Le Trouvère (DVD Dynamic 2020)

Maggio 2020 Risale al 2018 la messa in scena, nell’ambito del Festival Verdi di Parma, di una vera e propria rarità del catalogo del cigno di Busseto: Le Trouvère.

Questa partitura è un ibrido tra la traduzione francese del celeberrimo Trovatore e una sua revisione, differente per qualche aggiunta, piccoli tagli e soprattutto per la composizione del ballabile del terzo atto. La produzione, registrata dall’etichetta Dynamic nella suggestiva cornice del Teatro Farnese di Parma, rappresenta anche la tappa conclusiva del progetto “Maestri al Farnese” (dopo Giovanna d’Arco nel 2016 e Stiffelio nel 2017) e testimonia il complesso lavoro registico ideato da Robert Wilson. Anche in questa occasione risulta ben evidente il carattere distintivo del regista statunitense: i personaggi sulla scena appaiono ingessati in pochi movimenti misurati, la gestualità talvolta enigmatica, le emozioni dei protagonisti affidate alla sola espressività del volto grazie al connubio perfettamente riuscito tra le luci, firmate dallo stesso Wilson, e il make-up design a cura di Manu Halligan.

Perfetta in questo senso la scena, progettata anch’essa dal regista: una scatola grigia, spoglia alle pareti, con alcune aperture laterali per consentire le entrate e le uscite dei personaggi. La visione del maestro statunitense va verso una collocazione della vicenda atemporale; unica eccezione è rappresentata dalle immagini di una Parma d’epoca, proiettate sul fondale durante il racconto di Fernand in apertura dell’opera. Anche i costumi, ideati da Julia von Leliwa, monocromi e di pregevole fattura non suggeriscono rimandi ad alcuna precisata epoca storica. Tutta la vicenda appare sospesa in una dimensione onirica, il confine tra realtà ed immaginazione è sottile ed impercettibile e in questo contesto le passioni di cui è intrisa la partitura verdiana appaiono costantemente trattenute e i personaggi sembrano consumati da un tormento interiore. Le luci, firmate come già ricordato da Wilson, prediligono toni freddi e al neon (unica eccezione sporadici momenti dove il palcoscenico si accende della tonalità del rosso) e contribuiscono a creare una atmosfera ipnotica. All’inizio dell’opera lo spettatore viene introdotto nella vicenda da un enigmatico personaggio, somigliante ad un anziano Giuseppe Verdi, sornione ed assorto nei suoi pensieri, che tornerà ripetutamente sulla scena; altro personaggio ricorrente è un’improbabile balia che spinge una carrozzina, ad esempio durante il racconto di Azucena nel secondo atto.

Diversi i momenti suggestivi dello spettacolo tra cui la grande scena con l’aria de Le Comte de Luna del secondo atto, durante la quale sullo sfondo viene proiettato un mare di nuvole attraversato da un elegante volatile (una cicogna?) e soprattutto il finale dell’opera dove i personaggi, assumendo pose plastiche, evocano un gruppo scultoreo. I ballabili durante le recite del 2018 furono oggetto di parecchie contestazioni: quasi mezz’ora di musica durante la quale si svolge dapprima un allenamento e quindi un incontro collettivo di boxeur ambo-sessi e di ogni età; una sequenza di movimenti che pur curati nel complesso, rappresentano uno stacco importante dalla tensione emotiva della vicenda con il rischio di un calo di attenzione da  parte dello spettatore.

Lo spettacolo visionario di Wilson è in parziale antitesi con la lettura del Maestro Roberto Abbado: la sua è una direzione piena di fuoco, struggente ed appassionata, ma anche poetica e romantica, ricca di sfumature e colori. L’Orchestra del Teatro Comunale di Bologna appare in ottima forma e accompagna la partitura mantenendo un buon equilibrio nelle sonorità delle varie sezioni. Lodevole l’esecuzione della musica che accompagna i ballabili.

Nel ruolo del titolo Giuseppe Gipali che con il suo caratteristico timbro chiaro disegna un Manrique pervaso da spirito romantico anziché dal fuoco della passione; nel complesso il suo personaggio risulta credibile. L’esecuzione dell’aria di terzo atto è pregevole grazie ad un’emissione corretta ed omogenea, la cabaletta che segue, “Bucher infame”, eseguita in tono, pur senza sbavature o incertezze difetta forse di maggiore potenza nello squillo.

Roberta Mantegna dona a Léonore il suo bel timbro chiaro e grazie alla morbidezza e alla freschezza della linea, specialmente nel registro centrale, il suo personaggio risulta plausibile. Le agilità appaiono talvolta scolastiche e la salita al registro acuto lascia intendere qualche occasionale lieve tensione: la cantante è molto giovane e siamo sicuri che con acquisita esperienza sia possibile arrivare a risultati di buon livello.

Di ottima levatura la prestazione del baritono Franco Vassallo: il suo Comte de Luna è regale ed appassionato e anche nei momenti di maggior furore mantiene una compostezza assoluta. Ottima la linea di canto caratterizzata da omogeneità tra i registri e da un saldo controllo del registro acuto che risulta così sempre ben timbrato. Buona la padronanza del palcoscenico dove il cantante si muove con misurata compostezza nelle vesti simili a quelle di un vampiro.

Di rilievo anche la Azucena interpretata da Nino Surguladze. Il mezzosoprano georgiano, con il suo timbro chiaro tratteggia un personaggio originale, lontano da certa tradizione esecutiva, frutto di un’intesa assoluta con Direttore e regista, enigmatico e sibillino, costantemente assorto in un’atmosfera ipnotica e distaccata dalla realtà. Vocalmente mostra un registro acuto ben a fuoco, fraseggio elegante, morbidezza e una pregevole intonazione.

Granitico il Fernand interpretato da Marco Spotti: il suo bel colore ambrato e il buon controllo della linea di canto e delle agilità consentono, tra l’altro, un’esecuzione degna di nota del racconto introduttivo della prima scena di primo atto.

Di ottimo livello la prestazione del Coro del Teatro Comunale di Bologna diretto da Andrea Faidutti, particolarmente efficace nel celeberrimo brano di apertura del secondo atto.

Completano la locandina Luca Casalin, nel duplice ruolo di Ruiz, dove risulta incisivo ben a fuoco e di un Messager, Tonia Langella, apprezzabile Inès, Nicoló Donini, nel ruolo di un Bohémien. La regia video per la realizzazione DVD, a cura di Tiziano Mancini, appare molto curata e attenta a cogliere le espressioni dei volti dei protagonisti cogliendo appieno la drammaticità e la tensione emotiva della vicenda raccontata in questa particolare interpretazione di Wilson.