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Parma, 12 gennaio 2017. Il primo titolo serio di Gaetano Donizetti a trionfare fu Anna Bolena nel 1830 al Teatro Carcano di Milano. L’opera mancava dal Teatro Regio di Parma da ben quarant’anni e prima si contano due sole edizioni nell’Ottocento. Tale lacuna è colmata, in parte, con l’inaugurazione della stagione 2017 nella nuova produzione ideata da Alfonso Antoniozzi.


Visto da Lukas Franceschini

Anna Bolena appartiene al cosiddetto filone inglese della produzione del bergamasco, la trilogia Tudor, e fu composta in un mese quando il musicista era ospite di Giuditta Pasta nella sua villa sul Lago di Como. Il libretto di Felice Romani narra la triste vicenda della seconda moglie di bol 2Enrico VIII, e madre della futura Elisabetta I, che fu mandata al patibolo dal marito per convolare a nuove nozze con Jane Seymour. Pur basandosi su un fatto realmente accaduto, lo stesso librettista scrive sul frontespizio che non è appurato che Anna Bolena, accusata di tradimento coniugale, fosse realmente colpevole, ma per esigenze drammaturgiche teatrali si vuole considerare la tesi dell’innocenza creando una situazione certamente d’effetto nel grandioso finale. Oggi, documentazioni alla mano, l’incertezza di tale reato è ancora palese, è accertato invece che tutta la famiglia Boleyn fu accusata di cospirare contro la corona e anche questo fu un motivo per cui la regina fu decapitata nel giardino della Torre di Londra. Strutturando l’opera su un dramma così concepito Donizetti e Romani trovano un terreno facile per caratterizzare soprattutto le due primedonne che hanno ruoli bellissimi e memorabili, compreso il duetto del secondo atto, senza bol 3dimenticare la grande presenza di Enrico, violento e crudo marito, e del giovane innamorato Percy che segue il destino del suo giovanile amore. Una struttura classica e lo stile ci riportano a un romanticismo musicale con frange di passato, anche se il belcanto, con la grande scena della pazzia, è di un’imponente e indimenticabile teatralità con furie di dramma storico, cui si aggiunge la presenza di un paggio che avrà ruolo non di contorno nella vicenda.
Il nuovo allestimento di Parma, coprodotto con il Teatro Carlo Felice di Genova, è uno spettacolo in linea con le casse non certo floride dei teatri italiani, realizzato non dico “al risparmio” ma certamente con risorse limitate. Ciò non toglie che il regista Alfonso Antoniozzi non abbia delle buone idee e cerchi di ideare una drammaturgia plausibile anche se nel complesso non è una delle sue migliori realizzazioni e non passerà alla cronaca come spettacolo indimenticabile. Ci sono dei punti che mi trovano in netto disaccordo con la sua concezione. Il primo è quello di ambientare l’opera negli anni ’40 del secolo scorso perché come lui scrive è un momento storico di grandi cambiamenti. Mi pare superfluo dire che nei quasi cinque secoli addietro periodi di cambiamento ce ne sono stati molti altri e spostare le vicende in epoca “moderna” non ha giovato al dramma. Il quale dramma è pur sempre storico anche se come predetto c’è un forte distacco dai fatti reali. Anzi, se vogliamo essere precisi il grande fatto di cambiamento alla corte inglese non fu certo la decapitazione di Anna Bolena, piuttosto il divorziobol 4 dalla prima moglie di Enrico VIII, Caterina d’Aragona. La conseguenza di questa impostazione ha avuto la conseguenza che i costumi non lasciano segno particolare: la goffa pelliccia del re, il paggio Smeton abbigliato da donna equivoca, il coro maschile in frac, la Seymour che pareva una cameriera del serial “Downton Abbey” e la non sontuosità regale della protagonista, spiazzavano non poco. Peccato perché l’autore, Gianluca Falaschi, è creatore ben superiore di quanto visto a Parma e artista di rango affermato. La scena, di Monica Manganelli è pressoché fissa, un praticabile sul quale si svolge l’intricata vicenda ai cui lati sottostanti è posto un coro sempre immobile e statico, forse spettatore inerme delle dispute reali. La gabbia carcere della scena finale stride con il rango della regina che mai e in nessun caso sarebbe stata messa in una cella in qualsiasi epoca. Bellissimi i video proiettati sul fondo, che sono stati di grande impatto. Convince invece un aspetto della drammaturgia e precisamente lo scontro tra le due donne, seconda e terza conserte Tudor, qui Antoniozzi azzecca un aspetto sia storico sia drammaturgico di grande spessore mettendo a confronto due “regine” in una spietata guerra di amore e potere nel quale tuttavia prevale anche la rassegnazione dell’una capendo la sua sconfitta. Altro elemento incisivo la freddezza e crudeltà di Enrico disegnato quasi bol 5immobile e senza sentimenti, i suoi voleri sono ordini e questo basti. D’effetto il trono fragile di Anna, costituito da mini, che all’occasione accolgono la regina ormai conscia della sua instabilità, come efficace la maschera che usa prima Bolena e poi Giovanna nuova consorte, la quale appare dopo la decapitazione in pieno titolo regale, meno pertinente il coro che assiste alla follia e all’esecuzione della protagonista con un flûte di spumante in mano. Molti aspetti di questa regia erano appropriati e convincenti, molti altri, a gusto di chi scrive, sicuramente no, tuttavia dobbiamo riconoscere ad Alfonso Antoniozzi la chiarezza di quello che ha voluto esprimere, tolto le superflue mine che girovagano in alcune scene.
La parte musicale vedeva Fabrizio Maria Carminati sul podio dell’Orchestra Regionale dell’Emilia Romagna, il quale ha il pregio di operare pochissimi tagli e reggere la lunga opera con onesta professionalità. Avrei preferito una scansione più vigorosa di alcune scene, in particolare terzetto e finale atto primo, e in generale mi parso che la sua direzione non abbia trovato una lettura incisiva e una drammaturgia precisa adagiandosi su un accompagnamento talvolta lento e slegato che personalmente non riconosco in Carminati.
L’orchestra era di buon livello e piuttosto precisa, molto preparato il Coro del Teatro Regio di Parma che si ritaglia una performance di grande stile, sempre diretto da Martino Faggiani.
Mettere insieme il cast per un’opera come Anna Bolena è compito assai arduo, e senza rievocare un recente passato piuttosto pensando alla bol 6peculiarità vocale dei cantanti per cui fu scritta l’opera.
Parma ha tentato di raggruppare un cast che sulla carta doveva essere vincente, poi il diavolo, come suol dirsi, ci ha messo la coda. Escono vittoriose le due antagoniste Anna e Giovanna. Yolanda Auyanet, Anna Bolena, credo al debutto nel ruolo, affronta la difficile parte con grande impeto e una ricchezza di colori vocali davvero impressionanti, coinvolgendo il pubblico più sull’aspetto drammatico che sul virtuoso, realizzando un fraseggio di gran classe e una recitazione vocale di forte teatralità. Dotata di voce molto bella, risolve la parte virtuosistica con perizia e stile senza però svettare ma esegue il tutto con grande musicalità, peccato che il registro acuto non sia così lucente come la zona centrale, ma siamo di fronte ad una prova sicuramente positiva.
Sonia Ganassi, Seymour, era in ottima forma e propone una Giovanna di gran classe, cantata con spavalda sicurezza e introspettiva recitazione, puntuale in tutti gli ardui momenti dello spartito e valida belcantista di cui serbiamo memoria.
Marco Spotti, Enrico VIII, è un basso con voce molto importante e buoni mezzi ma in questo ruolo non trova gli esiti di altre occasioni. Il fraseggio e l’accento erano monotoni e non riusciva a imporsi come il re cui ogni desiderio è ordine. Forse non aiutato dalla regia, la sua interpretazione era distaccata e poco incisiva.
Percy doveva essere Maxim Mironov, di cui ricordiamo una pregevole performance a Bergamo, purtroppo un’improvvisa indisposizione l’ha messo fuori gioco e all’ultimo è arrivato a Parma, proprio il giorno della prima, Giulio Pelligra. Considerati gli eventi, non sarebbe corretto esprimere un giudizio sulla prestazione, tuttavia è lecito rilevare che a mio avviso la parte è troppo onerosa, in particolare nel settore acuto, per una voce tutto bol 7sommato piccola ma molto educata e musicale ma bisogna lodare la disponibilità del cantante a salvare la recita.
Molto brava Martina Belli, Smeton, mezzosoprano scuro di ottima voce, precisa tecnica e buona caratterizzazione del personaggio.
Completavano la locandina i professionali Alessandro Viola, Harvey e Paolo Battaglia, Rochefort.
Finale un po’ turbolento con applausi calorosi a tutto il cast, molto convinti per Auyanet e Ganassi, qualche disappunto al direttore e una più pesante contestazione all’uscita del regista, scenografa e costumista.

 

Visto da William Fratti

 

Il Teatro Regio di Parma inaugura la sua breve Stagione Lirica 2017 con un nuovo allestimento di Anna Bolena, in un progetto con il Teatro Carlo Felice di Genova che coinvolge anche gli altri titoli del ciclo Tudor di Gaetano Donizetti.
bol 5Sul podio dell'Orchestra Regionale dell'Emilia Romagna è Fabrizio Maria Carminati, direttore generalmente molto capace e particolarmente adatto al grande repertorio, ma che in questa occasione appare inadeguato e piuttosto grossolano, con tempi poco comprensibili e nessuna chiara intenzione, con assenza di colori e sfumature. La versione scelta prevede solo alcuni dei tagli di tradizione ed è un'occasione sprecata non averne approfittato per eseguire l'integrale, utilizzando l'edizione critica pubblicata lo scorso anno dalla Fondazione Donizetti.
bol 6Lo spettacolo di Alfonso Antoniozzi, con scene e video design di Monica Manganelli, si avvale del medesimo impianto fisso del Devereux genovese, ma qui ambientato nei moderni anni Quaranta. Si tratta di un allestimento molto semplice, ma abbastanza fotogenico e funzionale; purtroppo gi spazi sono spesso vuoti e la magia dell'effetto cartolina lascia il passo alla noia. Sicuramente il libretto di Romani non aiuta, rivolto più ai sentimenti che non all'azione, ma qualche gesto in più, qualche controscena, un po' di cambi negli effetti video, probabilmente avrebbero reso questa Bolena meno monotona. Le idee ci sono, interessanti, anche piuttosto comprensibili, ma poco sviluppate lungo il procedere della vicenda. Pure i costumi di Gianluca Falaschi non sono azzeccatissimi: se ne riconosce la pregevole fattura, ma inseriti in questo contesto fanno sembrare Anna una bella signora qualunque, Giovanna la sua governnte ed Enrico un pappone, già sufficientemente mortificato da una regia che lo impone così distaccato da mostrare solo altra immobilità.
bol 2Yolanda Auyanet, inizialmente un poco tesa, si è dimostrata molto volenterosa e col suo consueto fare morbido ed omogeneo si è impegnata in una recita in crescendo, arrivando ben concentrata al drammatico finale reso col giusto effetto, buona intenzione e ottima intonazione. La sua tecnica le permette di domare la difficile parte di Anna, ma non trasmette quell'incanto che dovrebbe traspirare dalla luminosità della voce e non fa trattenere il fiato quando è impegnata nel virtuosismo.
Sonia Ganassi veste i panni di Giovanna con estrema disinvoltura e il suo agio lo si percepisce per tutto il tempo. L'esperienza nel ruolo e l'ottima tecnica di base le hanno permesso di ottenere un buon risultato, pur con qualche difficoltà nella cavatina e altri brevissimi momenti un poco stimbrati.
Giulio Pelligra sostituisce all'ultimo minuto l'indisposto Maxim Mironov e l'impaccio è chiaramente visibile - ma perdonabile - cui si aggiungono qualche stonatura e diverse parole inventate. Tutto sommato riesce a portare a casa un Percy dignitoso.
bol 7Marco Spotti
è il bravo cantante di sempre, ma il suo bel timbro cavernoso, il suo volume molto importante e il suo stile personale male si amalgamano al belcanto di Auyanet e Ganassi. Indubbiamente il suo Enrico VIII sarebbe stato perfetto se affiancato a due protagoniste dalla vocalità più scura e drammatica, mentre così riesce ad esprimere il suo consueto carattere solo durante i pezzi d'assieme.
Martina Belli è un ottimo Smeton, dotata di buona musicalità, linea di canto omogenea, belle note basse e altrettanto piacevole nelle colorature.
Efficaci, pur con qualche neo, il Rochefort di Paolo Battaglia e Hervey di Alessandro Viola che sostituisce Pietro Picone.
Finalmente il Coro del Teatro Regio diretto da Martino Faggiani ritorna nel pieno del suo splendore: suoni eccellenti, fraseggi eloquentissimi, accenti ben marcati, sussurrati emozionanti, ma soprattutto encomiabile l'uso della parola scenica che dà vita a delle pagine che sono perlopiù un resoconto narrativo.
Buon successo per tutti gli interpreti, con ovazioni per Auyanet, Ganassi e Spotti. Diversi dissensi per il direttore, come pure per tutta la squadra creatrice dello spettacolo. Contrariamente a quanto si possa pensare, i loggionisti hanno riferito che non hanno protestato lo spettacolo perché non realizzato in epoca rinascimentale, ma principalmente a causa della noia, complice la direzione d'orchestra.

Locandina

TEATRO REGIO DI PARMA - Stagione Lirica 2017
ANNA BOLENA

Tragedia lirica in due atti

Libretto di Felice Romani 

Musica di Gaetano Donizetti

Personaggi: Interpreti:
Anna Bolena Yolanda Auyanet
Enico VIII Marco Spotti
Giovanna Seymour Sonia Ganassi
Lord Rochefort Paolo Battaglia
Lord Riccardo Percy Giulio Pelligra
Smeton Martina Belli
Sir Hervey Alessandro Viola

Orchestra Regionale dell'Emilia Romagna e Coro del Teatro Regio di Parma

Direttore Fabrizio Maria Carminati
M.o del coro Martino Faggiani
Regia Alfonso Antoniozzi

Scene e video design

Monica Manganelli

Costumi

Gianluca Falaschi

Luci

Luciano Novelli

Nuovo allestimento, in coproduzione con Fondazione Teatro Carlo Felice di Genova

FOTO di Roberto Ricci - Teatro Regio Parma

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