modulazioni, il Pang di Andrea Tanzillo, dalle aggraziate melodie e dalla spontanea freschezza, ed il Pong di Tiziano Barontini, compatto e luminoso in uno stile controllato e definito. Ironici e puntuali in ogni scambio, creano al secondo atto una sognante apertura di squisito lirismo.
Ha un canto sbalzato e incisivo il Timur di Michele Pertusi, con un’intenzione ieratica e spiccatamente narrativa; dispiace davvero non averlo potuto ascoltare al terzo atto.
Di buon volume e dalla linea sinuosa ed elegante l’Altoum di Massimiliano Pisapia, capace di esprimere una dimessa regalità venata di profonda tristezza.
Luca Dall’Amico è un Mandarino scandito e rotondo al primo atto, ma che mostra qualche segno di affaticamento al secondo, con un’emissione più tendente al parlato.
Leggere e vellutate le Ancelle di Irene Celle e Maria Salvini, terso e lacerante il Principe di Persia di Andrea Volpini.

La direzione di Renato Palumbo ha una narrazione particolarmente compatta soprattutto al primo atto, dove si registra tra l’altro una buona regolazione dell’intensità, pur con un racconto che manca sovente di incisività, come negli accordi iniziali. Le parti più liriche riescono in generale suggestive e definite, mentre il secondo quadro del secondo atto è molto garbato ma è di moderata solennità. Maggiore forza e tensione vi è invece nella sequenza degli enigmi, anche se vengono poco marcate le battute conclusive.
Una valida sintonia vi è con i cantanti e con il Coro, il quale, diretto da Marco Faelli, rende con vivacità le parti più ritmiche e veloci, con una valida modulazione della dinamica, ma perde di fluidità nei passaggi più lenti, segmentando il racconto. Se è impreciso e sfasato l’intervento fuori scena, riesce di appassionato vigore quello del finale nel foyer.
Fresche e delicate al primo atto le Voci bianche guidate da Chiara Mariani, ma non egualmente concentrate e coordinate nel corso di tutta la rappresentazione.
La cornice visiva dell’azione teatrale è ideata da Alfonso Signorini, con le scene di Carla Tolomeo, in una forma sostanzialmente tradizionale che si rifà alla Cina imperiale, un’ambientazione fiabesca in cui la scena all’inizio si compone lentamente con i figuranti che si aggirano nella platea e tre colpi di gong che ci introducono nella dimensione del sogno. I costumi di Fausto Puglisi sono ricchi di fascino e dettagli e i movimenti nel primo quadro sono organizzati in grande accordo con la musica e in una modalità efficacemente narrativa. La scena acquista suggestivamente profondità mostrandoci la Principessa di gelo come una divinità immersa nel sonno, mentre la processione dal pubblico durante l’invocazione alla luna distrae dal centro della rappresentazione e ne allenta la tensione. Anche il mostrarsi di Turandot dagli spalti risulta poco incisivo e ridimensiona una scena che fino ad allorasi imponeva per la sua onirica sacralità. Le luci di Valerio Alfieri ritagliano talora momenti quasi allucinati, anche se i cambiamenti risultano eccessivamente repentini. Poco in continuità con il racconto precedente il pannello durante il terzetto delle maschere e piuttosto statica la rappresentazione sul piazzale della reggia, anche se colpisce che sia proprio Liù a suggerire la soluzione dell’ultimo enigma.
Numerosi gli applausi durante lo spettacolo soprattutto per la Pirozzi, Kunde e la López Moreno, e nella conclusione nel foyer un pubblico entusiasta, a dispetto della pioggia, avvolge gli interpreti in un abbraccio alquanto caloroso.
TURANDOT
Dramma lirico in tre atti
Libretto di Giuseppe Adami e Renato Simoni
Musica di Giacomo Puccini
(completamento del terzo atto di Franco Alfano)
Maestro concertatore e direttore d’orchestra Renato Palumbo
Regia Alfonso Signorini
Scene Carla Tolomeo
Costumi Fausto Puglisi
Luci Valerio Alfieri
Assistente alla regia Andrea Tocchio
Orchestra, Coro e Coro di voci bianche del Festival Puccini
Maestro del coro Marco Faelli
Maestro del coro di voci bianche Chiara Mariani
La principessa Turandot Anna Pirozzi
L’imperatore Altoum Massimiliano Pisapia
Timur Michele Pertusi
Il principe ignoto (Calaf) Gregory Kunde
Liù Carolina López Moreno
Ping Sergio Vitale
Pang Andrea Tanzillo
Pong Tiziano Barontini
Un mandarino Luca Dall’Amico
Il principe di Persia Andrea Volpini
Prima Ancella Irene Celle
Seconda Ancella Maria Salvini
Foto: Giorgio Andreuccetti
