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Reims_castBusseto, 13 novembre 2010. Il viaggio a Reims, indiscusso capolavoro rossiniano riscoperto soltanto negli anni ’80 grazie al contributo della Fondazione Rossini, del Rossini Opera Festival, dei professionisti e degli artisti collaboratori del grandioso progetto, approda sul verdianissimo palcoscenico bussetano con l’allestimento della Fondazione Arturo Toscanini creato per il Teatro Municipale di Piacenza da Rosetta Cucchi, con scene di Tiziano Santi e costumi di Claudia Pernigotti. La cantata scenica, ideata dal genio pesarese in occasione dell’incoronazione di Carlo X a Re di Francia, è forse la sua composizione più avveniristica, con schemi e stili ancora legati alla tradizione, ma con un uso più moderno dei colori e della messa in musica della drammaturgia. L’opera si avvale di dieci protagonisti impiegati in difficili e considerevolmente impegnativi numeri musicali, che solo una buona preparazione tecnica può contribuire a risolvere in maniera corretta e non approssimativa. Il lavoro svolto a Piacenza, nell’ambito del Progetto Lirica Junior del 2009, ha portato a selezionare alcuni giovani e talentuosi interpreti e taluni di loro oggi stanno conducendo un’interessante carriera internazionale.
Reims_cast2Lo spettacolo di Rosetta Cucchi, chiaramente modesto per limite di risorse economiche, traspone la scena in una casa di cura psichiatrica, dove gli eccentrici personaggi, amabilmente costruiti e perfettamente cuciti addosso ai solisti, possono dare sfogo alle loro follie. L’idea è ben realizzata e riesce a raggiungere immediatamente due scopi chiaramente importanti: nell’avvicinare un pubblico giovane – numerosamente intervenuto in sala – e nello slegare l’opera dal difficile contesto storico dei festeggiamenti per l’incoronazione di Carlo X.
La Maddalena di Bettina Block – caposala della casa di cura – apre la cantata con buona e divertente presenza scenica, ma la proiezione della voce, soprattutto nei virtuosismi rossiniani, è pressoché ai minimi termini. La pagina introduttiva prosegue con un poco intonato Diego Arturo Manto, nei panni di Don Prudenzio – medico psichiatra – alle prese con la preparazione dei medicinali per gli assistiti.
Enrica Fabbri, annunciata indisposta prima dell’apertura del sipario, è una Madama Cortese – proprietaria della casa di cura – giustamente aggressiva, il cui personaggio è condotto a un limite tale da diventare uno dei più buffi. Purtroppo il malessere la costringe a tagliare la bellissima aria “Di vaghi raggi adorno” e ad eseguire in maniera scarsa la cabaletta “Or state attenti, badate bene”. Meglio interpretati sono i successivi concertati, in quanto l’intonazione e la linea di canto del soprano sono tecnicamente corrette, mentre le sbavature causate dall’indisposizione sono chiaramente coperte.
Reims_BakanovaElena Bakanova è una Contessa di Folleville in possesso di belle agilità e di una voce limpida e brillante. Le colorature sono ben eseguite, come pure le frasi più liriche, in “Partir, o ciel! desio” e il fraseggio gode di sfumature adeguatamente espressive.
Il successivo sestetto, particolarmente arduo dal punto di vista tecnico, mette in mostra le abilità dei baritoni Salvatore Selvaggio e Marco Filippo Romano nei panni del Barone Trombonok e di Don Profondo, nonché del mezzosoprano Silvia Beltrami e del tenore Enrico Iviglia nei ruoli della Marchesa Melibea e del Conte di Libenskof. Completano il pezzo d’assieme Enrica Fabbri e il baritono Davide Bartolucci nelle vesta di Don Alvaro. L’attacco di “Arpa gentil” della Corinna di Natalia Lemercier Miretti – una buffissima figlia dei fiori dedita alla meditazione – non è dei più puliti, ma la ripresa è fortunatamente repentina e il soprano si prodiga nei suoi migliori filati, con un canto raffinato ed elegante affiancato ad un personaggio davvero divertente.
Segue l’interessante assolo in costume del lamento d’amore di Lord Sidney per Corinna ad opera del talentuoso flauto di Sandu Nagy, che introduce Graziano Dallavalle nell’aria “Ah! perché la conobbi?... Invan strappar dal core”, ben eseguita nel cantabile. Il bass-baritone piacentino è però leggermente in difficoltà durante la cabaletta, non tanto per le agilità, quanto per la tessitura acuta, che poi lo costringe a passare rapidamente al grave e le note basse risultano essere poco corpose.
Nel duetto tra Corinna e il Cavalier Belfiore, il tenore Alessandro Luciano interpreta il donnaiolo francese con voce piena e buona intonazione.
Reims_Romano_SelvaggioMarco Filippo Romano, che sta facendo di Don Profondo uno dei suoi ruoli d’elezione, si cimenta in “Medaglie incomparabili” con vocalità limpida e brillante, riuscendo a piegarla nell’imitazione degli accenti europei e nel motteggiare i compagni di viaggio, senza cadere in inutili gigionerie e senza venire a discapito del canto. Il baritono nisseno è talmente partecipe nell’interpretazione del personaggio e nella ricca gestualità che lo porta a correre da una parte all’altra del palcoscenico, che arriva al termine della celebre aria col fiato corto, ma la sua bravura pareggia, anzi supera, l’eccesso di zelo.
Il gran pezzo concertato a quattordici voci è una pagina musicale di altissimo livello, chiaramente complessa nell’esecuzione, ma gli interpreti guidati dalla bacchetta di Aldo Sisillo la risolvono con la dovuta cura.
Reims_Beltrami_IvigliaEnrico Iviglia – nella sua uniforme russa – attacca “Di che son reo?” con una luminosità già mostrata nelle pagine precedenti, e nel duetto con la Marchesa Melibea rivela un registro acuto ben condotto ed appoggiato e una preparazione tecnica assolutamente degna di nota. L’esibizione non è completamente priva di sbavature, ma che possono essere dimenticate se si tiene conto della difficoltà del ruolo, che il tenore astigiano sa arricchire di deliziosi colori e raffinati pianissimi, soprattutto in “Ah! no, giammai quest’anima”. Silvia Beltrami – alle prese con il suo immaginario cagnolino – lo affianca con una vocalità piena e morbida, omogenea nella linea di canto e tecnicamente precisa, soprattutto nella successiva polacca, breve, ma decisamente ardua.
Nella conclusiva scena dei brindisi, Salvatore Selvaggio dimostra di possedere un bell’acuto, ma è leggermente in difficoltà nel grave. I compagni lo affiancano intonando ognuno il proprio inno, esibendo le medesime caratteristiche vocali del corso dell’opera.
Aldo Sisillo dirige con polso l’Orchestra Regionale dell’Emilia Romagna. Al termine dello spettacolo il pubblico accoglie tutti gli interpreti con lunghi, scroscianti e meritati applausi.

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FOTO GENTILMENTE CONCESSE DA FONDAZIONE ARTURO TOSCANINI, SILVIA BELTRAMI, ENRICO IVIGLIA

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