Brahms e Wagner: antagonismo o semplice rispetto?

La critica musicale ha spesso voluto creare delle contrapposizioni piuttosto forti tra compositori, magari inconsapevoli di tutto questo. Un confronto interessante e che merita di essere approfondito è quello che riguarda Richard Wagner e Johannes Brahms. I due musicisti tedeschi sono stati e vengono ancora considerati antagonisti: per quale motivo? La nascita del “contrasto” si deve a un critico contemporaneo di Brahms, secondo cui quest’ultimo rappresentava l’antagonista per eccellenza della musica avveniristica di Wagner, in quanto la sua musica era maggiormente improntata alla tradizione classica.

È vero comunque che lo stesso Brahms si dimostrò sempre estraneo al teatro musicale, quindi si può far partire da questo dato di fatto la controtendenza rispetto alle avanguardie. Per capire meglio i rapporti tra i due compositori si può fare affidamento su una serie di lettere che si scambiarono nel giugno del 1875. Si tratta di missive che sono caratterizzate da una forma esterna piuttosto cortese, anche troppo secondo alcuni, ma in cui si può “leggere” anche una forte irritazione. È interessante analizzare le lettere in questione, visto che mettono in luce i gusti dei due tedeschi, in particolare per quel che concerne le opere dell’altro.

Lo scambio epistolare si rese necessario a causa della passione di Brahms per i manoscritti musicali più pregiati. Tra quelli di cui era venuto in possesso c’era anche la partitura manoscritta del cosiddetto “Baccanale“, vale a dire l’ampliamento della scena del Venusberg deciso dallo stesso Wagner per rappresentare a Parigi nel 1861 il suo Tannhäuser. Ciò dimostra una predilezione ben precisa di Brahms per la musica wagneriana: si trattava di un regalo del pianista e compositore polacco Carl Tausig, il quale lo aveva avuto a sua volta da Peter Cornelius, altro compositore tedesco. A Wagner non andò molto giù il fatto che un suo manoscritto fosse passato di mano in mano e lo fece ben presente nella sua prima lettera.

A suo dire, infatti, questa partitura andava restituita, in quanto il musicista di Lipsia ne aveva bisogno per pubblicarne una nuova e riveduta ulteriormente. Il dono di Cornelius non poteva essere ritenuto valido, in quanto Wagner non gli aveva mai regalato il manoscritto, ma solamente lasciato, quindi non era possibile cederlo a una terza persona. Wagner, inoltre, concluse la lettera precisando come il manoscritto fosse per Brahms solamente un oggetto dal immenso valore di curiosità, mentre avrebbe potuto costituire un caro ricordo per la sua famiglia. Brahms non esitò un attimo a restituire quella partitura, ma le puntualizzazioni non mancarono.

Ad esempio, non fu affatto digerito il termine “curiosità” con cui era stata bollata quella proprietà temporanea: Brahms era un grandissimo collezionista e amava conservare autografi di gran pregio. In cambio chiese l’invio di un altro lavoro per completare la sua biblioteca, magari i Maestri cantori di Norimberga. Wagner optò per un esemplare della partitura dell’Oro del Reno, non proprio il massimo per Brahms, il quale sottolineò il fatto che il nuovo manoscritto non fosse proprio il più adatto per stimolare lo studio dell’opera wagneriana. Entrambi avevano un bel caratterino, come si è forse intuito, ma rimane il fatto che si studiavano a vicenda con molta attenzione.

L’antagonismo è di facciata, ma il rispetto reciproco c’era, nonostante qualche irritazione di troppo. Entrambi si dichiaravano devotissimi l’uno dell’altro, magari una cortesia eccessiva, ma che sottintende una considerazione piuttosto alta. Brahms non si avventurò mai nel mondo dell’opera lirica, ma chissà che queste collezioni non fossero anche la volontà intima di cimentarsi col teatro, capirlo, approfondirlo e sondarlo. Cosa avrebbe potuto partorire la sua mente nessuno lo sa, ma si può immaginare.

D’altronde, Brahms attirò tra i “colleghi” sia adorazioni che denigrazioni. Ad esempio, un ardente wagneriano come il direttore d’orchestra Hans von Bulow parlò del rivale del suo beniamino come del compositore più grande ed esaltato della storia della musica. Al contrario, Hugo Wolf ne parlò come di una semplice reliquia del passato, per non parlare di Tchaikovsky, secondo cui Brahms era il successo vero e naturale di Beethoven, grazie soprattutto alla grandezza delle sue idee e alle dimensioni sconfinate dei suoi lavori. Come a dire che lo si può o amare o odiare, senza alcuna via di mezzo.