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Manon 0256_II_AttoTorino, marzo 2017. Capita a volte che lo spettatore sia colto da qualche perplessità riguardo alle regie teatrali d'Opera. Sono divenute spesso talmente insolite, trasposte arbitrariamente in termini temporali, cinematografiche, che trovarsene davanti una “regolamentare” e ambientata nel “tempo” richiesto dal libretto diventa gradevole, ma perfino inconsueto. In effetti, però, c'è regia e regia anche in questo caso. 


Visto da Natalia Di Bartolo

14 marzo 2017. Capita a volte che lo spettatore sia colto da qualche perplessità riguardo alle regie teatrali d'Opera. Sono divenute spesso talmente insolite, trasposte arbitrariamente in termini temporali, cinematografiche, che trovarsene davanti una “regolamentare” e ambientata nel “tempo” richiesto dal libretto diventa gradevole, ma perfino inconsueto. In effetti, però, c'è regia e regia anche in questo caso.

 

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Se è pur vero che ormai, perfino nelle recensioni, si cita prima il nome del regista e poi quello dell'autore dell'Opera, e lo si chiama “direttore” nominandolo prima anche del direttore d'orchestra, è vero pure che tale “direttore” debba dirigere ormai cavalcando la cresta dell'onda della qualità, o si troverà sommerso. Dunque in questa sede, per questa volta, si fa una deroga alla canonica disposizione dei protagonisti e si accenna per prima alla regia.

Questo perché una regia teatrale statica con interpreti che non abbiano una fisicità flessuosa e reattiva, come si è visto nella Manon Lescaut di Giacomo Puccini al Teatro Regio di Torino il 14 marzo 2017, non rende merito agli stessi. Anzi! Proprio per questo, il regista Vittorio Borrelli avrebbe dovuto congegnare il lavoro non solo facendo attenzione alle masse, ma in modo soprattutto da evitare per i protagonisti l'effetto “fai da te”. Se avesse “diretto” gli interpreti principali in maniera più dinamica e meno rilassata, lasciando loro meno spazio all'improvvisazione personale, non avrebbe potuto che giovare ai professionisti in scena ed all'intero spettacolo.

Si tornerà sull'argomento, ma è il momento di parlare del vero “direttore” dell'opera pucciniana, quello che stava sul podio: il M° Gianandrea Noseda. I suoi chiaroscuri sono stati curati con estrema attenzione, alla guida dell'ottima orchestra del Regio, pur sembrando rimanere emotivamente in superficie in alcuni punti, in particolare nel celeberrimo Intermezzo, diretto come un pezzo solo sinfonico e dunque con uno spirito non del tutto aderente all'affondo emotivo che questo richiede rispetto alle altre parti dell'opera. Forse un po' troppo tecnico, il Maestro sembrava in piena empatia con l'orchestrazione pucciniana più che con lo spirito dell'opera: si è beato ad esaltare la perfezione della partitura, a volte trascurando un po' il cuore. Al debutto nella direzione della Manon Lescaut, il M° Noseda ha però retto con ottimo polso l'intero spettacolo e dato sicuramente grande appoggio agli interpreti sul palcoscenico, seguendoli in maniera ammirevole e mai sovrastandoli con le sonorità pucciniane proprompenti, che ha saputo ben tenere a bada.

Giungendo alle voci, si rileva, se ce ne fosse bisogno, come Maria José Siri, Manon Lescaut, abbia una voce dal colore particolarmente scuro. E' quanto di più adorabile ci sia in un soprano, quando poi, come lei, si sia capaci di raggiungere picchi acuti con uno squillo impensato in una voce così brunita. Dunque in quest'opera, soprattutto al secondo atto, la sua vocalità non viene esaltata dal carattere giocoso richiesto dalla partitura al soprano. Inserita in tale contesto, anche la celeberrima “In quelle trine morbide” si rivela poco entusiasmante da cantare per il soprano uruguyano, che ha un gran temperamento e gran desiderio di sfoderarlo con costanza nell'intero arco dell'opera. Appena si toccano le corde del dramma, infatti, ecco i brividi, tutta l'intensità, tutta la proiezione, in un'opera in cui al quarto atto “Sola...perduta...abbandonata...” si è dimostrato un vero pezzo di bravura che sembrava fatto apposta per lei.

Gregory Kunde, De Grieux, si presenta e ripresenta a stupire l'ascoltatore con la freschezza di una voce che nel tempo ha subito una metamorfosi sorprendente e che adesso lo vede debuttare in Italia in questo ruolo pucciniano, lui che è partito dai sovracuti squillanti di Bellini. Molto bravo, Il Kunde, sempre. Ineccepibile vocalmente, con una rotondità come rinnovata ed uno squillo che comunque è ancora il suo pezzo forte.

A questo punto, chi scrive non ritiene di avere doti di preveggenza, ma dire che aveva previsto fin dall'inizio un grande quarto atto, conoscendo bene le doti vocali di entrambi gli interpreti è dire il vero. Sono dei grandi solisti e lo hanno dimostrato proprio da solisti.cattura.jpgnnn

Apprezzabile vocalmente il Lescaut di Dalibor Jenis, gradevole il Geronte di Carlo Lepore, altrettanto l'Edmondo di Francesco Marsiglia, corretti gli altri interpreti, fatta eccezione per il lampionaio Cullen Gandy, un po' debordante vocalmente.

Per tornare al momento opportuno alla regia di Vittorio Borrelli, a cui sopra si accennava, pur considerando positivamente il fatto che che, dal punto di vista registico, quello di Torino sia stato il primo atto della Manon Lescaut più “ordinato” che chi scrive abbia mai visto su un palcoscenico, con un Coro mai chiassoso, a onor del vero, e molto ben calibrato dalla direzione di Claudio Fenoglio, allo stesso modo, si considera meno positivo il fatto che l'ultimo atto sia stato il meno aderente a quell'interiorizzazione che invece la musica ed il canto dovrebbero imporre alla regia.

Il regista ha poi reso il fratello Lescaut curiosamente accudente la sorella, al finale del terzo atto: dopo avergli fatto abbracciare i due amanti disperati che partono per le Americhe, gli ha fatto accennare perfino un saluto con la mano, da lontano. Sembrava la partenza per una crociera, non una scena di deportazione. 

Il libretto, invece, recita tutto il contrario: “Lescaut, in disparte, guarda, crolla il capo e si allontana”. A parte il fatto che si capiva che si trattasse del porto di Le Havre solo dall'albero di trinchetto del veliero che occhieggiava nel buio dello sfondo. Il momento del dirigersi verso la nave è decisamente il più emozionante ed è mancato, anche per la concezione scenica ideata da Thierry Flamand, per il resto positivamente ortodossa.

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Così come è mancata la giusta illuminazione, soprattutto al quarto atto, facendo morire Manon in una landa visivamente piatta, sotto le luci troppo accese e con i pochi charoscuri di Andrea Anfossi. L'intero spettacolo non godeva nel complesso di luci che rendessero piena giustizia all'azione scenica, nonostante la diversificazione dei quattro atti, ciascuno illuminato in maniera anche simbolica. In compenso, i costumi di Christian Gasc erano gradevoli e curati. Finalmente, alla frase di Lescaut al primo atto “Ecco il vostro tricorno!”, Geronte si è visto porgere davvero un tricorno e non un cappello stile borsalino.

Una Manon Lescaut apprezzabile , quindi, nel complesso, e debitamente applaudita dal pubblico torinese, nonché trasmessa in diretta nei cinema di alcune città fortunate e in semi-differita da RAI 5, che ha graziato molti telespettatori internauti concedendo anche lo streaming di questa prima dal Teatro Regio.

Visto da Mirko Gragnato

16 marzo 2017. ....................................

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Visto da William Fratti

Manon 0156_I_Atto22 marzo 2017. La serata al Teatro Regio di Torino si apre con un annuncio, esposto da alcuni dei dipendenti della Fondazione – tra cui Coro e Orchestra – al fine di sensibilizzare il pubblico in merito alle problematiche che stanno affliggendo pressoché tutti i teatri lirici italiani a causa dell’applicazione dell’ultima riforma. Si tratta di un genere di protesta molto intelligente, poiché mira a coinvolgere gli spettatori circa questioni che li interessano in quanto fruitori dell’arte e della cultura prodotta dalla lirica. Il Regio di Torino ha ben ragione di protestare, poiché si tratta di un teatro molto ben frequentato e ciò significa soltanto che la qualità è alta al punto da soddisfare un pubblico che continua ad acquistare biglietti.
Manon 1299_II_AttoManon Lescaut torna sul palcoscenico del Mollino nell’allestimento firmato da Thierry Flamand con i costumi di Christian Gasc. L’efficace regia del bravo Vittorio Borrelli sostituisce l’originale ideata da Jean Reno, pur non discostandosene troppo. La scenografia è sempre bellissima, ma poco funzionale, costringendo lo spettacolo a tre pause che quasi pareggiano la durata della musica. Pure i costumi sono sempre preziosi e raffinati, le luci ben riuscite e suggestive curate da Andrea Anfossi, i movimenti mimici raffinati assistiti da Anna Maria Bruzzese.
Manon 0198_II_AttoGianandrea Noseda e la sua bravissima Orchestra del Teatro Regio eccellono in un’esecuzione precisa e pulitissima, ma al tempo stesso toccante e struggente fino alle lacrime. Emblematici in quanto ad accuratezza certi passaggi di primo e secondo atto, ma assolutamente significativi in termini di emozioni e passione pucciniana sono tutto il terzo e il quarto, sfortunatamente separati da una pausa che distoglie l’attenzione. Sempre ottimo il Coro preparato da Claudio Fenoglio.
Maria José Siri continua la sua sfavillante carriera e ottiene a Torino l’ennesimo successo, ma l’impressione che si ha della cantante è sempre la stessa: brava, ma nulla di più. Non si percepisce il pathos di Manon, né l’ardore pucciniano, neppure brilla nelle numerose note acute, tantomeno si prodiga in un fraseggio che invece dovrebbe trasmettere sentimento e tormento.
Manon 1494_III_AttoGregory Kunde, negli ultimi anni eccellente interprete del repertorio lirico spinto, rende magnificamente certi passaggi di Des Grieux, come la celebre “No! Pazzo son!” e anche altri momenti di secondo e quarto atto, mentre resta un poco sottotono nei momenti più lezzosi, ma è poca cosa in confronto ad un’interpretazione che dimostra lucentezza e vigore.
Buona la parte di Lescaut a cura di Dalibor Jenis, ma senza particolare pregio. Eccellente Carlo Lepore nei panni di Geronte. Bravo Francesco Marsiglia nel ruolo di Edmondo.
Adeguate le parti di contorno: il maestro di ballo di Saverio Pugliese, il musico di Clarissa Leonardi, il lampionaio di Cullen Gandy, il sergente e l’oste di Dario Giorgelè, il comandante di Cristian Saitta.
Successo entusiastico per tutti al termine della bella serata.

Locandina

 

Teatro Regio di Torino - Stagione 2016-2017
MANON LESCAUT
Dramma lirico
Libretto di Luigi Illica, Marco Praga, Domenico Oliva, Ruggero Leoncavallo

Musica di Giacomo Puccini

Personaggi: Interpreti:
Manon Lescaut Maria José Siri
de Grieux Gregory Kunde
Lescaut Dalibor Jenis
Geronte Carlo Lepore
Edmondo Francesco Marsiglia
Il maestro di ballo Saverio Pugliese 
Un musico Clarissa Leonardi
Un lampionaio Cullen Gandy
Sergente/Oste Dario Giorgelè
Comandante Cristian Saitta

Orchestra del Teatro Regio
Coro del Teatro Regio

Maestro del Coro: Claudio Fenoglio

Direttore Gianandrea Noseda
Regia Vittorio Borrelli

Scene

Thierry Flamand

Costumi

Christian Gasc

Luci 

Andrea Anfossi

  
Allestimento del Teatro Regio di Torino

 

Natalia Di Bartolo © dibartolocritic

FOTO DI © Ramella & Giannese | Teatro Regio Torino

 

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