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Pesaro, agosto 2017. Il Rossini Opera Festival Per la seconda volta nel corso della sua quasi quarantennale storia allestisce Le Siège de Corinthe nella versione francese del 1826.


Visto da Lukas Franceschini

7 agosto 2017 (prova generale). Questa tragédie lyrique è come comunemente risaputo la trasposizione francese dell'opera Maometto II, andato in scena a Napoli con scarso successo nel 1820. Quando Rossini, stabilitosi definitamente a Parigi dal 1823, ricette la commissione per un lavoro da parte dell'Opéra, non ebbe dubbi nel riutilizzare materiale precedente. In un primo momento ci fu l'intenzione di prendere di pari lo spartito di Maometto II e trasporlo in francese, in seguito ad alcuni rinvii da parte del teatro, il compositore rimaneggiò tutta l'opera. Bisogna rilevare che l'odierna versione critica curata da Damien Colas, non può basarsi sulla versione originale ascoltata nel 1826 poiché nessuna partitura autografa

siege 2completa è oggi reperibile, esistono solo alcuni frammenti sparsi conservati in biblioteche e collezioni private, e fatto ancor più inspiegabile mancano le copie per cantanti e strumentisti della copisteria del teatro. Compito di Colas è stato dunque quello di ricostruire una partitura partendo dall'edizione "Troupenas" del 1827 e sviluppando il materiale esecutivo ritrovato della versione abbreviata del 1835, facendone i debiti confronti e ricostruendo misura dopo misura e rigo musicale. Una procedura inusitata per la ricostruzione di un'edizione critica operistica. Il risultato di tale monumentale e difficoltoso lavoro è l'edizione proposta oggi al Rof 2017.
Altro aspetto non secondario è ricordare che Le Siège de Corinthe fu la prima opera in francese proposta da Rossini a Parigi, precisamente all'Academie Royale de Musique, e il fatto destava interesse sia nell'ambiente musicale francese sia nella società della capitale. Inoltre le vicende dell'opera furono trasportate a Corinto, città greca, e tale peculiarità faceva eco all'allora contemporanea Guerra d'indipendenza ellenica (1821-1830) della quale l'opinione pubblica, non solo francese, era particolarmente partecipe e appassionata. Con questi presupposti si può affermare, come anche scritto da Colas, che Le Siège de Corinthe fu una delle prime opere liriche direttamente collegate all'attualità storica.
A differenza di Maometto II, Le Siège de Corinthe (o L'assedio di Corinto, nella successiva traduzione italiana) non fu opera totalmente dimenticata, fu rappresentato fino al 1870 circa (anche se in versioni mutilate o pasticciate), in seguito vi furono alcune riprese all'inizio degli anni '50 del XX secolo e qualche esecuzione radiofonica. Si dovrà arrivare al 1969 con le celeberrime recite scaligere dirette da Schippers (protagoniste le sensazionali Beverly Sills e Marilyn Horne) per cominciare a parlare di una nuova riscoperta dell'opera. Sarà allestito anche al Matropolitan Theatre di New York per numerose rappresentazioni e fu prodotta anche un'incisione discografica in studio. Tuttavia, tali esecuzioni non possono dirsi filologiche poiché erano delle edizioni "miste" contenendo brani da Maometto II (sia nella versione napoletana sia veneziana), dall'Assedio di Corinto nella versione italiana dal francese e arie da Aureliano in Palmira e una da Pacini, quest'ultima per mettere in luce le doti della Sills (come ce ne fosse necessità). Questo solo dal punto di vista dell'edizione, perché per quanto concerne il valore musicale (Schippers) e canoro (le predette cantanti) credo non ci siano paragoni per le vette reggiunte.
La nuova produzione de Le Siège de Corinthe che ha aperto la XXXVIII edizione del Festival è stata affidata a Carlus Padrissa, del collettivo catalano La Fura dels Baus, assieme alla pittrice e videoartista Lita Cabellut. Per La Fura si tratta del debutto al Festival pesarese ed anche nel repertorio rossiniano. Purtroppo dal folgorante Ring fiorentino non abbiamo più avuto modo di parlare della Fura con toni entusiastici, e la realizzazione pesare si colloca tra le produzioni meno riuscite. Attraverso un comunicato apprendiamo, ma in parte era comprensibile, che "l’idea alla base della messinscena è la Guerra, una presenza costante nella storia dell’umanità, nel corso della quale ci si combatte continuamente per i più svariati motivi: il potere, il denaro, la terra, lo spazio. Nello spettacolo l’elemento per cui si combatte è l’acqua, simboleggiata da muri di bottiglie di plastica disseminate sulla scena. La vicenda si svolge su un terreno arido e salato, l’ambientazione è volutamente atemporale e i costumi che indossano i due popoli (Greci e Turchi) si differenziano solo per le macchie di sangue che imbrattano i costumi dei Turchi”.
Considerazioni che sulla carta possiamo condividere, meno quando si assiste al prodotto teatrale. Per simboleggiare l'acqua si utilizzano innumerevoli bottiglioni di plastica, quelli che si trovano capovolti sui dosatori automatici negli uffici. Corinto è raffigurata da pareti composte di queste bottiglie, all'occorrenza disposte in maniera diversa. Non è chiara l'idea di far circolare per la platea figuranti con le bottiglie in spalla, e quando questi raggiungono il molto ridimensionato palcoscenico, l'acqua sarà versata in ipotetiche cisterne sotterranee. E' comprensibile che l'acqua da sempre sia un elemento fondamentale per la vita sul pianeta ma non è il tema della guerra tra greci e turchi, la quale si svolge su tutt'altro terreno come dimostrato dal libretto e dalla storia. Forse l'idea di attualizzare l'opera è considerare che oggi in quelle regioni l'acqua siege 3sia elemento indispensabile mi sembra ridicolo è superfluo, semmai la notizia sarebbe lo scioglimento dei ghiacciai nella regione artica. Si sarebbe potuto attualizzare la drammaturgia nella contrapposizione tra estremismo islamico e mondo occidentale, ma presumo che anche in questo caso si sarebbe scesi nel banale. E allora perché non corrispondere un libretto e un'opera tal e quale pretenderebbero di esserlo, pur con la fantasia e in parte la bizzarra inventiva che il collettivo spagnolo da sempre ha dimostrato? Forse troppo si pretende. Lo spettacolo non lascia grande traccia per una somma d’intrinsechi significati che ognuno interpreta a modo suo dovendo ipotizzare. Non metto in dubbio il talento di Lita Cabellut ma i dieci grandi ritratti che campeggiavano prima sul palcoscenico poi per la platea chi e cosa volevano rappresentare? Di elementi scenografici non è il caso di parlarne, piuttosto impressionava il surreale palcoscenico, le calibrate luci e video designer, ma ancor più i cromatismi atemporali dei costumi, questi sì che potevano essere pertinenti. La regia di Carlus Padrissa è scarsa d’idee e soluzioni che non certo originali. Troppe scene realizzate sulla passerella, che circoscrive la buca dell'orchestra, e in platea. Ma perché non utilizzare il palcoscenico? Che, oltretutto, all'Adriatic Arena è piuttosto grande! Il continuo spostamento del coro, sempre in platea ora a destra ora sinistra, disturba poiché sulla scena nulla succede in contemporanea. Quanto ai singoli interpreti non si possono registrare particolari soluzioni, piuttosto sommaria recitazione. Infine, è parsa superflua e dozzinale la proiezione d’interi brani letterari di Lord Byron sullo schermo poiché nulla avevano in comune con l’opera di Rossini oltre ad essere di difficile lettura. Un’attenuante potrebbe essere quella che il poeta partecipò alla suddetta guerra d’indipendenza greca nell’Ottocento, ma fosse anche questa la chiave di lettura mi pare alquanto dozzinale.
Debuttava al Rof l'Orchestra Sinfonica Nazionale della Rai, in sostituzione a quella del Comunale di Bologna recentemente defilatasi, con Roberto Abbado direttore e maestro concertatore. Egli si conferma direttore di rango anche in campo rossiniano, sia per le prove precedenti, sia in quest’occasione. Abbado punta, giustamente, alla monumentalità dell'opera tenendo sempre contenuta e incisiva la sonorità. Il ritmo è incalzante, il tempo sostenuto, i colori e le dinamiche ben accentante, elementi che determinano una lettura emotiva e di forte fascino drammatico. L'orchestra asseconda a meraviglia il maestro in una lettura ove il variegato schema dell'orchestrazione è mutevole secondo i brani ma scolpisce l'epicità della partitura e il tragico evolvere degli eventi nei quali prevale il sentimento patriottico, che appassiona nella misura che un ensemble è una bacchetta possano dialogare nei colori e nelle frementi sonorità senza accensioni strabordanti com’è stato magnificamente eseguito a Pesaro.
Altra novità rilevante è stata la prova del Coro del Teatro Ventidio Basso di Ascoli Piceno, istruito da Giovanni Farina, che ha dimostrato una brillantezza d'assieme ragguardevole, assieme ad una professionalità esecutiva ammirevole per la solida tenuta è omogenea impostazione resisi concreta nella scena del terzo atto con l'invettiva di Hiéros.
Tra gli interpreti si segnala la brillante prova di Luca Pisaroni, Mahomet II, il quale attraverso una voce scura, una particolare perizia in siege 4accento e fraseggio e una buona tenuta nella coloratura, egli tratteggia significativamente il condottiero musulmano ma non è meno efficace nei brevi sprazzi romantici con la protagonista femminile.
Nino Machaidze, Pamyra, è anche professionale ma decisamente fuori parte poiché il registro acuto è molto ridimensionato rispetto a un tempo, accenti non scanditi, assenza di colori, e non emerge nei momenti di grande primadonna che la partitura le offre, in particolare la celebre preghiera, cui va sommata una dizione incomprensibile.
Sergey Romanovsky, Néoclés, potrebbe far ravvisare futuri più rosei se riuscisse a trovare una linea di canto più compatta, senza scivolare nel falsetto, e sapesse capacitarsi nel dispensare adeguatamente le energie, poiché nella grande aria del III atto era piuttosto affaticato.
Meglio l’altro tenore John Irvin, Cléomène, che trovava distinguo dal collega con una voce più baritonale, e dimostrava accenti efficaci e una linea di canto più omogenea.
Molto positiva la prova di Carlo Cigni, Hiéros, di austera e autorevole presenza scenica accomunata a un canto drammatico e incisivo soprattutto nell’invettiva finale con ottimi risultati per tenuta e robustezza di voce.
Nelle parti minori Iurii Samoilov, Omar, tratteggiava un sicuro personaggio, Xabier Anduaga era un interessante Adraste, mentre Cecilia Molinari era un’anonima Ismène per scarsa incisività canora.

 

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Visto da William Fratti

Sige bis16 agosto 2017. Negli anni in cui si stavano ultimando le edizioni critiche dell’intera opera rossiniana, ci si ponevano numerose domande in merito al futuro del ROF e della Fondazione, ma oggi si può sinceramente affermare che il loro lavoro è ancora assolutamente indispensabile.
Lo dimostra anche il titolo inaugurale dell’attuale edizione del Festival, che dopo solo diciassette anni si presenta con una nuova forma drammaturgica, più improntata al senso teatrale della tragedia che non alla spettacolarità del canto e con molta musica in più. Non c’è alcun dubbio che continuando a cercare, scavare e studiare sia possibile scoprire ancora tanta novità nell’opera del compositore pesarese.
Roberto Abbado, coadiuvato da Andrea Severi, è indubbiamente uno dei punti di forza di questa produzione, sia per la sua competenza in ambito rossiniano, sia per il lavoro svolto in passato sulla partitura di Maometto II. È un vero e proprio collante tra buca, palcoscenico e pure la platea: ogni passaggio si risolve omogeneamente, perfettamente legato a quello successivo, in un dialogo continuo con gli interpreti vocali e l’orchestra e per questo direttamente connesso con le emozioni e i sentimenti del pubblico. Il debutto a Pesaro dell’OSN è un vero successo, poiché oltre a esprimere una purezza di suono oltre ogni misura, si dimostra anche assolutamente in grado di dare vita a colori e sfumature di una certa intensità drammatica in totale sincronismo col canto.
Sige -_Pisaroni_Machaidze_trisTanta magnificenza purtroppo non la si può riscontrare nello spettacolo creato da La Fura dels Baus – l’altro grande novizio del ROF – e per vari motivi. Innanzitutto il filo conduttore che risiede nella guerra per l’acqua, se non fosse stato tanto promosso attraverso la campagna mediatica sarebbe stato ben difficile da cogliere. Un allestimento fatto di boccioni per erogatori che non vengono quasi mai toccati, non può certo risvegliare le attenzioni del pubblico. E una grande occasione persa per poter davvero raccontare questa storia è la musica delle danze, momento in cui una pantomima fatta come si deve avrebbe potuto esprimere un vero significato. E invece prima ci si è persi in un video con versi di Lord Byron – interessante durante l’ouverture, ma la seconda volta diventa ridondante e soprattutto distoglie l’attenzione dalla musica – e poi è stata eseguita una scena mimica davvero brutta e giustamente contestata dalla platea. Più azzeccato è il lavoro svolto da Carlus Padrissa sulla trama e sui sentimenti dei personaggi: centratissimo in tutto primo e terzo atto, è invece un po’ debole in secondo, dove i tormenti interiori e le tragiche decisioni prese da Mahomet e Pamyra non sono ben rese e l’azione risulta troppo lenta. Utili allo scopo i costumi di Lita Cabellut, atemporali, forse futuristici, quasi alieni. Ottime le luci di Fabio Rossi.
Molto ben riuscita anche la prova del Coro del Teatro Ventidio Basso preparato da Giovanni Farina.
Siege -_PisaroniDebuttante a Pesaro e nella parte di Mahomet, ma già interprete di Maometto e di numerosi altri ruoli rossiniani nei teatri più importanti del mondo, è Luca Pisaroni, eccellenza italiana che nel nostro Paese è ancora tutta da scoprire. La sua vocalità da bass barytone, cresciuta e perfezionata tra barocco, classicismo e belcanto, è perfetta per questo personaggio autoritario, innamorato, conflittuale, forse cedevole, sapendosi muovere con duttilità all’interno della tessitura, arricchendola di fraseggi e accenti che la rendono viva, reale e umana. Il suo timbro si impone su tutti ed è assolutamente auspicabile un suo futuro ritorno al Festival.
Il 15 agosto Luca Pisaroni si è anche cimentato in un delizioso recital, accompagnato al pianoforte dall’eccellente Giulio Zappa, interpretando diversi pezzi di Schubert col giusto timore reverenziale, emotivamente intenso, profondo e toccante; carattere intimo che poi riporta anche nell’esecuzione raffinata di alcune tra le più belle pagine di Liszt. Fraseggio eloquente, eleganza nei portamenti e gusto nell’interpretazione contraddistinguono poi il suo cantare Rossini, con alcuni pezzi provenienti da Soirée musicales e da Péchés de vieillesse.
Sige -_Machaidze_Pisaroni_Irvin_SamoilovNino Machaidze dimostra una miglior padronanza tecnica rispetto a precedenti occasioni, sia nelle colorature che qui sono meglio sgranate, sia nell’appoggio a beneficio dell’intonazione. Ma nonostante il bel timbro di sempre, la sua Pamyra risulta povera d’accenti e d’espressività – se non nel patetico – insipida nelle intenzioni drammatiche ben poco chiare, talvolta in difetto anche nel legato.
Anche Sergey Romanovsky debutta al ROF ed è una piacevolissima sorpresa. Vocalità luminosa e ben timbrata, ottima salita all’acuto con voce piena, notevole interpretazione rossiniana sotto ogni punto di vista. Oltre a vestire i panni di Néoclès, il17 agosto si cimenta in un concerto, accanto al collega John Irvin e all’eccellente Michael Spyres, dove conferma le sue doti soprattutto in termini di emissione, sicurezza e coerenza nella linea di canto, oltre a una salda discesa verso le note più basse tipiche del baritenore.
Pure John Irvin è per la prima volta a Pesaro e tanto col ruolo di Cléomène quanto con l’esecuzione del concerto del 17 agosto, mostra una grande padronanza tecnica, ma un poco povero di fraseggio e di intensità drammatica, oltre a un timbro davvero molto leggero.
Va comunque segnalato che il terzetto “Céleste providence” che vede coinvolti Nino Machaidze, Sergey Romanovsky e John Irvin è sinceramente toccante; momento in cui i tre interpreti riescono tutti a comunicare la commozione che li pervade.
Ennesima novità al ROF 2017 è Carlo Cigni, che porta in scena un Hiéros autorevole, davvero anticipatore di uno Zaccaria. L’unica pecca della sua performance è che forse risulta troppo verdiano piuttosto che rossiniano. Ma la scena della profezia è forse la pagina teatralmente meglio riuscita della serata.
Ottimi i morbidissimi acuti di Cecilia Molinari nella parte di Ismene. Buona la prova di Xabier Anduaga e Iurii Samoilov nei ruoli di Adraste e Omar.

 

 

Locandina

ROSSINI OPERA FESTIVAL  - XXXVIII Edizione
Adriatic Arena
LE SIEGE DE CORINTHE
Tragédie lyrique in tre atti
Libretto di Liugi Balocchi e Alexandre Soumet
Musica di Gioachini Rossini
Edizione critica della Fondazione Rossini in collaborazione con Casa Ricordi a cura di Damien Colas
Personaggi: Interpreti:
Mahomet II Luca Pisaroni
Cléomene John Irvin
Pamyra Nino Machaidze
Néoclès Sergey Romanovsky
Hiéros Carlo Cigni
Adraste Xabier Auduaga
Omar Iurii Samoilov
Ismène Cecilia Molinari

Orchestra Sinfonica Nazionale della Rai
Coro del Teatro Ventidio Basso

Direttore Roberto Abbado
M.o del coro Giovanni Farina
Progetto regia La Fura dels Baus
Regia e scene Carlus Padrissa

Elementi scenografici e pittorici, costumi e video

Lita Cabellut

Luci 

Fabio Rossi

  
Nuovo allestimento

 

FOTO dello Studio Amati Bacciardi

 

Negli anni in cui si stavano ultimando le edizioni critiche dell’intera opera rossiniana, ci si ponevano numerose domande in merito al futuro del ROF e della Fondazione, ma oggi si può sinceramente affermare che il loro lavoro è ancora assolutamente indispensabile.
Lo dimostra anche il titolo inaugurale dell’attuale edizione del Festival, che dopo solo diciassette anni si presenta con una nuova forma drammaturgica, più improntata al senso teatrale della tragedia che non alla spettacolarità del canto e con molta musica in più. Non c’è alcun dubbio che continuando a cercare, scavare e studiare sia possibile scoprire ancora tanta novità nell’opera del compositore pesarese.
Roberto Abbado, coadiuvato da Andrea Severi, è indubbiamente uno dei punti di forza di questa produzione, sia per la sua competenza in ambito rossiniano, sia per il lavoro svolto in passato sulla partitura di Maometto II. È un vero e proprio collante tra buca, palcoscenico e pure la platea: ogni passaggio si risolve omogeneamente, perfettamente legato a quello successivo, in un dialogo continuo con gli interpreti vocali e l’orchestra e per questo direttamente connesso con le emozioni e i sentimenti del pubblico. Il debutto a Pesaro dell’OSN è un vero successo, poiché oltre a esprimere una purezza di suono oltre ogni misura, si dimostra anche assolutamente in grado di dare vita a colori e sfumature di una certa intensità drammatica in totale sincronismo col canto.
Tanta magnificenza purtroppo non la si può riscontrare nello spettacolo creato da La Fura dels Baus – l’altro grande novizio del ROF – e per vari motivi. Innanzitutto il filo conduttore che risiede nella guerra per l’acqua, se non fosse stato tanto promosso attraverso la campagna mediatica sarebbe stato ben difficile da cogliere. Un allestimento fatto di boccioni per erogatori che non vengono quasi mai toccati, non può certo risvegliare le attenzioni del pubblico. E una grande occasione persa per poter davvero raccontare questa storia è la musica delle danze, momento in cui una pantomima fatta come si deve avrebbe potuto esprimere un vero significato. E invece prima ci si è persi in un video con versi di Lord Byron – interessante durante l’ouverture, ma la seconda volta diventa ridondante e soprattutto distoglie l’attenzione dalla musica – e poi è stata eseguita una scena mimica davvero brutta e giustamente contestata dalla platea. Più azzeccato è il lavoro svolto da Carlus Padrissa sulla trama e sui sentimenti dei personaggi: centratissimo in tutto primo e terzo atto, è invece un po’ debole in secondo, dove i tormenti interiori e le tragiche decisioni prese da Mahomet e Pamyra non sono ben rese e l’azione risulta troppo lenta. Utili allo scopo i costumi di Lita Cabellut, atemporali, forse futuristici, quasi alieni. Ottime le luci di Fabio Rossi.
Molto ben riuscita anche la prova del Coro del Teatro Ventidio Basso preparato da Giovanni Farina.
Debuttante a Pesaro e nella parte di Mahomet, ma già interprete di Maometto e di numerosi altri ruoli rossiniani nei teatri più importanti del mondo, è Luca Pisaroni, eccellenza italiana che nel nostro Paese è ancora tutta da scoprire. La sua vocalità da bass barytone, cresciuta e perfezionata tra barocco, classicismo e belcanto, è perfetta per questo personaggio autoritario, innamorato, conflittuale, forse cedevole, sapendosi muovere con duttilità all’interno della tessitura, arricchendola di fraseggi e accenti che la rendono viva, reale e umana. Il suo timbro si impone su tutti ed è assolutamente auspicabile un suo futuro ritorno al Festival.
Il 15 agosto Luca Pisaroni si è anche cimentato in un delizioso recital, accompagnato al pianoforte dall’eccellente Giulio Zappa, interpretando diversi pezzi di Schubert col giusto timore reverenziale, emotivamente intenso, profondo e toccante; carattere intimo che poi riporta anche nell’esecuzione raffinata di alcune tra le più belle pagine di Liszt. Fraseggio eloquente, eleganza nei portamenti e gusto nell’interpretazione contraddistinguono poi il suo cantare Rossini, con alcuni pezzi provenienti da Soirée musicales e da Péchés de vieillesse.
Nino Machaidze dimostra una miglior padronanza tecnica rispetto a precedenti occasioni, sia nelle colorature che qui sono meglio sgranate, sia nell’appoggio a beneficio dell’intonazione. Ma nonostante il bel timbro di sempre, la sua Pamyra risulta povera d’accenti e d’espressività – se non nel patetico – insipida nelle intenzioni drammatiche ben poco chiare, talvolta in difetto anche nel legato.
Anche Sergey Romanovsky debutta al ROF ed è una piacevolissima sorpresa. Vocalità luminosa e ben timbrata, ottima salita all’acuto con voce piena, notevole interpretazione rossiniana sotto ogni punto di vista. Oltre a vestire i panni di Néoclès, il17 agosto si cimenta in un concerto, accanto al collega John Irvin e all’eccellente Michael Spyres, dove conferma le sue doti soprattutto in termini di emissione, sicurezza e coerenza nella linea di canto, oltre a una salda discesa verso le note più basse tipiche del baritenore.
Pure John Irvin è per la prima volta a Pesaro e tanto col ruolo di Cléomène quanto con l’esecuzione del concerto del 17 agosto, mostra una grande padronanza tecnica, ma un poco povero di fraseggio e di intensità drammatica, oltre a un timbro davvero molto leggero.
Va comunque segnalato che il terzetto “Céleste providence” che vede coinvolti Nino Machaidze, Sergey Romanovsky e John Irvin è sinceramente toccante; momento in cui i tre interpreti riescono tutti a comunicare la commozione che li pervade.
Ennesima novità al ROF 2017 è Carlo Cigni, che porta in scena un Hiéros autorevole, davvero anticipatore di uno Zaccaria. L’unica pecca della sua performance è che forse risulta troppo verdiano piuttosto che rossiniano. Ma la scena della profezia è forse la pagina teatralmente meglio riuscita della serata.
Ottimi i morbidissimi acuti di Cecilia Molinari nella parte di Ismene. Buona la prova di Xabier Anduaga e Iurii Samoilov nei ruoli di Adraste e Omar.

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IL BARBIERE DI SIVIGLIA Rovigo, 5 novembre 2017. La 202ª Stagione Lirica al Teatro Sociale è stata inaugurata...
IL TROVATORE Padova, 27 ottobre 2017. Inaugurata la Stagione Lirica al Teatro Comunale “G. Verdi”...
LA RONDINE Firenze, 22 ottobre 2017. Per la prima volta a Firenze è andata in scena l’opera La...
DER FREISCHUTZ Milano, 20 ottobre 2017. Dopo quasi vent’anni torna nella sala del Piermarini Der...
DON GIOVANNI Venezia, 19 ottobre 2017. L'opera Don Giovanni di Wolfgang Amadeus Mozart, nella...
TRISTAN UND ISOLDE Torino, 15 Ottobre 2017. Il capolavoro di Richard Wagner "Tristano e Isotta"...
JÉRUSALEM Parma, ottobre 2017. L’edizione critica di Jérusalem, rifacimento francese de I...
FRA DIAVOLO Roma, 8 ottobre 2017. A distanza di quasi un secolo e mezzo è tornato nella Capitale...
STIFFELIO Parma, 6 ottobre 2017. Strepitoso allestimento di Stiffelio al Verdi Festival ideato...
FALSTAFF Parma, 5 ottobre 2017. Il Festival Verdi 2017 presenta tre titoli: Jérusalem, Stiffelio...
CEFALO E PROCRI - ECCESSIVO E' IL DOLOR QUAND'EGLI E' MUTO Venezia, 29 settembre 2017. Il teatro La Fenice si conferma ancora una volta molto...
ETTORE MAJORANA. CRONACA DI INFINITE SCOMPARSE Como, 28 settembre 2017. La musica d'oggi inaugura la Stagione 2017-2018 del...
TAMERLANO   Alla Scala torna in scena il repertorio barocco. Con piacere si riscoprono...
HANSEL UND GRETEL Milano, 21 settembre 2017. Dopo quasi sessant'anni dall'ultima rappresentazione la...
LA FINTA TEDESCA - LA DIRINDINA   Vicenza, 8 settembre 2017. E’ ormai prassi consolidata che al Festival...
L'OCCASIONE FA IL LADRO   Venezia, 7 settembre 2017. Il ciclo delle cinque farse di Gioachino Rossini,...
ORFEO   Vicenza, 6 settembre 2017. La quinta edizione di “Vicenza in Lirica 2017 –...
LUCREZIA BORGIA Salisburgo, 30 agosto 2017. Lucrezia Borgia è indubbiamente uno dei capolavori...
ARIODANTE Salisburgo, 28 agosto 2017. La messinscena del celebre – e al tempo stesso...
TOSCA   Verona, 25 agosto. L’ultimo titolo del lungo cartellone operistico all’Arena è...
TORVALDO E DORLISKA Pesaro, agosto 2017. La terza opera proposta del Festival pesarese è stata il dramma...
LA PIETRA DEL PARAGONE Pesaro, agosto 2017. Il Festival 2017 potrebbe avere essere sottotitolato “le...
LE SIEGE DE CORINTHE Pesaro, agosto 2017. Il Rossini Opera Festival Per la seconda volta nel corso della...
IL VIAGGIO A REIMS Pesaro, 16 agosto 2017. Come di consuetudine, accanto ai tre titoli principali,...
AIDA (Edizione storica 1913)   Verona, 16 agosto 2017. Aida è titolo principe all’Arena di Verona, e anche...
IL RITORNO DI ULISSE IN PATRIA   Innsbruck, 14 agosto 2017. All’Innsbrucker Festwochen der Alten Musik,...
TURANDOT Macerata, 13 agosto 2017. Il progetto creativo di Stefano Ricci e Gianni Forte ha...

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