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africaine coroVenezia, 26 e 29 novembre 2013. È purtroppo un’occasione mancata quella de L’africaine al Teatro La Fenice di Venezia, a cui comunque è da riconoscersi il merito e il pregio di voler ricordare il centocinquantesimo anniversario della morte di Giacomo Meyerbeer. Compositore ingiustamente bistrattato dai teatri lirici di oggi, massimo esponente del grand-opéra, padre dell’opéra-lyrique e dello stile francese della seconda metà dell’Ottocento, dovrebbe occupare – se non un posto d’onore – una certa posizione nei calendari dei palcoscenici d’opera di tutto il mondo.

Visto da Lukas Franceschini

Venezia, 29 novembre 2013. La nuova stagione lirica 2013-2014 del Teatro La Fenice è stata inaugurata con l'opera L'Africaine di Giacomo Meyerbeer, occasione sfiziosa per ascoltare un capolavoro del grand-opéra francese, assente dai teatri italiani da oltre quattro decenni.

L'Aafricaine simeonifricaine è un'opera complessa sia musicalmente, sia nella drammaturgia, oltre all'aggiunta della versione. Infatti, è risaputo che il librettista, Eugène Scribe, morì nel 1861 e pertanto il compositore dovette mobilitare altri autori tra cui la celebre attrice ed autrice teatrale Charlotte Birch-Pfeiffer. Nel 1864, il 2 maggio, scompare anche Meyerbeer dopo aver completato la partitura ma lasciando uno ancora da revisionare. Tale compito spettò a François-Joseph Fétis, e quando l'opera fu rappresentata in prima assoluta il 28 aprile 1865 all'Opéra di Parigi differiva notevolmente da quella dell'autore. Furono compiuti numerosi tagli, anche in considerazione della prolissità dello spartito, così riducendo alla sola visione intimistica dell'opera, scostandosi tuttavia dalla concezione ideatrice di Meyerbeer che voleva con quest'opera non staccarsi dallo stile francese epico, compreso un importante balletto. Come giustamente afferma Tarcisio Baldo nel programma di sala "...L'Africaine è un atto di denuncia contro il colonialismo e lo schiavismo, travestito da missione conoscitiva di nuovi continenti ma in realtà atto di conquista di nuove terre per rimpinguare le casse esauste della vecchia Europa...". L'opera si potrebbe sintetizzare come una vicenda ricca di colpi di scena, grandiose melodie, confermando la magnificenza del grand-opéra fuso nel dramma lyrique su un soggetto esotico, che ebbe avuto molta fortuna oltralpe durante la fine del XIX secolo.

Come predetto, è indicativo che l'opera manchi dai teatri italiani da oltre quarant'anni, salvo errori di chi scrive, l'ultima edizione fu a Firenze con Muti e una giovanissima Jessye Norman. Il pubblico dunque è disabituato a simili spartiti, non ne conosce che sommariamente il concetto, sorvolando sulle caratteristiche tipiche di questo tipo d'opera. Non è possibile porre l'accento anche sull'oneroso impegno richiesto ai cantanti, tra i quali oltre alla protagonista si contano altre quattro prime parti.

Doveroafricaine prattso dare atto alla Fenice il coraggio nel proporre un tale titolo, soprattutto oggi che le stagioni liriche sono composte prevalentemente da opere di repertorio per scongiurare la scarsità di pubblico. Altrettanto lecito è domandarsi perché offrire un'opera così difficile e quali siano le ragioni che hanno portato la direzione artistica a tale scelta. Con modestia credo che la risposta sia per dare al pubblico una gamma più variegata del panorama operistico e puntare su un'inaugurazione di lustro. Tuttavia non si sono tenuti presenti canoni canori pertinenti, i quali attualmente sono precari per i ruoli richiesti, e l'esito finale ha confermato tale tesi.

La direzione di Emmanuel Villaume non ha brillato, mi è parsa pesante e spesso non ben calibrata, sotto molti aspetti non pertinente per quello che doveva essere un grand-opéra, anche se è doveroso dargli il merito di aver tenuto in mano con sufficienza l'apparato orchestrale in equilibrio con il palcoscenico. Altro gravissimo errore, ma non sono sicuro se da imputare allo stesso direttore, sono stati i tagli praticati alla partitura, arrivando perfino a snaturarla. Arie completamente eliminate, compreso il duetto Selika-Ines, da capo soppressi come da prassi anni '50, sezioni intere svanite. Capisco che per la Fenice sarebbe stato molto oneroso allestire anche il balletto, ma sarebbe stata occasione speciale e pregevole, tuttavia su questo punto si può soprassedere ma sulle altre sforbiciate certamente no. Mi è oscuro il motivo per cui è lecito effettuare tagli a questo tipo di opere mentre si eseguono integralmente le partiture wagneriane.

La protagonista, Veronica Simeoni, ha azzardato una parte superiore alle sue capacità, non possedendo una voce duttile e una sensualità pertinente. Vocalmente scialba perché la zona acuta è al limite, il registro grave quasi inesistente, le resta un medium anche interessante ma povero di colore e accento, caratteristiche imprescindibili per il ruolo di Selika, cui la Simeoni abbozza sommariamente la parte, e fortuna per lei assai accorciata nel finale. Gregory Kunde è oggi tenore "per tutte le stagioni" interpretando ruoli diversissimi tra loro con eclettica spavalderia. Ammetto che personalmente lo preferivo agli esordi, in parti più belcantistiche, ma considerati i tempi devo ammettere che sul mercato si conferma una sicurezza anche in altro repertorio. Questo non significa che sia il Vasco ideale, ma almeno era il più in parte di tutta la compagnia. Ottimo fraseggiatore, ben declamate le frasi, favorito dai tagli doveva fare i conti con la pesantezza del ruolo e gli anni di carriera: nella celebre aria, non propriamente il suo miglior momento, avrei preferito maggior lirismo ed abbandono estatico, ma ormai la voce di Kunde è abbastanza legnosa e poco duttile.

Jessiafricaine simeoni_kunde2ca Pratt doveva essere un fiore all'occhiello di questa produzione, il personaggio di Ines lo avrebbe dovuto calzare a pennello; invece non era propriamente in forma risultando spesso forzata e il registro acuto non ben calibrato. Sul personaggio lei di suo non sa fare molto, ma la parte era cosi amputata tanto da risultare quasi banale, mentre avrebbe dovuto sostenere tutto il carisma della seconda primadonna.

Altro elemento fondamentale di un'opera come l'Africaine è il personaggio di Nelusko. Le incisioni a 78 giri abbondano di grandi del passato che almeno in disco hanno lasciato traccia di due tra le più belle arie per baritono. Non poteva certo competere con questa parte il pur volenteroso Angelo Veccia, per carenze sia tecniche sia vocali: monotono, poco espressivo, fraseggio inesistente, scansione vocale a senso unico, oltre ai deprecati tagli posti all'esecuzione. Tra la lunga schiera dei ruoli secondari si metteva in luce Emanuele Giannino quale Don Alvar, un po' meno Luca Dall'Amico scuro e ruvido Don Pedro, imbarazzante il Don Diego di David Ruperti. Al termine ci si rendeva conto che tali opere possono essere riproposte solo se si ha a disposizione un cast di rilievo, anche se oggi non saprei dove trovare interpreti adeguati.

Lo spettacolo era realizzato da Leo Muscato, coadiuvato da Massimo Cecchetto per le scene e Carlos Tieppo quale costumista. Muscato realizza una visione molto bella e fortunatamente in stile storico. Ispirandosi all'epoca del "siglo de oro" enfatizza la grande potenza dei conquistadores del tempo, drappi damascati e arazzi nelle scene interne, con l'ottima visione di scene corali e d'assieme ben assortite. Leggermente meno riuscita la scena del carcere, ove Selika canta la celebre cantilena tra le sbarre guardando l'amato, mi sarei aspettato più pathos, l'atto quarto era realizzato in maniera troppo minimalista. La scena della nave era mozzafiato, una credibile visione dei vascelli che solcavano gli oceani, mentre di grande originalità la morte per avvelenamento della protagonista su una pensilina che la avvicina ad annusare la pianta malefica. Muscato offre a tutti i personaggi una caratterizzazione precisa in perfetto equilibrio tra grande dramma storico e vicende private, peccato abbia voluto inserire dei video ad ogni inizio d'atto che si rifacevano a scene del colonialismo o belliche di recente passato: inutili ed incomprensibili. Di pregio i costumi di Tieppo e molto azzeccate le scene di Cecchetto.

Visto da William Fratti

Venezia, 26 novembre 2013. Dopo tanti anni dalla sua ultima rappresentazione, non ci si aspettava che a Venezia fosse messa in scena con dei tagli. Non si auspicava certamente l’esecuzione delle pagine omesse prima della sua forma definitiva, ma almeno una versione integrale dello spartito di Fétis usato per il debutto, il 28 aprile 1865, dopo la morte di Meyerbeer.

Lo africaine simeoni_kundespettacolo di Leo Muscato presenta un impianto scenico pressoché identico a quello de I masnadieri di Parma: una grande pedana in pendenza, larga quasi quanto il boccascena, profonda dal proscenio al retropalco. Chiaramente non ricca e indubbiamente un grand-opéra dal basso impatto scenografico, ma un eccellente e minuzioso lavoro di regia fatto su ciascuno degli interpreti, dai protagonisti ai comprimari, dai coristi ai mimi e figuranti. Ognuno ha un’azione da compiere, un gesto da produrre, uno sguardo con cui trasmettere un’emozione o un’intenzione. Ed è così che Muscato dimostra di saper fare molto bene il suo mestiere, poiché tutto ha un senso, anche in ciò che succede dietro o accanto alle scene solistiche, per tutta la durata dei cinque atti della vicenda.

L’abilità scenografica di Massimo Checchetto si fa notare nella grandeur del terzo atto, in cui la poppa di una nave tardo quattrocentesca riempie letteralmente il palcoscenico. Bellissima è la tempesta finale, in cui l’ondulare, il cadere e il rialzarsi degli interpreti – col giusto ritmo – lascia davvero intendere ai bruschi movimenti del bastimento in balia del tifone. Le altre parti dell’opera sono quasi totalmente prive di scene, dotate di poca necessaria attrezzeria, ma comunque di grande effetto evocativo, poiché mai nulla sembra mancare.

Cafricaine corodonneompletano la riuscita dello spettacolo i bei costumi di Carlos Tieppo, giustamente misurati, mai troppo sfarzosi, ma con ogni dettaglio necessario a caratterizzare i personaggi. Lo stesso vale per le luci di Alessandro Verazzi, suggestive e abili nel dare risalto all’azione, coprendo il gap – voluto – della scarna scenografia, a favore di una visione più introspettiva. Forse sono un po’ troppo colorate durante il consiglio, poiché fanno a pugni col pavimento rosso, ma ciò è immediatamente perdonato al finale primo, di sicuro effetto nel momento in cui si tinge di sangue all’anatema scagliato dal grande inquisitore.

Meno apprezzate sono le proiezioni d’entr’acte di Fabio Massimo Iaquone e Luca Attilii, poiché poco comprensibili. Forse il senso è quello di portare l’attenzione, come già fecero Scribe e Meyerbeer, sulla continua prevaricazione di alcuni popoli su altri, ma allora sarebbe stato il caso di ambientare L’africaine in un’epoca più contemporanea. Lasciandola ancorata al tempo di Vasco de Gama ha poco senso toccare altri e più recenti tasti dolenti della storia umana. Opportunamente adeguati anche i movimenti coreografici del choeur dansé nel finale quarto.

Sul fronte musicale Emmanuel Villaume porta alla Fenice un’orchestrazione molto elegante, un po’ lontana dagli effetti tragico grandiosi meyerbeeriani, ma sicuramente rispettosa delle voci e del gusto romantico ottocentesco; venendo meno l’esecuzione integrale, come pure un’edizione critica, anche certe libertà nella concertazione e nell’andamento musicale possono essere accettate di buon grado. Senza dubbio il ritmo, il colore e l’accento occupano una parte importante del lavoro del direttore, anche se l’orchestra non lo segue fin da subito: non tutti i suoni del brano di apertura sono propriamente precisi. Più che positiva, anche se non eccelsa, la riuscita della difficile pagina del consiglio “Aux voix! Aux voix!”, vero arduo banco di prova.

Vafricaine simeonieronica Simeoni veste i panni di una raffinatissima Sélika, donna regale d’altri tempi e d’altre culture, più dolce che autoritaria nell’atteggiamento e nella vocalità. La parte, prima pensata per un mezzosoprano, poi per un soprano drammatico, è indubbiamente di grande difficoltà, ma l’intelligenza professionale della Simeoni le permette di eseguirla senza errori né sbavature, usando la sola ricetta – che sarebbe utile a molte delle sue colleghe – di cantare con la propria voce e la propria conoscenza tecnica, senza forzare, ne scimmiottare altri interpreti che, nel bene e nel male, possiedono altri strumenti. Così Veronica Simeoni risulta essere sempre lineare e morbidissima, omogenea su tutta la linea di canto, con una certa eleganza belcantista alla francese, rotonda e pulita negli acuti e naturalissima nelle note basse, per cui mai – se non forse in una frase verso il finale – predilige l’emissione di petto.

La africaine simeoni_kunde2affianca il Vasco de Gama di Gregory Kunde che, dall’alto della sua lunga esperienza, sa amalgamare l’accento eroico con quello patetico, riuscendo in un lirismo che lo vede vincitore, prima di tutto nei lunghi concertati, fino alla gran scena del quarto atto, in cui sa esprimere estasi nel cantabile e disperazione nella cabaletta. Il canto è spinto, ma mai forzato, i cromatismi forse non sono così ricercati, ma a favore di una particolare attenzione alla vocalità, ben timbrata, bilanciata e posizionata in avanti, che fa emozionare più volte il pubblico – che lo vorrebbe applaudire a scena aperta – soprattutto durante i limpidi e imperiosi acuti.

Angelo Veccia è centratissimo nei panni di Nélusko e si denota una puntuale ricerca dei caratteri drammatici e psicologici affidati a questo difficile personaggio, padre di molti ruoli del repertorio dell’opéra-lyrique. La voce è calda e brillante, ma gran parte del suono sembra fermarglisi in bocca invece di uscire e correre per la sala, pertanto risulta vincente negli ariosi e nei cantabili, in cui dà sfogo al suo bel timbro baritonale, mentre il recitativo, le parti più delicate compresi i piani e le pagine più drammatiche non riescono con altrettanta efficacia. Buono è l’uso degli accenti in termini di espressività, ma la dizione è pessima.

Jessica Pratt africaine prattporta le vesta di un’ingiustamente decapitata Inès. Le pagine più importanti del ruolo stanno all’apertura di primo e quinto atto, ma quest’ultima scena, come già accennato, è stata purtroppo tagliata. Come sua consuetudine l’artista porta in palcoscenico una raffinatezza innata, che qui si nota particolarmente nel legato, nei filati e nell’omogeneità della linea di canto. Sfortunatamente i sovracuti non sono propriamente puliti, ma ci si augura si tratti di un problema passeggero.

Luca Dall’Amico è un Don Pédro squillante, luminoso e ben proiettato, che sa farsi notare tanto nelle scene d’assieme, quanto nel duetto di terzo atto, interpretando un personaggio che però è più vicino al rivale in amore che non al presidente del consiglio del re.

Eafricaine simeoni_amoretti_kundemanuele Giannino e Mattia Denti sono un Don Alvar e un grande inquisitore particolarmente efficaci, mentre Davide Ruberti è un Don Diégo dalla voce un po’ opaca. Rubén Amoretti è un gran sacerdote possente, ben timbrato e molto musicale, mentre Anna Bordignon forse si trova a dover eseguire una parte che non è la sua.

Molto buona, sia in termini musicali e vocali, sia interpretativi, la prova del Coro del Teatro la Fenice diretto da Claudio Marino Moretti, compresi i solisti a cui sono affidati i piccoli ruoli comprimari.

Safricaine simeoni_kunde_pratt_veccia_amico_giannino_bordignonuccesso meritatissimo per tutti, soprattutto per il teatro e la città, che sono chiamati a meditare: durante lo spettacolo erano presenti moltissimi turisti stranieri, arrivati a Venezia con lo scopo primario di assistere ad un titolo importante, pressoché mai rappresentato, contribuendo economicamente all’indotto in termini di notti in hotel, pasti ai ristoranti e acquisti nelle attività commerciali. È vero che il bilancio della Fenice raggiunge più facilmente il pareggio con la vendita dei biglietti degli eterni presenti Traviata, Barbiere e Don Giovanni, ma la città guadagna di più con la presenza di migliaia di viaggiatori giornalieri muniti di pranzo al sacco, o con qualche vero turista in meno, ma fruitore di ben più servizi? Questo è un invito a Venezia – e non solo – ad iniziare a misurare economicamente l’indotto portato dalla cultura, smettendo di vederla come un costo, ma iniziando a considerarla una vera risorsa e un vero motore per il Paese.

Locandina

Teatro La Fenice di Venezia - Stagione Lirica e di Balletto 2013-2014
L'AFRICAINE

opera in cinque atti

Libretto di Eugène Scribe

Musica di Giacomo Meyerbeer

 

Personaggi: Interpreti:
Don Pédro Luca Dall'Amico
Don Diégo Davide Ruberti
Inès Jessica Pratt
Vasco de Gama Gregory Kunde
Don Alvar Emanuele Giannino
Il grande inquisitore di Lisbona Mattia Denti
Nélusko Angelo Veccia
Sélika Veronica Simeoni
Il gran sacerdote di Brahma Rubén Amoretti
Anna Anna Bordignon
Un usciere

Bo Schunnesson

Un marinaio

Carlo Agostini

Un marinaio di vedetta

Ciro Passilongo

Un sacerdote

Domenico Altobelli

Orchestra e Coro del Teatro la Fenice

Maestro del Coro: Claudio Marino Moretti

Direttore Emmanuel Villaume
Regia Leo Muscato

Scene

Massimo Checchetto

Costumi

Carlos Tieppo

Luci

Alessandro Verazzi

Video Designer

Fabio Massimo Iaquone e Luca Attilii

Nuovo allestimento del Teatro la Fenice

FOTO DI MICHELE CROSERA - Teatro La Fenice di Venezia

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