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tam 1Alla Scala torna in scena il repertorio barocco. Con piacere si riscoprono capolavori dell’opera sei-settecentesca che mancano da decenni nella sala del Piermanirini, o addirittura non sono mai stati rappresentati. E’ il caso di Tamerlano di Georg Friedrich Händel, proposto in coda alla stagione 2017-2018.


Visto da Lukas Franceschini

 

MIlano, 27 settembre 2017. Opera seria in tre atti fu composta per la compagnia teatrale Royal Academy of Music di Londra, libretto in italiano di Nicola tam 2Francesco Haym, tratto da Il Tamerlano di Agostino Piovene insieme ad un altro libretto intitolato Bajazet sulla falsariga del Tamerlan, ou La Mort de Bajazet di Nicolas Pradon. Trattasi di una delle opere più importanti di Händel, il quale la scrisse nel brevissimo arco di venti giorni nel luglio del 1724, il compositore nello stesso anno creò anche capolavori come Giulio Cesare e Rodelinda. Il ruolo di Bajazet, che a dispetto del titolo è il vero protagonista, fu uno dei più grandi ruoli per tenore in tutta l'opera lirica settecentesca, anzi fu il primo grande ruolo per un tenore in un'opera e Händel ebbe un intuito assoluto nel delineare il personaggio. L’opera è contrassegnata da un tono fosco e notevolmente tragico, culmina con il suicidio finale di Bajzet e anche il coro rappacificatore finale non cambia l’accento generale dello spartito.
Nella drammaturgia di Tamerlano è peculiare la capacità di sviluppare lo scavo psicologico dei personaggi, sia per il peso politico che rappresentano sia, con maggiore incisività, per i legami affettivi fra loro. Tamerlano fu un imperatore tartaro che nel ‘400 sconfisse il sultano ottomano Bajazet, che tiene prigioniero nel tam 3suo palazzo. Il tartaro che avrebbe dovuto sposare Irene, s’innamora di Asteria, figlia del prigioniero, la quale era già promessa sposa del principe Andronico. Dopo congiure fallite per eliminare Tamerlano, sarà il sacrificio di Bajazet a riportare una temporanea pace, con la rinuncia di Tamerlano alla figlia di questi, che potrà sposare l’amato, il ricongiungimento di Irene con il re Tartaro e una sorta di finale che almeno nell’immediato si presenta lieto.
Molto bello e particolare lo spettacolo creato da Davide Livermore (debuttante alla Scala), autore anche delle scene in tandem con Giò Forma, con i costumi di Marianna Fracasso, le luci di Antonio Castro e i video di Videomakers D-Wok.
Doveroso fare una precisazione, prendendo spunto dalle note di regia e focalizzando i temi e gli sviluppi che hanno ispirato il regista. Giustamente egli afferma che le vicende di re, imperatori, che sono citati nelle opere, soprattutto quelle del periodo barocco, hanno avuto un trattamento drammaturgico che quasi nulla aveva a che fare con precisi fondamenti storici. Si usavano le loro vicende umane, vere o raccontate dalla tradizione, per creare teatro. In effetti, anche Händel e il pubblico del King’s Theatre non avevano per nulla interesse delle cronache del conflitto tartaro-ottomano. A loro interessava l’animo umano svelato e messo in scena, il tam 4pianto e il riso, e per tale intento si creavano spostamenti temporali, artifici drammaturgici, e “meravigliosa” finzione. Non possiamo che essere d’accordo, aggiungendo che al pubblico londinese interessavano soprattutto le prodezze vocali di Francesco Borosini (primo Bjazet), i castrati Andrea Pacini (Tamerlano) e Francesco Bernardi detto il Senesino (Andronico), il soprano Francesca Cuzzoni (Asteria) e il contralto Anna Vincenza Dotti (Irene).
Pertanto l’allestimento di Tamerlano che abbiamo visto alla Scala non era ambientato nel ‘400 bensì ai tempi della Rivoluzione Russa del 1917, e questo spostamento storico è un modo tipico dell’opera settecentesca, muovendo l’azione si muove l’anima degli interpreti. A perorare l’idea di Livermore dobbiamo considerare che nell’opera vi son tre dittatori con specificità diverse. Bajazet è un monarca che perde il potere prima che si alzi il sipario ed è accomunabile all’imprigionato Zar Nicola II dopo la rivoluzione. Andronico è un idealista, amato e riamato dalla figlia del suo sconfitto, e lui stesso è sempre in collisione con i propri sentimenti, lo potremo accostare a Lenin (o forse anche a Trotskij). Tamerlano è classico dittatore spietato, talvolta violento e demenziale, tam 5ovvio che la figura di riferimento sia Stalin. Leone, personaggio minore, ha le sembianze di Rasputin. Livermore è anche un cinefilo e seguendo questa chiave di lettura non poteva che non ispirarsi a Sergej Ejzenstein, il maestro russo che ha raccontato quel periodo della storia russa con maggior incisività attraverso l’arte cinematografica.
E’ indubbio che una tale lettura potrà far storcere il naso ai “puristi”, i quali avrebbero preferito una regia più tradizionale. Invece abbiamo assistito a uno spettacolo molto affascinante, di grande effetto teatrale e perfettamente pertinente con la drammaturgia raccontata.
Saranno i sentimenti, fulcro dell’opera handeliana, il comune denominatore della lettura di Livermore che li accenta con sviluppi magnifici incastrando coerentemente tutti gli innesti emozionali che essa contiene. La scena è bellissima e sontuosa, nel caso del primo atto impressionante, come quel treno transiberiano che fermo sul palcoscenico, adombrato da nebbia, ci ricorda non solo altri film più recenti ma l’enfasi storica di quel periodo. E poi il grande palazzo con maestosa scalinata nel secondo atto, devastato dalla rivoluzione, che ricorda la reggia d’Inverno degli zar. Non meno efficaci i costumi, bellissimi quelli femminili con stole di pelliccia e grande taglio sartoriale; più convenzionali quelli maschili, divise d’epoca ma adeguatamente stilizzate storicamente. Infine, ma non per ultimo, il disegno video, che crea un effetto estetico, non di contorno ma di rilevante impatto, nell’immaginario collettivo di quella Russia d’inizio secolo. In tale visione così ben realizzata è impressionante, anzi sussiste per ciò, il lavoro del regista poiché la caratterizzazione, la traccia caratteriale e lo sviluppo della tam 6drammaturgia sulle vicende intime dei protagonisti è di alto teatro ‘espressione e recitazione.
Dopo l’ottima prova nella scorsa stagione, il podio era di ben diritto per Diego Fasolis, e bene ha fatto la Scala a riconfermalo. A capo di un complesso composto dall’Orchestra del Teatro alla Scala su strumenti storici e “I Barocchisti” della Radiotelevisione Svizzera Italiana, l’esecuzione si distingue per accuratezza d’equilibrio, rigorosamente filologico, suono quasi immacolato. Il direttore segue una prassi esecutiva moderna ma di ampio respiro e straordinaria drammaticità, con sapiente resa teatrale e stile rappresentativo.
Nel cast i trionfatori sono i due controtenori Bejun Mehta, Tamerlano, e Franco Fagioli, Andronico. Cantanti con caratteristiche vocali dissimili, i quali esaltano per bravura tecnica, stile e precisione. Mehta si cimenta in ruolo molto virtuosistico non mancando il bersaglio, con fulgida voce e timbro seducente cui si somma una personalità teatrale davvero emozionante. Fagioli, cui è riservata la parte composta per il Senesino, sbaraglia tutte le insidie dello spartito con una tecnica tam 7sbalorditiva, piegando una voce, anche per lui molto seducente, sia in momenti di grande seduzione e stampo melanconico, sia nel canto d’agilità, nel quale sfodera trilli mirabili, passa dall’acuto al grave con facilità, facendoci capire il suo vero talento che non conosce insidie in questo difficile ruolo.
Maria Grazia Schiava è stata un’Asteria molto delicata, la quale trova un terreno fertile nelle grandi arie elegiache, con un gusto molto pertinente attraverso una voce bella e sfavillante, anche se il registro acuto spesso era limitato o leggermente forzato.
Marianne Crebassa, disegna un’Irene di alto spessore dramamtico-teatrale. La voce, più di soprano che mezzosoprano, si adatta a un fraseggio eloquente con appropriate sfumature.
Christian Senn, Leone, è vocalmente spigliato, vigoroso e musicale, pur non possedendo un registro grave appropriato al ruolo.
Infine, ma non per ultimo Placido Domingo che interpretava Bajazet. Molti hanno rilevato che il cantante ritorna ora al registro di tenore, aspetto ridicolo poiché non l’ha mai abbandonato, egli ha cantato con la sua voce tenorile ruoli scritti per baritono, ma non è mai stato o è un baritono. Si resta impressionati per la grande volontà e la misura di professionalità espressa dal cantante nel cimentarsi in ruolo che neppure durante la primavera della sua carriera sarebbe stato del tutto appropriato alle sue corde. Considerata anche l’età, non si può che rimanere ammirati da tanta energia e ricerca di stile. I risultati però sono limitati. Impensabile che la sua voce, che oggi denota un naturale deterioramento, possa piegarsi alle esigenze del canto barocco, il recitativo pur essendo molto ben scandito è sovente monotono e scarso di colore. Nella prima parte dell’opera trova anche accenti pertinenti, ma risulta sempre un po’in affanno e la pesantezza del ruolo si fa sentire. Arrivato al terzo atto, riesce con strabiliante teatralità a interpretare con tragicità molto espressiva la scena della morte con ferma voce (anzi mai oscillante in tutta l’opera) ed emotivamente teatrale. E qui il Domingo sfodera le frecce che ancora può permettersi, il carisma dell’artista. Ciò che non può tam 12invece permetterzsi nell’aria di forza precedente dove cade clamorosamente.
Nel corso dell’esecuzione, peraltro di grande pregio e stile, due sono stati i momenti memorabili: l’esecuzione dei duetti “Vivo in te” (Asteria-Andronico) e “Coronata di gigli e di rose” (Tamerlano-Andronico), un chiaro esempio di trionfo di belcanto.
Teatro quasi esaurito, cosa in parte eccezionale per un’opera barocca, ma il genere da qualche tempo è sempre più apprezzato anche in Italia. Applausi convinti a ogni aria, i quali si sono trasformati in ovazione al termine per tutti gli interpreti.

©

 

Visto da William Fratti

 

tam 8Milano, 19 settembre 2017. Dopo il grande successo riscosso ne Il trionfo del tempo e del disinganno, Diego Fasolis torna alla Scala per dirigere Händel in Tamerlano, ancora una volta con i suoi collaboratori I Barocchisti della Radiotelevisione Svizzera e con i musicisti della Scala su strumenti storici.
L’opera in tre atti, su libretto di Nicola Francesco Haym, è indubbiamente uno dei capolavori del prolifico compositore tedesco, poiché non solo straripa di musica sublime, ma si basa su un libretto dalla drammaturgia intensa e significativa.
Lo spettacolo firmato da Davide Livermore è sicuramente uno dei migliori del regista torinese, certo non solo per l’accattivante trasposizione ai tempi della Rivoluzione d’Ottobre, ma soprattutto per l’attenzione ai particolari, al minuzioso lavoro sulla gestualità, al meticoloso impiego di continui movimenti e spostamenti per rendere l’azione anche durante le lunghe arie sentimentali. Alcuni passaggi tam 9sono altamente realisti, altri molto poetici – anche grazie all’aiuto dei bravissimi mimi – in un amalgama che tiene alta l’attenzione per oltre quattro ore. Letteralmente strabilianti i costumi femminili di Mariana Fracasso, pure centratissimi quelli maschili, trucco compreso. Bellissime le scene di Davide Livermore e Giò Forma, come pure i video di Videomakers D-Wok.
Diego Fasolis si riconferma eccellente direttore di questo repertorio, in particolare per lo stile e la coerenza. Soprattutto si apprezza il lavoro di taglia e cuci svolto sulle varie versioni dell’opera al fine di arrivare al miglior adattamento possibile alle esigenze degli interpreti e del nuovo allestimento.
tam 10La star americana Bejun Mehta veste con estrema disinvoltura i panni del protagonista, ruolo scritto per contralto. Il controtenore mostra una vocalità sopranile limpida e sonora che sfocia nel falsetto soltanto negli acuti più estremi, forse a causa dell’annunciato raffreddore. Ottima la resa del personaggio, soprattutto nell’accostamento Tamerlano/Stalin, da cui traspira una bonaria perfidia che pare quasi surreale.
Pure eccellente è l’argentino Franco Fagioli nella parte mezzosopranile di Andronico. Se inizialmente appare un poco modesto, a partire dal finale primo dimostra in pieno le sue capacità. Dunque non solo “Benché mi sprezzi l’idol che adoro” è pagina davvero riuscita, ma anche le successive “Cerco in vano di placare” e “Più d’una tigre altero”, dove il controtenore mette in mostra le sue grandi doti nelle tam 11colorature e l’incredibile abilità di scorrere velocemente dalle note più gravi a quelle più acute.
Buona la prova di Maria Grazia Schiavo nei panni di Asteria, molto corretta nello stile, ma forse un poco carente nell’accento drammatico.
Più puntuale nelle sfaccettature del suo personaggio è l’Irene di Marianne Crebassa, soprattutto nella riuscitissima “Par che mi nasca in seno”, aria patetica che il mezzosoprano francese rende davvero commovente.
Riuscitissimo il Leone/Rasputin di Christian Senn, in particolare nella seconda aria mutuata dalla versione del 1731.
Troppo anziano il Bajazet di Placido Domingo, che nonostante tutto riscuote un grande successo personale.

 

Locandina

TEATRO ALLA SCALA - Stagione d'Opera e Balletto, 2016-2017
TAMERLANO

Opera in tre atti

Libretto di Nicola Francesco Haym da Agostino Piovene

Musica di Gerog Friedrich Handel

Personaggi: Interpreti:
Tamerlano Bejun Mehta
Bajazet Placido Domingo
Asteria Maria Grazia Schiavo
Andronico Franco Fagioli
Irene Marianne Crebessa
Leone Christian Senn
Maestri al cembalo: Diego Fasolis, Andrea Marchiool, Paolo Spadaro

Orchestra del Teatro alla Scala su strumenti storici

I Barocchisti della RSI-Radio Televisione Svizzera Italaian

Direttore Deigo Fasolis
Regia Davide Livermore

Scene

Davide Livermore e Giò Forma

Costumi

Marianna Fracasso

Luci

Antonio Castro

Video

Videomakers D-Wok

Nuovo allestimento

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