Concerti 2019

CONCERTO ENSEMBLE MUSAGÈTE [Federica Fanizza] Vicenza, 13 gennaio 2019. Un gruppo bancario internazionale, una sede museale di prestigio, un gruppo di giovani musicisti che si dedicano alla divulgazione della musica da camera sia classica che contemporanea mettendosi in gioco ricreando nuove forme d’ ascolto: questi sono i protagonisti di una rete virtuosa instaurata dal complesso bancario Intesa Sanpaolo e Gallerie d’Italia. Coordinato da Remo Peronato, oboista del gruppo, l’Ensemble Musagète si è formato nel 2001 a Vicenza con l’intento di approfondire il grande repertorio cameristico, ma potendo contare, fin dall’esordio, sulla disponibilità di Palazzo Leoni Montanari, sede culturale e museale della Banca di Vicenza, quale residenza ufficiale della formazione, con l’obiettivo di accompagnare l’attività espositiva, proponendo programmi che spaziano nei generi e nelle epoche, sempre guidati da una coerenza stilistica, cronologica o tematica. Grazie alle molteplici formazioni concesse dall’ampio organico l’ensemble si è da subito caratterizzato per una ricerca che, accanto ai grandi classici, pone l’attenzione sulla riscoperta di tesori dimenticati e sulla produzione contemporanea. Quest’anno il tema conduttore della programmazione erano le trasposizioni per organici da camera delle composizioni sinfoniche, 
“Microcosmo. Dal grande al piccolo”, che ha preso forma in questo inizio d’anno con i due progetti raccolti sotto il titolo “Musica a geometria variabile” dove composizioni consolidate diventano materiale di rielaborazione, oltre che di organico, fonti di ispirazione per forme di riscrittura musicale. Il programma presentato domenica 13 gennaio 2019,”Musica e tempo” si strutturava con la formula del quartetto d’archi con inserimento di flauto con Sonata per Flauto solo di Carl Philipp Emanuel Bach e due Quartetti di Mozart (k 285a e il K 421a); interesse era sulla composizione commissionata per l’occasione al compositore cremonese Gabrio Taglietti, Trazom per quintetto flauto e archi, in prima esecuzione. Poteva essere il solito pezzo di omaggio al contemporaneo giusto per dare spazio alle nuove composizioni, inserito in un programma di repertorio da camera consolidato. Ma l’inventiva del compositore, docente di composizione a Mantova, insieme agli esecutori (Fabio Pupillo flauto, Massimiliano Tieppo violino, Tiziano Guarato violino, Michele Sguotti viola e Simone Tieppo violoncello) ne ha stravolto la consueta scansione temporale dei pezzi in programma. Trazom è Mozart allo specchio ed è questa i’idea che sottende al progetto musicale presentato. Mozart viene presentato nella sua esemplificazione massima della scrittura da camera, cioè in uno del quartetti dedica ad Haydn, omaggio a chi del quartetto ha consolidato forme e modelli. Come confrontarsi, con le nuove forme di scrittura musicale, con questi modelli che hanno segnato la storia della musica? Taglietti ha saputo dare una risposta alquanto audace destrutturando il suo pezzo e inserendo i singoli movimenti all’interno degli altri brani, come interludio o sfondo armonico costruendo quindi una cornice sonora entro cui Bach e Mozart dialogano con la modernità concatenandosi gli uni con gli altri nella sequenza dei movimenti fino a presentare il nuovo bravo come finale a conclusione del concerto. La riflessione proposta da Taglietti e dai musicisti dell’Ensemble Musagète, è che la musica sia un’esperienza del tempo. Ogni composizione vive solo nell’intervallo della sua esecuzione, il concerto, e permette di uscire dalla dimensione del quotidiano per entrare in un tempo dilatato, elastico, nel quale le emozioni prodotte dalla musica modificano la percezione del tempo stesso. In questo senso la forma del concerto dal vivo, nella quale il pubblico ha una funzione fondamentale, esalta questa possibilità della musica. Il risultato è stato di un concerto con una sua propria messa in scena con dialogo tra le parti strumentali in altri spazi contigui del salone d’ascolto, con la nuova composizione che riprende battute dell’esecuzione classica, le trasforma secondo gli stilemi della contemporaneità, sonorità disarticolate, aspre e perentorie sottolineate dalle battute degli archi, con i musicisti che compongono l’organico in corso d’opera per esigenze di partitura. Una modalità di ascolto non banale sottolineata anche da una interpretazione quartetto di Mozart che ha fatto emergere anche quegli elementi novità nella sua scrittura, comprese dissonanze armoniche che hanno fatto immaginare l’ascolto di quella musica con le orecchie di un ascoltatore a lui contemporaneo. Esperienza utile per far uscire la musica accademica contemporanea del ghetto in cui si è cacciata, fatto di festival appositamente dedicati, composizione commissionate all’interno dei palinsesti concertistici come per dire ci siamo, se non addirittura reclusa nell’ambito delle esercitazioni dei Conservatori.
PROGRAMMA:
Carl Philipp Emanuel Bach (1714-1788)
Sonata in La minore per flauto solo
Wolfgang Amadeus Mozart (1756-1791)
Quartetto in Sol Maggiore K 285° per flauto, violino, viola e violoncello
Quartetto in Re minore K 421A
Gabrio Taglietti (1955)
Trazom per flauto e quartetto d’archi (2018)
Ensemble Musagète
Fabio Pupillo flauto, Massimiliano Tieppo violino, Tiziano Guarato violino, Michele Sguotti viola e Simone Tieppo violoncello

1° CONCERTO VERONALIRICA [Lukas Franceschini] Verona, 13 gennaio 2019. Il primo concerto del 2019 all’Associazione Verona Lirica, dopo la pausa natalizia e la cancellazione del concerto di dicembre causa le ben note vicende sulla crisi istituzionale in cui si trova la Fondazione Arena, si è svolto in un Teatro Filarmonico affollatissimo. 
Merito anche del quartetto canoro: il soprano Maria Letizia Grosselli (che sostituiva all’ultimo una collega), il mezzosoprano Rossana Rinaldi, il tenore Misha Sheshaberidze e il baritono Misha Kiria, accompagnati al piano dal maestro Patrizia Quarta e dal Quartetto d’Archi dell’Arena di Verona composto da Gunther Sanin, Mirela Lico, Luca Pozza e Sara Arioldi. Un concerto ancor più rilevante considerato il quintetto strumentale il quale oltre a pagine solistiche ha accompagnato quasi tutti i brani ricreando un’atmosfera da salotto de fin siècle.
Misha Kiria ha dimostrato ottime capacità d’interprete brillante nell’aria di Dulcamara da L’elisir d’amore di Gaetano Donizetti, riconfermate anche nel brano solistico “A un dottor della mia sorte” da Il Barbiere di Siviglia nel quale il sillabato era di prim’ordine.
Rossana Rinaldi, dotata di voce compatta e scura, ha portato una ventata di napoletanità eseguendo con trasporto “I te vurria vasà” di Di Capua, tornado dopo al classico in una delicata e struggente esecuzione di “Mon coeur s’ouvre a ta voix” da Samson et Dalila di Camille Saint-Saens.
Il tenore Misha Sheshaberidze si è esibito in un ruolo di recente acquisizione nel suo curriculum, Otello di Giuseppe Verdi, nell’aria ” Dio mi potevi scagliar” con valida professionalità dimostrando accenti affascinanti, e regalandoci poi un assolo di grande fascino un po’ al di fuori dell’opera. Infatti, “Parlami d’amore Mariù” di Adrea Bixio resa celeberrima da Vittorio De Sica negli anni ’30. Anche se il tenore è georgiano, lo stile e l’esecuzione erano molto d’effetto, e il pubblico ha particolarmente gradito.
Infine, ma non per ultima, Maria Letizia Grosselli, la quale avuto il suo grande momento solistico affrontando con delicata e ispirata passione due brani pucciniani: “Vissi d’arte” da Tosca e “Un bel dì vedremo” da Madama Butterfly.
Ovviamene non sono mancati i duetti. Dopo il preludio atto I, eseguito dal Quartetto d’archi, le due primedonne hanno eseguito il duetto Ameris-Aida dal II atto dell’opera verdiana, sfoggiando tutta la loro personalità e carisma in un brano dove accento e veemenza sono essenziali e le due artiste hanno felicemente risposto all’appello.
Kiria e Sheshaberidze hanno proposto un altro classico duetto verdiano: “Invano Alvaro” da La forza de destino, nel quale il baritono ha offerto una prova maiuscola in un repertorio che parrebbe non frequentare spesso, mentre il tenore ha riconfermato stile e aderenza stilistica di grande fascino.
Il concerto si è finito con un altro duo, “Già nella notte densa” da Otello, nel quale il tenore ha offerto proprietà d’accento molto positive e il soprano una spontanea delicatezza amorosa.
Dopo il conferimento delle targhe un fuori programma molto divertente, la celebre canzone napoletana “’O sole mio” cantata in versione di terzetto.

CONCERTO GIORNATA DELLA MEMORIA [Federica Fanizza] Riva del Garda (Tn), 26 gennaio 2019. Musica radiata, ovvero quella musica di compositori italiani di origine ebraica che dal 1938 vennero espulsi dalle istituzioni musicali del Regno come indesiderabili al pari della loro musica.
Compositori e promettenti studenti come Donato di Veroli  ( 1921- 1943) che riuscì a concludere il suo percorso presso il Pontificio Istituto di Musica Sacra. I tempi burrascosi del conflitto, uniti alle persecuzioni razziali non permisero al musicista, di esprimere pubblicamente il meglio della sua produzione artistica. Si uccise nel 1943 L’opera postuma La madre, il cui libretto è dello stesso autore, rappresenta il suo lavoro più vasto e impegnativo febbrilmente concluso nella parte strumentale poco prima della morte. Venne eseguito a Bergamo nel 1951 a chiusura della stagione lirica del teatro Donizetti; quindi a Torino per la stagione della RAI nel maggio 1960. Emblematica la carriera di Aldo Finzi (Milano, 4 febbraio 1897 – Torino, 7 febbraio 1945), che all’età di 24 anni era divenuto uno degli autori di cui Ricordi pubblicava le opere. Per sopravvivere fu costretto a lavorare in anonimato o sotto prestanome . Morì il 7 febbraio del 1945 e fu inumato sotto falso nome. Sua moglie dovette attendere il dopoguerra e la fine di un processo per poter trasferire le sue spoglie nella tomba di famiglia al Cimitero Monumentale di Milano. Ebbe riconoscimento postumo nel 2012 quando è stata eseguita per la prima volta, al Teatro Gaetano Donizetti di Bergamo, la sua opera “La serenata al vento”. Riscoperto ed apprezzato a livello internazionale, un concerto tributo sarà eseguito il 5 Novembre 2018 alla Carnegie Hall di New York (L’Orchestra dell’Opera di Budapest e Placido Domingo saranno gli interpreti), a subissare il successo ottenuto il 17 Dicembre 2017. Furono anche direttori di conservatori e in questo caso emblematica è la carriera di Guido Alberto Fano (Padova, 18 maggio 1875 – Tauriano, 14 agosto 1961) responsabile di S. Pietro alla Majella poi di S. Cecilia, dal 1938 è rimosso dall’insegnamento a causa delle leggi razziali e dal 1943 al 1945 è costretto a fuggire e rifugiarsi a Fossombrone e Assisi alla fine della guerra riprenderà le sue funzioni di docente e compositore
Più fortunato Mario Castelnuovo-Tedesco (Firenze, 3 aprile 1895 – Beverly Hills, 16 marzo 1968) Si iscrisse al Conservatorio Luigi Cherubini di Firenze, dove studiò pianoforte e quindi composizione con Ildebrando Pizzetti. Ottenuto nel 1914 il diploma di pianoforte e nel 1918 quello di composizione, Castelnuovo-Tedesco riscosse sin dall’inizio della carriera ottimi consensi in tutta Europa come concertista e compositore. La sua produzione attrasse l’attenzione di Alfredo Casella, che la incluse nel repertorio della Società Nazionale di Musica (fondata da Casella nel 1917) e già nel 1922 opere di Castelnuovo-Tedesco furono eseguite a Salisburgo al primo festival della International Society for Contemporary Music. Nel 1939. Castelnuovo-Tedesco si vede costretto a lasciare l’Italia con la sua famiglia. Grazie all’aiuto offertogli da Arturo Toscanini, Jascha Heifetz e Albert Spalding, si trasferì negli Stati Uniti, dapprima a New York, dove al suo arrivo nel 1939 poté esibirsi come solista al pianoforte per la prima esecuzione del suo Concerto n.2 per pianoforte con la New York Philharmonic Orchestra, in un concerto diretto da John Barbirolli. Ricevette quindi un contratto (e un lavoro stabile) a Hollywood con la Metro-Goldwyn-Mayer affermandosi come stimato autore di colonne sonore per film. 11 sono quelle che furono a lui accreditate
Tragica fu la sorte di Leone Sinigaglia (Torino, 14 agosto 1868 – Torino, 16 maggio 1944) oggetto delle persecuzioni della polizia nazista che occupava Torino durante il 1944; al momento dell’arresto una sincope ne causò la morte. Tra le prime prove compositive rientrano la Romanza op. 3 per corno e quartetto d’archi (1888). Dal 1894 risiedette a Vienna dove conobbe e divenne amico di Johannes Brahms, e dal compositore tedesco prese il gusto per la musica cosiddetta assoluta, studiando con Eusebius Mandyczewski. In questi anni nacquero molti Lieder e il Concerto per violino e orchestra op. 20. Dal 1900 fu a Praga a studiare strumentazione con Antonín Dvorák. Trascrisse un’enorme quantità di canti popolari arcaici, circa 500, provenienti dalla tradizione orale, in gran parte raccolti dalla viva voce dei contadini. Arrangiò alcuni di essi in una versione per canto e pianoforte che molto risente del linguaggio della lirica da camera di area tedesca di fine Ottocento: nacquero così le Vecchie canzoni popolari del Piemonte. 
Unico straniero per lo più sconosciuto Robert Alexander (Vienna 1883- New York 1966), austriaco, le sue musiche sono conservate al museo Leo Beck nel Minesota
Sul fronte russo della I guerra mondiale scrisse la sua “sesta sinfonia” (in realtà le sinfonie erano per pianoforte, probabilmente in attesa dell’orchestrazione), nei Balcani dirigeva spettacoli per la truppa. Terminata la guerra riprese a comporre ed eseguire suoi brani, soprattutto per organo. Negli anni 30 fu l’organista della Chiesa di S.Agostino in Vienna. Purtroppo l’annessione dell’Austria da parte della Germani nazista fu l’inizio di una triste e tragica storia che coinvolse la sua famiglia. Alexander decise , con lungimiranza, di abbandonare l’Austria per l’America. Partì nel 1939 da Genova con la nave Saturnia, ma senza la moglie Anna Jarosch che, disperata, si era suicidata. In America tra mille difficoltà riprese a suonare, in particolare l’organo della Cattedrale di S. Patrick; si risposò e morì a New York nel 1966
Per una amara sorte, questi compositori vennero messi nel dimenticatoio sia in quanto ebrei sia per essere compositori formatisi negli anni’30 in un Italia post bellica che ha rimosso ben presto, per motivazioni ideologiche ciò che è stato prodotto in quegli anni . Certo non sono sonorità di avanguardia, con la sol eccezione di Di Veroli, saldamente ancorate dell’armonia di quanto veniva prodotto dalle nostre avanguardie di inizio ‘900 a cui occorre iscrivere Petrassi, Pizzetti, Malipiero, Casella, Respighi, Ghedini, troppo presto respinti come testimoni di musica di retroguardia. Il percorso musicale è stato recuperato dal pianista Enzo Oliva, docente al Conservatorio di Campobasso, con l’aiuto di un ricercatore napoletano, Beniamino Cuomo, raccoglitore di memorie musicali desuete e abbandonate. Doveroso omaggio in una Giornata che recupera memoria di chi di questo evento ne fu vittima.
Giornata della Memoria 2019
Associazione Amici della Musica Riva del Garda
in collaborazione con Comune di Riva del Garda. Archivio Storico
Sabato 26 gennaio 2019 
Auditorium del Conservatorio – Riva del Garda
Musica radiata: compositori italiani ebrei espulsi dalle istituzioni musicali a seguito delle leggi razziali
Pianoforte: Enzo Oliva
AldoFinzi: Pavan
Mario Castelnuovo–Tedesco: Le stagioni (Inverno  Primavera  Estate   Autunno  Epilogo)
Leone Sinigaglia: Staccato – Etude op.11
Guido Alberto Fano: Imago  Solitudo
Robert Alexander: Symphonie op.115 (Russische Symphonie)
II.Andante  IV.Polonaise – Intermezzo – Mazurka – Intermezzo – Valse pologne – Intermezzo – Chor – Intermezzo – Tempo di
Gavotte – Cosacca – Krakowiak – Pause – Couplet – Orgel
Donato Di Veroli: Tema con Variazioni

CONCERTO ORCHESTRA HAYDN [Lukas Franceschini] Rovereto, 14 febbraio 2019. Museo d’Arte di Rovereto MART
Novecento in Musica: l’Orchestra Haydn al martedì Stefano Ferrario, maestro concertatore
Gli archi dell’Orchestra Haydn di Bolzano e Trento
Antiche danze e arie: Suite n.3 di Ottorino Respighi
Intermezzo dalla Cavalleria Rusticana di Pietro Mascagni 
Serenata per archi in mi min, op. 20 di Edward Elgar
Spunti di Novecento: tra pittura e musica di inizio secolo XX.
Tutto è avvenuto il giorno di S. Valento 2019 a Rovereto, collaborazione tra la struttura museale provinciale d’arte di Rovereto e l’orchestra regionale per dare ulteriore slancio promozionale agli ultimi giorni di apertura della mostra d’arte dedicata alla giornalista Margherita Sarfatti e alla sua attività di promotrice delle arti italiane negli anni ’20. Si deve a lei la formazione del mito di Benito Mussolini, Dux, artefice di una nuova visione delle arti figurative italiane che affiancasse il recupero della tradizione dell’arte figurativa pittorica italiana accanto alle esuberanze creative dei futuristi Marinetti, Boccioni e Balla. Creò Ottone Rosai, Massimo Campigli, Felice Casorati, Mario Sironi e tanti altri artisti che animarono la vita culturale e artistica delle Biennali di Venezia e della nuova di esperienza espositiva romana. Parallelamente, la Sarfatti si fece promotrice dell’arte italiana all’estero Svizzera e Stati Uniti, Austria e Sud America. Un decennio di incessanti viaggi e progetti organizzativi operando in stretto contatto con i vertici del regime. Ma tutto ebbe un termine con gli inizi degli anni’30, per invidie accademiche e polemiche politiche, per concludersi definitivamente nel 1938 quando, causa le leggi razziali di cui fu vittima, Margherità Sarfatti emigrò in Sud America. E la musica ha fatto degna cornice a questo percorso di arte figurativa all’interno degli spazi museali con la sezione archi dell’Orchestra Haydn guidati da Stefano Ferrario, primo violino e maestro concertatore. Certamente il programma con le Antiche danze e arie: Suite n.3 di Ottorino Respighi, l’Intermezzo dalla Cavalleria Rusticana di Mascagni e la Serenata per archi in mi min, op. 20 di Edward Elgar presentava l’aspetto più idillico e rasserenante di questo Ventennio musicale, poco da spartire con le avanguardie della generazione di compositori dell’80 (1880) protagonisti di un rinnovamento anche del linguaggio compositivo italiano. Si poteva osare di più, ma intanto un ragionamento sulla produzione culturale e artistica di quella fase controversa della cultura italiana di inizio sec. XX è stato avviato, con l’auspicio che possa proseguire, aprendo una finestra sul panorama musicale italiano di quei decenni complessi e trascurati. Pubblico, specie giovanile, che ha risposto al richiamo di un evento in uno spazio per concerti non formale riempiendolo anche con sedute per terra, oltre i posti disponibili.

RECITAL RAFAL BLECHACZ [Emiliano Mazza] Milano, 07 maggio 2019. Il grande repertorio classico e romantico è stato al centro del recital di Rafal Blechacz al Conservatorio di Milano per la Società del Quartetto.
Ha aperto la serata il Rondò in la minore KV 511 di Mozart, che del classico rondò brillante settecentesco conserva solo la tipica forma alternata. Il pianista polacco ha pescato dallo strumento un suono ricercato ed estremamente vario nel timbro, mettendo bene in luce il carattere notturno e, come discutibilmente dicono gli amanti dell’anticipazione nell’arte, protoromantico del pezzo(esemplare l’ultima transizione al tema principale). Rimaneva sempre ben presente tuttavia un senso di misura nelle dinamiche e nell’agogica che ha permesso al discorso di fluire con continuità. 
Sensibilmente diversa la cifra stilistica dell’esecuzione della sonata n.8 KV 310, la cui tonalità di base è la medesima del Rondò KV 511; qui è apparsa sempre più chiaramente una ricerca quasi estemporanea di piccole diversificazioni ritmiche, come se il pianista abbia voluto mettere un po’ del suo mood serale nel brano. 
Tale tendenza è apparsa ancora più evidente nella sonata op.101 di Beethoven, risolta in generale con tempi abbastanza spediti. Ben riusciti i momenti più introspettivi della sezione centrale dello Scherzo e il terzo movimento, suonati con disinvoltura ed ispirazione, in cui si è realizzato peraltro uno stretto legame con il pubblico. Le svariate libertà prese nel testo sono però apparse con eccessiva evidenza nel quarto movimento. L’interpretazione, per quanto sostanzialmente convincente, è risultata in più punti affrettata e viziata da diverse imprecisioni tecniche e ritmiche.
Molto bene la seconda Sonata di Schumann, con la cui tecnicamente esigente scrittura Blechacz si è ritrovato perfettamente a suo agio. Il carattere martellante, da toccata, ansioso, che pervade la maggior parte della composizione è stato reso senza alcuna incertezza tecnica né cali di tensione. A fronte di un’unitarietà straordinaria sull’arco dei quattro movimenti, vale la pena ricordare anche la bella resa del secondo movimento, una piccola pausa di riflessione venata comunque dall’apprensione per i contenuti che la precedono e la seguono.
Infine Chopin, autore che ha consacrato Blechacz grazie alla vittoria del concorso a lui dedicato nel 2005. Delle quattro mazurche op.42, il pianista polacco ha espresso magistralmente le varietà di carattere che le pervadono, dal salottiero a quello più intimistico, dal rustico al drammatico. Chiudeva il programma ufficiale la Polacca op.53, eroica nel titolo quanto nel piglio. Esecuzione sicurissima e decisamente spettacolare con la sezione centrale a rotta di collo. Sempre di Chopin il pianista ha concesso come bis il Valzer in Do diesis minore op.64 n.2.
In definitiva un recital particolare poiché il musicista non si è certo tirato indietro sull’espressività. Se sui pezzi romantici e sul Rondò di Mozart la definizione del pezzo appariva granitica e pienamente definita anteriormente, sulle due sonate si è percepita una sperimentazione frutto del momento, discutibile ma tutto sommato interessante.

MISSA PRO DEFUNCTIS [Alessio Solina] Verona, 12 ottobre 2019. La Fondazione Arena di Verona, per la rassegna autunnale “Viaggio in Italia nel tempo e negli stili”, ha proposto, come primo appuntamento, l’esecuzione di una pagina mai eseguita sul palcoscenico veronese, la Missa pro defunctis di Domenico Cimarosa
La Missa pro Defunctis fu composta dal musicista aversano per il funerale di Maria Adelaide di Camerano, moglie di Antonio Maresca, Duca di Serracapriola, all’epoca Ministro in Russia per incarico di Ferdinando IV di Borbone. L’influentissimo Ministro sollecitò l’assunzione del giovane, ma già famosissimo Cimarosa, presso la corte di Caterina II di Russia come Compositore e Maestro di Musica della Real Casa, incarico che detenne dal 1787 al 1793. L’esecuzione avvenne il 12 dicembre 1787 nella chiesa cattolica di Santa Caterina e per tutto il secolo XIX fu pagina molto famosa, condividendo il successo con l’altrettanto celebre Requiem incompiuto di Mozart. L’avvento della Messa da Requiem di Verdi sancisce l’oblio del capolavoro cimarosiano e solo negli ultimi anni è tornato all’attenzione degli studi e alla sua esecuzione (di rilievo, l’esecuzione effettuata al Festival di Pasqua di Deauville, diretta da Jérémie Rhoer nel 2002).
Per l’esecuzione veronese debutta, sul podio della Fondazione Arena, l’apprezzato Maestro Alessandro Cadario, direttore dei “Pomeriggi musicali” di Milano e grande esperto del repertorio sinfonico-corale, che della pagina offre una direzione intensa e partecipe, complice anche la grandissima prova dell’orchestra areniana e dello strepitoso Coro diretto magistralmente da Vito Lombardi.
I solisti sono delle giovani ma molto promettenti figure del panorama musicale odierno.
Il soprano Eleonora Bellocci e il mezzosoprano Lorrie Garcia, sfoggiano bel colore, timbro compatto, emissione fluida e leggera e convincono l’ascoltatore per le loro qualità, essendo le voci più impiegate nella partitura
Il tenore Matteo Mezzaro e il basso Alessandro Abis (che debutteranno nel prossimo allestimento veronese dell’altro capolavoro di Cimarosa “Il matrimonio segreto”), rispetto alle due voci femminili, sono quelli meno in luce dal punto di vista dell’esecuzione ma convincono ugualmente per la bellezza dei loro timbri e per la tecnica precisa e sicura.
Applausi convinti al termine dell’esecuzione.
Spiace, a margine di quanto scritto, di dover evidenziare la scarsa affluenza del pubblico e la distratta partecipazione a un’esecuzione di grande rilievo che avrebbe meritato ben altra attenzione. Gran parte delle poche persone presenti in platea (circa un terzo della capienza) ha ascoltato con evidente disinteresse lo svolgimento del concerto. Spettatori bisbiglianti nei momenti meno opportuni, caramelle scartate con relativo e fastidioso rumore, cellulari non spenti, schiocchi provenienti da bottiglie di plastica aperte e chiuse, hanno disturbato per tutta la durata dell’esecuzione. Unica nota positiva, invece, il religioso silenzio e la grande partecipazione emotiva da parte dei giovani presenti nelle gallerie, che hanno salutato la performance con gli applausi più convinti.

CONCERTO ORCHESTRA SINFONICA NAZIONALE DELLA RAI [Margherita Panarelli] Torino, 11 Ottobre 2019. 
Si apre la Stagione 2019/2020 dell’Orchestra Sinfonica Nazionale della Rai. James Conlon, direttore principale, è alla guida dell’Orchestra e un brano giovanile di Felix Mendelssohn-Bartholdy destano curiosità nel poco omogeneo programma della serata.
Trasmessa anche in diretta su Rai 5 e Rai Radio 3 la serata si è dimostrata interessante e non priva di attrattiva nonostante le perplessità destate dall’accostamento dei brani. Il concerto si apre infatti con una buona ma non brillante esecuzione della celeberrima ouverture Egmont di Ludwig Van Beethoven alla quale sembra essere stato tirato il freno a mano. L’omaggio a Beethoven proseguirà nei prossimi due concerti della stagione che vedranno lo stesso Conlon alla guida dell’orchestra. La serata prosegue decisamente in crescendo con il curioso Concerto in re minore per violino, pianoforte e orchestra di Felix Mendelssohn-Bartholdy peculiare mescola giovanile generata dalla grande cultura del compositore, acerba certo, ma di grande fascino.
Nel ruolo di solisti Mariangela Vacatello e Roberto Ranfaldi, violino di spalla dell’orchestra, che offrono al nutrito pubblico presente all’Auditorium “Arturo Toscanini” della Rai di Torino una splendida, raffinata esecuzione e due bis, uno dello stesso Mendelssohn e uno Schubertiano. Vigorosa, mordace, quasi feroce la Sinfonia n.5 in re minore op. 47 di Dmitrij Šostakovič, sempre un gran sentire, specialmente da quest’Orchestra. Agogiche e intenzioni interpretative sono ottimamente calibrate e Orchestra e direttore offrono al pubblico un’eccellente ascolto con la celebre sinfonia ottenendo al termine del concerto applausi convinti e calorosi. Fa piacere notare la presenza tra il pubblico del Sindaco della Città di Torino, Chiara Appendino, e di Sebastian Schwarz, nuovo Sovrintendente del Teatro Regio.

CONCERTO TEATRO FILARMONICO/FUOCO DI GIOIA [Alessio Solina] Verona, 26 ottobre 2019. Un bel concerto, quello di domenica al Teatro Filarmonico, che prosegue la rassegna del Viaggio in Italia nel tempo e negli stili, questa volta con protagonista assoluto il Coro della Fondazione Arena di Verona.
Il programma spaziava dal Rossini del Viaggio a Reims (L’allegria è un sommo bene) al Mefistofele di Arrigo Boito (La notte del Sabba), passando per Il pirata di Vincenzo Bellini (Evviva! Allegri!), La forza del destino (La Vergine degli Angeli, Rataplan), Otello (Fuoco di gioia) di Giuseppe VerdiCavalleria rusticana (Gli aranci olezzano, Inneggiamo) di Pietro MascagniPagliacci (Don, din don) di Ruggero Leoncavallo e un coro (Orgia) dal poco eseguito Amleto di Franco Faccio, titolo che sarà presente nel cartellone della prossima stagione del teatro veronese.
La selezione dei brani è stata eseguita con molta cura, con l’intento di ripercorrere la storia e l’evoluzione stilistica della presenza del coro, da semplice commentatore delle vicende a ruolo di protagonista spesso assoluto (nel capolavoro rossiniano Guillaume Tell, invece, diventerà il fulcro della monumentale organizzazione architettonica, struttura musicale che aprirà le porte alla nascita del Grand Operà francese, il cui massimo rappresentante sarà Giacomo Meyerbeer). Con i titoli di Rossini e Bellini siamo in presenza di interventi piuttosto marginali, ben eseguiti pur nella loro brevità; con gli altri brani il coro areniano si è fatto valere per l’esecuzione che lo impegnava maggiormente e il Sabba boitiano, di difficilissima esecuzione, è stato giustamente salutato da un fragoroso applauso. Più che un normale concerto, una lezione storico-musicale, in quanto i singoli brani erano introdotti dagli esaurienti interventi di Davide da Como, utili non solo nel fornire la trama e la narrazione di divertenti aneddoti ma esaustivamente inquadrati nel loro periodo, con chiari riferimenti alle vicende storiche che hanno influito non poco alla loro creazione. A fronte dell’ottima qualità dell’esecuzione spiace non sia stata impiegata l’orchestra ad accompagnare il programma, la cui resa finale sarebbe stata sicuramente di maggior effetto; questa scelta, evidentemente, è stata dettata per meglio far risaltare la bravura della compagine corale, e così è stato, anche se un senso di incompiutezza era percettibile, nonostante l’ottima prova data dalla pianista Patrizia Quarta.
A capo dell’impegnatissimo Coro il Maestro Matteo Valbusa, che con questo concerto debuttava al Filarmonico. Direttore Artistico del Festival Internazionale VOCE!, ha alle spalle una notevole carriera di insegnante e direttore d’orchestra. Molto apprezzabile la cura che ha saputo rendere nel differenziare stili e epoche storiche dei singoli brani; spesso è intervenuto durante la loro presentazione. Il Maestro sarà prossimamente impegnato alla guida del coro per il secondo titolo della rassegna autunnale con l’opera L’elisir d’amore.
Gli interventi solistici di alcuni brani sono stati affidati alle apprezzabili voci di Emanuela Schenale (La Vergine degli Angeli), Antonella D’Amico (Inneggiamo) e Alessandra Andreetti (Rataplan), membri del Coro areniano.
Il pubblico, assai più numeroso rispetto al precedente concerto (la Missa pro defunctis di Domenico Cimarosa), ha molto apprezzato il programma con applausi scroscianti ad ogni brano; alla fine, le richieste di bis sono state premiate con l’esecuzione di Apotheose dall’opera di Jacques OffenbachLes Contes d’Hoffmann.

CONCERTO TEATRO FILARMONICO/VIAGGIO IN ITALIA [Alessio Solina] Verona, 30 novembre 2019. Ultimo appuntamento sinfonico per la rassegna Viaggio in Italia proposto da Fondazione Arena di Verona. Il programma spaziava da Cherubini con la Sinfonia in Re Maggiore, passando per l’Ouverture dal Guillaume Tell di Gioachino Rossini e terminava col Concerto n. 1 in Re Maggiore per violino e orchestra op. 6 di Paganini.
La Sinfonia in Re Maggiore (composta fra il marzo e l’aprile del 1815 e presentata a Londra con scarso successo, tanto che il compositore riversò la quasi totalità della musica in un quartetto), risente della produzione del repertorio tedesco, soprattutto di Haydn e Mozart, con una personale immaginazione musicale che la rende piacevole all’ascolto.
L’Ouverture del Guillaume Tell, monumentale preludio al mastodontico capolavoro rossiniano, è divisa in quattro tempi e di dimensioni tali da renderla adeguatissima ad un contesto qual è un concerto sinfonico.
Il primo concerto per violino e orchestra di Paganini è da sempre un importante banco di prova per affermare il talento di tutti i grandi virtuosi. Giovanni Andrea Zanon non è più la giovane promessa di qualche tempo fa ma una figura di grande spicco nel panorama concertistico; del concerto offre una lettura non poggiata solamente sul virtuosismo fine a sè stesso (la cadenza del primo movimento è stata assolutamente elettrizzante) ma avvolge lo spettatore con un suono morbido, musicalmente ineccepibile, e al contempo ricco di dinamiche eseguite con assoluta padronanza dello strumento.
Alla guida dell’orchestra areniana il Maestro Michelangelo Mazza ha assecondato il giovane violinista con suoni e tempi che mettessero in risalto non solo le sue straordinarie doti ma al contempo valorizzassero la scrittura della partitura (non pochi sono, difatti, gli echi rossiniani che sono le cose migliori di un concerto scritto, comunque, per mettere in risalto le doti del solista). 
Eccellente la lettura della Sinfonia rossiniana, con un finale addirittura travolgente; nella Sinfonia di Cherubini ha mostrato una grande cura del dettaglio, dagli slanci ai ripiegamenti quasi cameristici, lettura che l’orchestra areniana ha sviluppato con interventi adeguati e ottima tenuta d’assieme, con una particolare menzione alla compagine degli archi, veramente in stato di grazia.
Al termine del concerto il numerosissimo pubblico ha tributato ovazioni al giovane Zanon, coronati da uno straordinario bis di un brano di Bach, e grandi applausi al Maestro Mazza e all’orchestra.

2° CONCERTO VERONALIRICA [Alessio Solina] Verona, 1 dicembre 2019. Secondo appuntamento dei concerti di canto organizzati dall’Associazione Verona Lirica per la stagione 2019/2020. Presenza straordinaria l’Orchestra della Fondazione Arena di Verona guidata dal bravissimo Francesco Ommassini.
Il Maestro non si è limitato ad accompagnare arie e duetti ma ha curato ogni dettaglio dei brani proposti con mano sicura, offrendo ottime esecuzioni della Danza delle ore da La Gioconda di Amilcare Ponchielli, il preludio al terzo atto della Carmen di Georges Bizet, culminando in una splendida esecuzione dell’Intermezzo da I Pagliacci di Ruggero Leoncavallo, giustamente salutati da grandi ovazioni da parte del numeroso pubblico accorso all’evento. L’orchestra areniana, guidata dalla sua mano esperta, che di lui fa una delle figure più interessanti del panorama attuale, si è messa in evidenza grazie a un suono equilibrato, con attacchi sempre giusti e in perfetta sintonia con i cantanti.
Il soprano Ruth Iniesta ha fornito un assaggio della sua Lucia di Lammermoor, ruolo che eseguirà nel nostro teatro nella Stagione 2020, cantando con ottimi risultati l’aria “Regnava nel silenzio”; la sua seconda esibizione, la Gavotte dalla Manon di Jules Massenet le è valsa un meritatissimo applauso a scena aperta.
Manuela Custer, nella scena della lettera dal Werther di Jules Massenet, ha interpretato con grande sentimento, passando poi, con una naturalezza encomiabile alla cavatina di Rosina “Una voce poco fa” dal Barbiere di Siviglia di Gioachino Rossini, dove civetteria e languore erano bilanciate da un canto perfettamente controllato e variazioni di ottimo gusto.
Airam Hernández, che con questo concerto debuttava nel teatro veronese, ha eseguito due brani donizettiani, l’aria “Fra poco a me ricovero” dalla Lucia di Lammermoor e “Una furtiva lacrima” da L’elisir d’amore, entrambe cantate con tecnica sicura, centri corposi e buon legato; si è anche fatto apprezzare nella famosa “Salut! Demeure chaste et pure” dal Faust di Charles Gounod, con una smorzatura finale di grande effetto.
Aris Argiris, con la sua tonante voce di baritono, ha interpretato l’aria di Michele “Tutto silenzio” dal Tabarro di Giaomo Puccini per poi offrire una simpaticissima esecuzione del monologo di Ford “È sogno, o realtà” dal Falstaff di Giuseppe Verdi.
Mirko Palazzi ha eseguito con grande impegno, ad onta di una voce un po’ troppo leggera per il ruolo, l’aria di Fiesco “Il lacerato spirito” dal Simon Boccanegra di Giuseppe Verdi e l’aria di Mustafà “Già di solito ardore” da L’italiana in Algeri di Gioachino Rossini.
Non sono certo mancati i duetti. Ruth Iniesta e Airam Hernández hanno proposto il duetto “Verranno a te sull’aure” e “Chiedi all’aura lusinghiera” rispettivamente da Lucia di Lammermoor e L’elisir d’amore. Il concerto è terminato col duetto finale atto II di Rigoletto, “Tutte le feste al tempio” e “Vendetta, tremenda vendetta”, eseguiti da Ruth Iniesta e Aris Argiris, con una partecipazione e un’intensità che ha valso loro un’ovazione e meritate richieste di bis.
Alla fine del concerto meritatissimi applausi per tutti.