Nabucco – Arena di Verona Opera Festival 2025, Verona
Anna Netrebko in una serata eccezionale all’Arena di Verona Opera Festival 2025.
“Se non la si impedisce, è probabile che una nuova guerra porti la distruzione su una scala ritenuta impossibile prima (e anche ora difficilmente concepibile), e che solo poche tracce di civiltà sopravvivrebbero.”
Così Albert Einstein si esprimeva sui pericoli di un conflitto nucleare, un tema dolorosamente attuale. Proprio un mondo in bilico, diviso e funestato dai conflitti, è quello in cui Stefano Poda ambienta il suo Nabucco. Il regista trentino, come suo solito, cura regia, scene, costumi, luci, e coreografia della produzione ed è ben noto al pubblico areniano per la sua splendida Aida che inaugurò la centesima stagione del Festival. Oggi, a due anni di distanza, gli viene affidato un nuovo progetto, nato per l’apertura della stagione numero 102. Come accennato, siamo in un mondo distopico e futuristico dove due fazioni lottano senza sosta fino allo sgancio di un ordigno atomico. La scena ricorda in parte quella di Aida, di cui riprende, ad esempio, l’impostazione generale delle luci che disegnano nel cielo una grande piramide quasi a sottolineare la continuità dei due progetti accomunati dall’elemento bellico. Questa volta, però, il palco presenta solo due grandi semisfere luminose, colorate e cangianti, che simboleggiano sia le fazioni contrapposte che il moto atomico di attrazione e repulsione. Su una grande scalinata illuminata a led, una clessidra su cui leggiamo la scritta Vanitas, monito alla tracotanza umana che inevitabilmente condanna al conflitto.

Una impostazione scenica pulita e quasi minimalista che lascia però ampio spazio alle grandi masse di cantanti e ballerini che in ogni istante riempiono letteralmente il palco: coreografie che si ispirano alla scherma, danze militaresche, uno spettacolo ricchissimo in cui tutto si muove in modo intelligente ed efficace. Un colpo d’occhio eccezionale garantito anche da strabordanti ed esagerati costumi che si illuminano a volte con led, abiti ricchi di dettagli, curatissimi, dalle cromie sgargianti ed accattivanti. Un evento spettacolare, pienamente areniano, che culmina nel grande fungo atomico che si materializza al centro del palco con un effetto visivo riuscitissimo e spiazzante. Abbiamo assistito alla prima rappresentazione in data tredici giugno e ad una replica del diciassette luglio e possiamo affermare che lo spettacolo è sicuramente stato costantemente curato e revisionato in modo tale da perfezionarsi e migliorarsi in corso d’opera. Un plauso, quindi, alla volontà di un regista e artista a tutto campo che non abbandona la sua creazione dopo la prima, ma continua a limare il suo prodotto con amore e cura artigianale e che lascia il suo pubblico con un messaggio finale di amore e riconciliazione quando le due semisfere, a fine opera, si fondono e ritrovano l’unità perduta.
Il versante musicale dello spettacolo raduna, con ogni probabilità, uno tra i migliori cast oggi possibili.
Nel ruolo del titolo splende Amartuvshin Enkhbat
, dalla vocalità possente, generosa nell’emissione e splendidamente proiettata nella regione superiore. L’ottimo legato e l’eccellente controllo tecnico, consentono all’artista non solo di superare facilmente ogni possibile scoglio della partitura, ma di creare un personaggio autentico e coinvolgente. In questo, rivestono primaria importanza lo straordinario nitore della dizione e la naturale nobiltà dell’accento, doti che contribuiscono fortemente alla definizione della fiera regalità di Nabucco. Vertice di una prova tanto riuscita è, senza dubbio, la scena della follia di quarto atto, la cui sontuosa ed appassionata esecuzione, premia l’artista con ripetute acclamazioni da parte del pubblico.
Tanta era l’attesa per Anna Netrebko che, proprio con questa recita veronese, propone, per la prima volta in Italia dopo il debutto berlinese, il personaggio di Abigaille. Il soprano russo sigla una prova memorabile, impartendo una vera e propria lezione di teatro. Ben nota è la preziosità di uno strumento sontuoso, rigoglioso nei centri, luminosissimo in acuto e sonoro nei gravi ma, anche in questa occasione, si rimane colpiti dal magistero tecnico con cui l’artista piega il suono in messe di voce che risuonano, negli ampi spazi areniani, come cristalli di immacolata bellezza. Un esempio, oggi sempre più raro, di come mettere il suono a servizio di una espressività pregnante e totale. Netrebko aderisce, inoltre, perfettamente al disegno registico di Stefano Poda e, complice il sofisticato costume di scena da amazzone in salsa leather-sadomaso, crea un personaggio fiero e combattivo. Una donna ambiziosa, ferita nel vedersi negato l’amore dal padre come da Ismaele. Neanche a dirlo, è nella scena di apertura di secondo atto che la sua prova tocca il vertice assoluto: dopo un recitativo scandito con impeto sprezzante, l’aria viene pennellata con messe di voci di sognante abbandono, per poi concludersi con l’incalzante cabaletta (ahinoi privata della ripetizione). Anche nel finale, poi, il soprano riesce a trovare accenti commoventi, proiettando attorno a sé un’aurea di intimo pentimento.

Note molto positive anche per Christian Van Horn che, con l’ampiezza di una vocalità dal suggestivo colore setoso, conferisce a Zaccaria tutta la ieraticità e la solennità che gli sono proprie. Se l’aria di ingresso si ammanta di vivida speranza, quella di secondo atto viene permeata di una mistica solennità, mentre quella seguente alla celebre preghiera degli Ebrei, scandita da un tono autorevole e profetico.
Francesca Di Sauro sfoggia una vocalità ampia e dal seducente impasto timbrico. La linea, sempre ben appoggiata, si sviluppa con compattezza ed omogeneità nella regione grave come in quella più acuta. Di carismatica incisività l’interprete, ora appassionata, ora piegata da toccante commozione.
Ismaele ha la freschezza e la solarità timbriche di Galeano Salas. Il tenore possiede uno strumento naturalmente proiettato in acuto dove sfoggia un naturale squillo. Appassionato e coinvolgente l’interprete, nell’accento come sulla scena.
Ottime le parti di fianco.
A partire dall’imponente Gran Sacerdote di Belo di Gabriele Sagona, imperioso nel canto e nel fraseggio.
Carlo Bosi, nel ruolo di Abdallo, offre, anche in questa occasione, una lezione di teatro grazie, tra l’altro, alla naturale comunicatività del.
Puntuale l’Anna di Daniela Cappiello.
Sul podio, Pinchas Steinberg, offre una lettura piuttosto riflessiva del capolavoro verdiano, ponendo particolare attenzione alla dimensione più intima e raccolta del dramma. Ecco, allora, come i diversi momenti solistici dei protagonisti riescano ad esprimere una spiccata incisività drammaturgica a discapito, forse, della potenza espressiva di certe scene di massa. Una concertazione di buon livello che, in ogni caso, trova la propria organicità, ricerca, ed ottiene, una certa unitarietà dalla buca, dove si esibiscono i professori d’orchestra della Fondazione Arena di Verona.
Considerevole, inoltre, il supporto fornito al palco e agli artisti.

Di straordinaria bravura, infine, il Coro dell’Arena di Verona che, mai come in quest’opera, ricopre un ruolo fondamentale tanto da poter essere considerato un vero e proprio protagonista. Sotto la guida esperta di Roberto Gabbiani, la compagine corale trova accenti e colori di pregante teatralità raggiungendo l’apice della propria prova nell’esecuzione, intensa e struggente, del celebre “Và pensiero”.
Successo trionfale al termine con punte di acceso entusiasmo per tutti gli artisti e, in particolare, Netrebko ed Enkhbat .
Un breve accenno anche al cast della prima del 13 giugno.
Nel ruolo del titolo abbiamo potuto ascoltare Amartuvshin Enkhbat
che, già in occasione del debutto di questa produzione, conferma l’ottima impressione suscitata alla recita di cui abbiamo parlato poco sopra.
Per dare voce alla principessa babilonese si è invece pensato ad Anna Pirozzi, tra le attuali interpreti più accreditate di questo personaggio. Il soprano si conferma, in questa occasione, vocalità di primario interesse per potenza ed ampiezza, oltre che per la pregevole compattezza dello strumento a tutte le altezze. Punto di forza, nella sua esecuzione, sono la facilità con cui viene espugnata la regione più acuta, così come la naturalezza nel raggiungere la scrittura più grave. La consolidata frequentazione del personaggio, inoltre, fa sì che Abigaille viva in Anna Pirozzi come una seconda pelle e che, pertanto, ne venga restituita una interpretazione a trecentosessanta gradi, sbalzando ogni sfumatura emotiva di questa grande primadonna verdiana.
Roberto Tagliavini veste i panni di Zaccaria offrendo una prova di magnifica intensità espressiva. La morbidezza dell’emissione consente all’artista di sfumare il fraseggio musicale, cui viene conferita, così, una grande teatralità. All’encomiabile esecuzione vocale si affianca, così, la statura dell’interprete, sempre
coinvolto e coinvolgente. Non a caso, “Vieni o Levita” si ascrive ad uno dei momenti più significativi dell’intera serata.
Di rilievo la prova di Vasilisa Berzhanskaya, la cui raffinatezza, vocale ed espressiva, racchiude Fenena in un’aurea di sublime compostezza.
Presenza di lusso, quella di Francesco Meli, nel ruolo di Ismaele, cui il tenore genovese dona tutta la bellezza e la musicalità di un mezzo privilegiato.
Confermiamo, inoltre, le impressioni sopra espresse in merito alla direzione di Pinchas Steinberg, nonché alla encomiabile bravura dell’orchestra e coro areniani.
Una apertura di stagione in grande stile, salutata al termine da un ottimo successo di pubblico, distribuito equamente tra gli artisti (con punte di maggior entusiasmo per i protagonisti), direttore e regista.
NABUCCO
Dramma lirico in quattro parti
Libretto di Temistocle Solera
Musica di Giuseppe Verdi
Nabucco Amartuvshin Enkhbat
Ismaele Francesco Meli (13.06) / Gaetano Salas (17.07)
Zaccaria Roberto Tagliavini (13.06) / Christian Van Horn (17.07)
Abigaille Anna Pirozzi (13.06) / Anna Netrebko (17.07)
Fenena Vasilisa Berzhanskaya (13.06) / Francesca Di Sauro (17.07)
Il Gran Sacerdote di Belo Gabriele Sagona
Abdallo Carlo Bosi
Anna Daniela Cappiello
Orchestra, Coro, Ballo e tecnici di Fondazione Arena di Verona
Direttore Pinchas Steinberg
Maestro del coro Roberto Gabbiani
Regia, scene, costumi, luci, coreografia Stefano Poda
Assistente a regia, scene, costumi, luci, coreografia Paolo Giani Cei
Foto: Ennevi – Per gentile concessione della Fondazione Arena di Verona
