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tell 1Pesaro, 8 e 20 agosto 2013. Il terzo titolo operistico al Rossini Opera Festival 2013 è stato Guillaume Tell, l'ultima opera del compositore, che al Rof nel corso della sua lunga storia è stata rappresentata solo una volta nel lontano 1995. 


Visto da Lukas Franceschini

 

8 agosto 2013 (prova generale). Il Tell è la più monumentale opera di Rossini, oltre al congedo dalle scene, e per vari motivi si stacca notevolmente dalla scrittura musicale abituale, è intrisa di anima epica e potente, grandiosa per concezione. Accanto ai personaggi, scolpiti a meraviglia, vi è un altro elemento di rilievo: il popolo svizzero. Questi è rappresentato dal coro, dipinto nei suoi costumi pastorali, in particolar modo nel I e III atto, mentre nel II atto si esaltano i sentimenti patriottici con fierezza e dignità nell'amore alla libertà, impulso generoso e audace. La musica che lo contraddistingue è espressa dalla soave fragranza dei pascoli alpini ove vive, tenendo il passo con cori solenni quasi religiosi, canti montanari estatici e danze eleganti. L'orchestrazione rossiniana, come predetto, in quest'opera supera quanto fatto da lui stesso e dagli altri, il ritmo è sempre dinamico e vivo, la tavola dei colori densa e feconda, fermi i punti cruciali dell'opera: il pastorale e l'eroico. Vi è poi il sentimento della natura, in parte poeticamene espresso dalla sinfonia, che origina poi descrizioni peculiari come quella dei tre diversi popoli che si uniscono a convegno nel II atto. Il colore orchestrale è straordinariamente reso al IV atto quando dall'incupirsi del temporale, si rischiara nel finale in una luminosità addirittura catartica, portando un possente soffio di vita in una dimensione lirica di contemplativa quasi universale.

Da sempre la problematica centrale nell'allestire il Tell è la scelta del tenore, cha ha una parte così rilevante tale da emergere sugli altri coprotagonisti. Il primo interprete fu Alphonse Nourrit, tenore tell 2con voce corposa, accento molto incisivo, zona centrale ampia e capacità di salire all'acuto in falsettone. In seguito la parte fu "acquisita" da Gilbert Duprez che trasformò gli acuti in falsetto a "di petto", ricevendo il biasimo di Rossini. Tutto questo però mandava in delirio il pubblico, ma è confermata una scrittura con salti improvvisi, ardimento e una spinta a picchi vocali di ardua capacità tecnica.

Per la nuova produzione del Rof è ritornato il regista inglese Graham Vick dopo il discusso Mosè in Egitto del 2011. Anche dopo questo spettacolo c'è stata un po' di delusione, perché non ho trovato il Vick di un tempo che creava allestimenti più memorabili. Non si tratta di una produzione, o meglio, concezione registica sbagliata ma troppo politicizzata e poco coerente con il significato dell'opera. Quando si entra in teatro, all'Adriatic Arena, si vede un sipario chiuso bianco e rosso, prevalente il secondo colore, con un pugno chiuso a tutto campo. Quale sia il nesso tra comunismo e la storia della Svizzera mi è ignoto, potrei affermare che la lotta del popolo per la libertà nel '900 è in parte rappresentata da lotte d'ideologie di sinistra, ma a ragion veduta la rivolta storica svizzera la fecero i signori locali, certo con l'aiuto del popolo, ma in Svizzera il comunismo non ha mai avuto fertile terreno. Penso che Vick abbia volto rilevare un generale percorso, probabilmente non ideologico, dell'insurrezione dei popoli contro l'usurpatore, tutto ciò è abbastanza astratto e prosaico. Lo spazio bianco delle scene di Paul Brown non è definito ma essenziale e non suscita particolare emozione. La visuale alpestre si rappresenta non spesso con aperture di porte scorrevoli e proiezioni, tuto dejà vu. La contrapposizione tra il potere dello straniero e la voglia di libertà del popolo locale è sempre rappresentata con violenza estrema, di chiaro riferimento nazista, un po' troppo sopra le righe. Non è possibile negare, in questa chiave, un grande lavoro introspettivo sui personaggi che sviluppano la loro drammaturgia in maniera efficace ma sempre oltrepassando il limite. Di assoluta gratuità e poco convincente la scena del grande balletto del III atto che qui è trasformata in una pantomima di cruda brutalità, evitando il grande momento del grand-opéra dedicato alla danza che Rossini compose in maniera sublime, tuttavia erano bravissimi i ballerini impegnati. Efficace invece la scena del II atto con i cavalli finti che denotano l'aristocrazia, ma nello stesso tempo è l'animale da lavoro del popolo pertanto nell'insurrezione sono tutti stramazzati morti a terra. Il finale, una delle pagine musicali più emblematiche di tutta la storia dell'opera, trova nella scala che discende dall'alto e salita dal giovane Jemmy, una visione molto chiara ma non entusiasmante sotto il profilo visivo. Di pregio i costumi.

tell 3Michele Mariotti era il direttore concertatore dell'opera e rispetto ad altre sue esibizioni rossiniane stavolta le cose non sono andate tutte per il verso giusto. Personalmente penso che forse fosse troppo presto per affrontare un titolo così complesso. Già nella sinfonia il gesto era lentissimo, anche nel galop finale senza contare gli sbandamenti degli ottoni, in seguito il passo narrativo mancava di efficacia e drammaturgia, per nulla intrigante la scena del giuramento e molto discontinue le sezioni con il coro. I concertati erano un altro tallone d'Achille, soprattutto il finale atto III ove ha perso la bussola. Non posso mancare che egli si sia prodigato ad ottenere anche momenti interessanti ma proprio per diversità dello spartito non riusciva nell'intento, ed aveva a disposizione un'orchestra in netto peggioramento rispetto alle esibizioni nella stagione bolognese. Chi invece ci ha offerto una prova superlativa è stato il magnifico Coro de Teatro Comunale di Bologna, precisissimo, musicale, sempre omogeneo, un vero piacere per l'ascolto.

Nicola Alaimo era un protagonista anche volenteroso che cercava un fraseggio eloquente, ma sovente non lo trovava, la scrittura lo metteva talvolta in difficoltà nella zona centrale sviluppando poi nel registro superiore suoni amorfi e stridenti. Stranamente nella grande aria del III atto è stato abbastanza efficace e variegato, ma per questo personaggio servirebbe maggio peso specifico e mordente. Marina Rebeka sarebbe anche un'onesta e brava cantante ma è stata impegnata in un ruolo superiore alle sue qualità vocali, le quali sono tipicamente di soprano di coloratura e non lirico. Esegue la prima aria in maniera corretta ma poco accentata, la seconda, che è molto virtuosistica, la mette in evidente difficoltà sia per tecnica sia per scrittura e per la bacchetta molto veloce. Se impegnata in altri ruoli, avrebbe più possibilità di emergere.

Questa produzione di Guillaume Tell è stata allestita quando il tenore rossiniano del momento, Juan Diego Florez, ha accettato di esibirsi nell'impervia parte di Arnold. Il fatto che il cantante peruviano affronti questo tipo di partitura potrebbe significare che voglia ampliare il repertorio, in effetti, molto limitato. Per affrontare tale ruolo servono altri strumenti vocali. Florez ha una voce che purtroppo non riesce ad ampliare sonoramente, l'eroismo e la potenza sono limitati, resta un fraseggio anche corretto ma non scandito ed accentato. Gli acuti del Tell non sono quelli di altre opere rossiniane e mancavano di spessore e di slancio appassionato, credo che sia anche una cosa voluta dallo stesso cantante ma poco filologica. La parte è lunga e difficile, non occorre ricordarlo, e Florez arriva alla mitica aria al IV atto molto provato, anche questo è un segno di cui sopra citato, la voce s'inasprisce più del dovuto e la cabaletta non trova un esecutore di prim'ordine come in altri ruoli sostenuti.

Le quattro voci gravi non erano certo all'altezza della situazione. Simon Orfilia era legnoso e monotono, leggermente migliore Simone Alberghini che almeno tenta un colore vocale ed intenzioni non sempre riuscite. Luca Tittoto avrebbe un materiale di primordine ma molto meno raffinato e scandito rispetto ad occasioni da me ascoltate in precedenza. Wojtek Gierlach era imbarazzante per gusto e impostazione di canto. Amanda Forsythe dimostrava anche musicalità ma era forzata nell'acuto dovendo eseguire anche l'aria del III atto. Veronica Simeoni non lascia molta traccia nel piccolo ruolo ma è corretta, Celso Albelo non ha tecnica adeguata per la tremenda aria del pescatore essendo sempre ingolato e forzato, Alessandro Luciano, spesso coperto dall'orchestra, dimostrava buona musicalità e onesta esibizione.

 

 

Visto da William Fratti

guillaume florez_rebeka20 agosto 2013. L’ultimo capolavoro teatrale del genio pesarese è il titolo di punta dell’edizione 2013 del Festival, eseguito nella sua forma originale, seppur con qualche piccolo taglio, di cui ci si accorge solamente dopo attento esame. Indubbiamente la decisione di Juan Diego Florez di debuttare il temibile ruolo di Arnold è la motivazione principale che ha spinto il ROF ad allestire un titolo che, nella sua storia ultratrentennale, è stato rappresentato una sola volta. Attorno alla vocalità tenorile adatta alla parte è stato detto e scritto molto; ancora oggi si dice e si scrive molto, ma la verità, esprimendola con le parole di un celebre compositore, sta altrove: ciò che davvero importa è che un cantante si senta a suo agio con la scrittura, che la esegua bene e che faccia vivere il personaggio. Non è possibile paragonare la voce di Florez con quelle di Nourrit o Douprez, poiché di allora si possiedono solo le cronache e non certo le registrazioni. E non è nemmeno possibile paragonarla a quella di altri interpreti di cui si ha testimonianza fonica, poiché il suo strumento – e pertanto il suono che viene prodotto – è diverso da quello di altri. Certamente la voce del tenore peruviano acquisisce maggior significato e trasmette maggiori emozioni nell’interpretare altri ruoli, ma è comunque possibile affermare che il suo Arnold, in primo atto e all’inizio del secondo, spicca per eleganza e morbidezza, cui si aggiungono una buona dizione e un eccellente fraseggio nell’eloquenza patetica. Meno interessante è l’espressività eroica dal finale secondo in poi, anche se la qualità e la tecnica di canto restano di altissimo livello. Aria e cabaletta sono rese molto bene, con estrema perizia e precisione, anche se nella cadenza “Je viens vous voir pour la dernière fois” si sente un piccolissimo segno di cedimento. Riassumendo, Juan Diego Florez è sempre il fuoriclasse che il mondo intero conosce, il canto è chiaro, limpido ed estremamente corretto, ma deve sempre fare i conti con se stesso ed è innegabile che altri ruoli gli rendano maggiore giustizia ed egli renda loro un più grande onore.

guillaume florez_rebeka2Marina Rebeka è una Mathilde molto tiepida. Il suo personaggio è poco rifinito, senza nervo e molto incolore. Tale interpretazione inefficace si sposa con un’esecuzione vocale che non va oltre la correttezza, cui si aggiungono accenti poco incisivi e acuti vicini al pigolio.

Non va meglio ad Amanda Forsythe, che pur sapendo rendere un Jemmy accattivante e dimostrando una certa musicalità nel canto spianato e nella zona centrale, emette degli acuti molto pungenti, tirati e poco puliti. Ha inoltre una proiezione molto debole, perdendosi sotto il peso corale ed orchestrale nei concertati, pur possedendo una vocalità molto acuta.

guillaume finaleMorbida, omogenea nella voce ed espressiva quanto basta la Hedwige di Veronica Simeoni, anche se non riesce a spiccare.

Elegante nel timbro e raffinato nei piani, Celso Albelo mostra, come già notato in altre occasioni, una delle più belle voci tenorili degli ultimi anni, ma poco omogeneo e tendente all’urlo nel passo verso il canto forte nella zona acuta.

Simone Alberghini è adeguato nel ruolo di Melcthal, tanto nell’interpretazione quanto nel canto.

Luca Tittoto mostra il suo colore scuro con particolare efficacia e con un personaggio ben riuscito.

Meno opportuni sono invece il Walter di Simon Orfila, che si presenta con una voce che sembra quasi usurata e senescente e il Leuthold di Wojtek Gierlach, cavernoso, ma ben poco cantante. Appropriato il Rodolphe di Alessandro Luciano.

guillaume alaimoRiguardo al protagonista, Nicola Alaimo dimostra ancora una volta di essere interprete di prim’ordine e cantante di buon livello, anche se pare troppo presto per vestire i panni del mastodontico Guillaume. Questo ruolo, come tanti altri scritti per questo genere di vocalità nel repertorio rossiniano serio, necessita di uno spessore vocale, di una profondità psicologica e di una importanza drammaturgica che si possono acquisire solo con molta esperienza. Indubbiamente esistono le eccezioni che confermano la regola, ma non si tratta di questo caso. Ad ogni modo il baritono palermitano offre una prova molto positiva, soprattutto in “Sois immobile, et vers la terre”.

guillaume orfila_florez_alaimoAnche per Michele Mariotti è forse troppo presto affrontare questa partitura immensa, ma bisogna riconoscergli il merito di avere creato un certo amalgama. La direzione è purtroppo discontinua: sublime, con interessanti colori e sfumature, in alcuni punti; un poco monotona in altri. Modesta la prova dell’Orchestra del Teatro Comunale di Bologna. Eccellente è infine l’esibizione del Coro diretto da Andrea Faidutti: ben omogeneo, chiaramente preciso, esemplare anche in ambito recitativo.

guillaume orfila_florez_alaimo2Riguardo l’allestimento ideato da Graham Vick, purtroppo lascia molti dubbi, in quanto lo si trova simbolico in alcune parti e realistico in altre, col risultato di imprimere parecchia confusione. Le idee ci sono e se ne comprende l’esistenza, anche se talvolta ne sfugge l’intero significato, accessibile ai più solo in parte. Sicuramente le scene spoglie di Paul Brown, considerata la lunghezza del grand-opéra, l’assenza dei sovra titoli e il fatto che tale capolavoro non appartenga al grande repertorio, non aiuta buona parte del pubblico. Meglio i costumi, sempre di Brown e il progetto luci di Giuseppe Di Iorio. Validissime le coreografie di Ron Howell e bravissimi i danzatori, anche se il pubblico è decisamente indignato, prima per i movimenti apparentemente avulsi dalla scena, poi per la violenza con cui è espresso il volere di dominio sulle genti elvetiche.

Locandina

ROSSINI OPERA FESTIVAL  XXXIV Edizione - Adriatic Arena
GUILLAUME TELL
Opérain quattro atti 
Libretto di Etienne De Jouy e Hippolyte Bis
Musica di Gioachino Rossini
Edizione critica della Fondazione Rossini, in collaborazione con Casa Ricordi a cura di M. Elizabeth C. Bartlet
Personaggi: Interpreti:
Guillaume Tell Nicola Alaimo
Arnold Melcthal Juan Diego Florez
Walter Furst Simon Orfila
Melcthal Simone Alberghini
Jemmy Amanda Forsythe
Gesler Luca Tittoto
Rodolphe Alessandro Luciano
Roudi, pecheur Celso Albelo
Leuthold/un Chasseur Wojtek Gierlach
Mathilde Marina Rebeka
Hedwige Veronica Simeoni

Tersicorei:

Martin Angiuli, Marco Argentina, Matteo Ceccarelli, Andrea Dionisi, Maxime Freixas, Mariangela Massarelli, Paolo Roberto Pagone, Rachele Petrini, Giulio petrucci, Andrea Rampazzo, Simone Rampin, Maria Eugenia Rivas

 

Orchestra e Coro del Teatro Comunale di Bologna

Direttore Michele Mariotti
M.o del coro Andrea Faidutti
Regia Graham Vick

Scene e costumi

Paul Brown

Coreografie

Ron Howell

Progetto luci 

Giuseppe Di Iorio

  
Nuovo allestimento in coproduzione con la Fondazione Teatro Regio di Torino e in collaborazione con la Fondazione Teatro Comunale di Bologna

 

FOTO di Amati Bacciarti

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