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Pesaro, 9 agosto 2011 (prova generale). Il secondo titolo del Rof 2011 è Mosè in Egitto che fu rappresentato in prima assoluta al Teatro San Carlo di Napoli il 5 marzo 1818.

Lukas Franceschini

Anche in questo caso il Festival produce un nuovo spettacolo su una nuova revisione critica curata da Charles S. Brauner. E’ necessario fare un po’ di chiarezza su questa nuova versione critica la quale è semplicemente un pasticcio di varie versioni dell’opera e che sia avvallata da un Festival come il Rof lascia spazio a molte perplessità. Dopo la prima del 1818, l’opera fu ripresa sempre a Napoli nel 1819 con un terzo atto profondamente riveduto e con l’introduzione della celebre preghiera “Dal tuo stellato soglio”. Inoltre, come citato in locandina, non si tratta di un’opera seria bensì di un’azione tragico-sacra, Rossini nelle lettere addirittura citava “oratorio”, il quale stando alle leggi del tempo era possibile rapporesentare nel periodo di Quaresima. E’ curioso che non sia eseguita l’aria di Amaltea “La pace mia smarrita”, presa di sana pianta da Ciro in Babilonia, ma inserita nell’opera alla prima nel 1818 per la celebre Fredericke Funk, poi in seguito eliminata quando non cantava la stessa. L’aria del Faraone “Cade dal ciglio il velo” fu composta per una ripresa del 1820, inizialmente il personaggio canta un'altra aria scritta dall’amico e collaboratore di Rossini Michele Carafa. L’aria di Mosè “Tu di ceppi m’aggravi la mano” non fu scritta da Rossini e pertanto eliminata, anche se tutte le arie sono presenti nel libretto di sala e nello schema musicale dell’opera. Insomma un pasticcio, o meglio, un accomodamento alla meglio mescolando differenti edizioni ed eliminando arie a piacimento. Inoltre in una differente edizione critica carata dallo stesso Charles Brauner e Patricia Brauner l’aria di Mosè sopra citata è sostituita da un’altra aria “Dal Re dei Regi”. Tuttavia questa produzione passerà, concedetemi il termine, “alla storia” non per questioni filologiche ma per uno spettacolo dei più bizzarri che si siano rappresentati al Rof, ideatore regista è Graham Vick scene e costumi di Stuart Nunn. Vick è uno dei registi più interessanti nel panorama lirico internazionale e i suoi spettacoli, seppur non di tradizione, hanno sempre avuto un coefficiente d’inventiva e linea interpretativa di altissimo lignaggio. Purtroppo non in quest’occasione! Vick peraltro non è mai banale, tutt’altro, egli coinvolge anche in una drammaturgia non condivisibile, perché nulla è dato al caso bensì altamente ragionato e sviluppato secondo una linea interpretativa molto personale. Lasciamo dunque da parte tutto quanto nel nostro immaginario collettivo rappresenta la vicenda biblica di Mosè, pertanto anche il concetto che quest’opera è un’azione tragica-sacra, ed avventuriamoci in una nuova “interpretazione” delle celebri vicende. Il comune denominatore della produzione è un inno contro tutti fondamentalisti religiosi, pertanto non ci sono i “buoni & cattivi”, ma sia gli ebrei sia gli egiziani sono presi di mira per la loro integerrimamos_rof_2ortodossia. L’azione è spostata ai giorni nostri: la scena fissa prevede un palazzo imperiale sventrato dai bombardamenti, ai lati la deprimente periferia ove risiedono gli ebrei. Si ha un vero sussulto quando appare Mosè: identico a Bin Laden con tanto di barba, tipico copricapo e giubbotto mimetico. Al terzo atto quando intona la preghiera, alza il mitra al cielo! La piaga della pioggia di fuoco è realizzata con una schiera di kamikaze il cui esplosivo indossato lampeggia di rosso. Il coro è talvolta un gruppo di teste di cuoio che irrompono in platea puntando le armi contro gli spettatori, e questo in particolare mi ha molto disturbato perché pur sapendo che era finzione non è gradevole, anzi piuttosto irritante, vedersi puntare in faccia un mitra. Le vicende di Mosè implorante il suo Dio perché infligga le piaghe contro l'intero popolo egiziano diventa, in parte, così parabola dell’intercessione di una divinità a scopi politici e di potere, e il parallelismo tra gli ebrei e i palestinesi di oggi, da perseguitati a oppressori è alquanto arbitrario. Vick non tralascia anche altre angherie umane, i riferimenti a Guantanamo sono espliciti quando compaiono i prigionieri ebrei tenuti al guinzaglio, oppure ai primogeniti che soffocano con i gas, il riferimento è chiaro a quanto accaduto in Cecenia. Analizzato da questo punto di vista, il racconto è anche avvincente, e tutto sommato coerente, solo che stavolta il regista inglese ha calcato troppo la mano, uscendo a mio avviso dal binario iniziale: che cosa dovrebbe essere la rappresentazione tragica-sacra. Il messaggio è passato, sicuramente, ed è anche un messaggio forte e soprattutto in parte condivisibile, ma non sempre applicabile al teatro d’opera. Dove invece mi aspettavo un gran colpo di teatro, cioè il mitico passaggio del Mar Rosso, la delusione è forte nel vedere che è risolta con l’abbassamento di una parte del muro (Gaza) e l’arrivo del carro armato americano. Non posso negare la commozione nella scena finale quando il soldato sceso dal mezzo dona la barretta di cioccolato al bimbo sopravvissuto il quale indossa un ordigno kamikaze, forse nella speranza di un’effimera pacificazione. Tuttavia quello di Vick è uno spettacolo che fa riflettere, ragionare, pur non essendo agli antipodi di quanto espresse in partitura. Alla generale cui ho assistito molti applausi al regista con qualche isolata contestazione. Addirittura si legge che dopo la prima un deputato ha chiesto un’interrogazione parlamentare su quest’allestimento: a me pare che la nostra classe politica in questo periodo abbia altre cose cui occuparsi!  Passando sul versante musicale ho trovato la bacchetta di Roberto Abbado molto espressiva e ben stilizzata. Non raggiunge vertici come nell’Ermione, ma sicuramente la sua è una lettura che da notevole risalto all’aspetto sinfonico dell’opera e seppur con qualche rallentato di troppo riesce a collimare un ottimo lavoro tra orchestra e palcoscenico, prodigandosi in tempi e narrazione molto apprezzabili. Il versante canoro invece dimostra come oggi sia difficile se non arduo mettere assieme un cast degno di un Festival quale il Rof.mos_rof_3 Mosè è tra le poche opere serie di Rossini che non sono cadute nell’oblio grazie alla presenza di bassi autorevoli che si sono cimentati nel ruolo protagonista e tanto per citarne alcuni De Angelis, Pasero, Rossi-Lemeni, Ghiurov, Raimondi, Ramey. Pertanto la presenza di Riccardo Zanellato è del tutto impropria tolto il fisique du rôle. Già dalla sua entrata con un recitativo si evince che manca lo spessore vocale appropriato, di legato, di arcata sonora e di aulica e nobile impostazione cui vanno ad aggiungersi appariscenti falle tecniche nel settore acuto. E’ vero che privato della sua aria il personaggio è molto ridimensionato, ma che senso ha allestire un Mosè quando manca il protagonista? Gli fa da contraltare in tutti i sensi, il Faraone di Alex Esposito, il quale basso non è, ma un gusto appropriato, un recitativo curatissimo e una certa propensione al canto nobile determinano l’unico vero cantante di tutta la compagnia. Sonia Ganassi ha da qualche tempo inserito nel suo repertorio i cosiddetti ruoli “Colbran” ma in quest’occasione vuoi per stanchezza o per poca sensibilità non abbiamo avuto risultati come nelle precedenti occasioni. L’unica cosa a suo favore è un fraseggio nel recitativo molto curato, ma vocalmente ci sono state lacune sia nel settore acuto, sovente strillato, sia nel grave, forzato e di petto. Le cosiddette scale ascendenti sono raffazzonate e farfugliate e la zona centrale che risulta spesso afona. Manca inoltre nella grande aria che conclude l’atto II di una precisa linea di canto ora patetica ora virtuosa, con accenti appropriati da vera primadonna. Speriamo sia solo un momento di affaticamento. Osiride è un personaggio portante dell’opera e dovrebbe avere nel suo arco frecce saldissime nel settore acuto d’agilità ma anche robustezza armoniosa nei duetti. Dmitry Korchak ha solo buona volontà, ma è spesso forzato in altro e ha poca melodia. Il limitato spessore di Yihe Shi, Aronne, scivola su un ruolo che nel recitativo dovrebbe trovare terreno fertile se avesse un timbro più rotondo e musicale. Altro enigma pesarese è la presenza di Olga Senderskaya nel ruolo di Amaltea la quale con voce esilissima e stile approssimativo ridicolizza il personaggio, non mi è dato sapere se per tali motivi la sua aria, peraltro bellissima, è stata soppressa. Senza traccia il Mambre di Enea Scala, che comunque avevo sentito con maggior entusiasmo in altri ruoli, mentre Chiara Amarù si disimpegna in una professionale Amenofi.

William Fratti

mose_zanellato_ganassiPesaro, 17 agosto 2011. Mosè in Egitto, assieme all’edizione francese Moïse et Pharaon, è indiscutibilmente un’eccellente partitura, fortunatamente mai scomparsa dal repertorio dei grandi teatri, anche se poco spesso rappresentata. I momenti corali più intensi, come l’introduzione e il quintetto, il Coro e l’aria di Elcia nel finale secondo, o la preghiera dell’ultimo atto, lasciano chiaramente intendere il carattere tragico di questo Rossini, che stilisticamente si muove verso una grandeur sempre più accentuata, arrivando infine alla grand-opéra con quello che sarà il suo ultimo capolavoro teatrale.Il Rossini Opera Festival affida a Graham Vick la messinscena dell’azione tragico sacra, che si esprime attraverso una nuova produzione dalle tinte particolarmente forti, con una trasposizione temporale attualissima e che ha lasciato sconvolto gran parte del pubblico, dove lo smarrimento è più che legittimo, mentre inadeguate sono le contestazioni, soprattutto se riferite ad un lavoro svolto così bene, accurato, minuziosamente studiato, con delle idee ben seguite e filologicamente corretto, nonostante lo spostamento temporale di tremilacinquecento anni. mos_rof_1Così per Graham Vick la tirannide egizia e la schiavitù ebraica si trasformano in fondamentalismo religioso e scena e vicenda sono cosparse di simboli e di fatti riconducibili al terrorismo islamico, agli attacchi israeliani, all’Afganistan, all’Iraq, alla Cecenia, a Guantanamo, a Gaza. È il terribile gioco degli oppressi e degli oppressori, delle vittime che si trasformano in carnefici. Le scene e i costumi di Stuart Nunn, nonché le luci di Giuseppe di Iorio, coadiuvano alla perfezione il grande lavoro del regista inglese, fino ad arrivare alla caduta del muro, che sostituisce l’apertura delle acque del Mar Rosso.
Riccardo Zanellato debutta al ROF nel ruolo del protagonista, corretto nel canto e nell’interpretazione, ma non eccelle, mancando in parte dell’elasticità indispensabile per il repertorio rossiniano e dell’autorevolezza richiesta dal personaggio.
Sonia Ganassi è invece la vera protagonista dell’opera e nella parte di Elcia dona un valore aggiunto anche a quest’altro ruolo “Colbran”, eccellendo tecnicamente e dando un’interpretazione tanto intensa quanto realistica. mos_rof_2La voce è rotonda e piena, soprattutto nei centri e nei piacevolissimi gravi, talvolta purtroppo un po’ tirata negli acuti, evidentemente stanca, soprattutto durante il duetto con Osiride “Parlar, spiegar non posso”. Al termine della splendida aria “Porgi la destra amata” e della recita, gli spettatori la salutano con una vera e propria ovazione.
Lo stesso vale per Alex Esposito, alla sua quinta partecipazione al ROF. Il basso bergamasco ha una voce dotata di duttilità ed estensione e grazie ad una tecnica particolarmente importante può essere considerato un riferimento per il repertorio del belcanto. Il fraseggio è particolarmente espressivo, ottimi il recitativo, il canto spianato e quello d'agilità, l’interpretazione è sempre molto intensa ed emozionante e il personaggio di Faraone è reso con la giusta autorità e una buona carica passionale, soprattutto durante la cadenza dell’aria “Cade dal ciglio il velo”.
Al suo fianco è l’Amaltea di Olga Senderskaya, troppo giovane per possedere il giusto spessore richiesto dal ruolo, anche se riesce a mostrare alcune qualità che col tempo possono crescere.
mose_finaleDmitry Korchak veste i panni di Osiride con intensità e calore e dispiega le pagine dedicate al suo personaggio con le giuste abilità proprie della parte, anche se in taluni punti è chiaramente in difficoltà, soprattutto nelle zone più basse.
Yijie Shi è un Aronne sempre preciso nella tecnica, dotato di voce chiara e morbida, ben proiettata ed impostata. Nonostante il ruolo non preveda arie e duetti, il tenore cinese sa farsi notare anche per raffinatezza ed è accolto molto calorosamente da tutto il pubblico.
Il bravo Enea Scala, nella parte di Mambre, ha purtroppo poco spazio per mostrare le sue qualità, che comunque vengono percepite e giustamente accolte. Lo stesso vale per Chiara Amarù nel ruolo di Amenofi.
Roberto Abbado forse non rispetta rigidamente i canoni rossiniani, ma è direttore abile, puntuale e preciso e il risultato raggiunto è certamente molto alto. Probabilmente alcuni colori sono più romantici e passionali di quanto non dovrebbero essere, ma l’effetto ottenuto è più che positivo, emozionante nei grandi concertati del finale primo “All’etra, al ciel” e del finale secondo durante la cabaletta “È spento il caro bene”, toccante nel quintetto “Celeste man placata” e nel quartetto “Quale assalto! Qual cimento”, celestiale nella preghiera finale “Dal tuo stellato soglio”.

Locandina

Rossini Opera Festival, 2011 - XXXII Edizione
MOSE' IN EGITTO
Azione tragico-sacra su libretto di Andrea Leone Tottola
Muisca di Gioachino Rossini
Edizione critica della Fondazione Rossini in collaborazione con Casa Ricordi a cura di Charles S. Brauner

Personaggi: Interpreti:
Faraone Alex Esposito
Amltea Olga Senderskaya
Osiride Dmitry Korchak
Elcia Sonia Ganassi
Mambre Enea Scala
Mosè Riccardo Zanellato
Aronne Yijie Shi
Amenofi Chiara Amarù
Orchestra e Coro del Teatro Comunale di Bologna
Direttore Roberto Abbado
M.o del coro Lorenzo Fratini
Regia Graham Vick
Scene e costumi Stuart Nunn
Prrogetto luci Giuseppe Di Iorio
  
Nuovo allestimento

FOTO STUDIO AMATI BACCIARDI

 

FOTO  fornite dall'Ufficio Stampa del Rof

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