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DonCarlo2016 Jos_BrosParma, 5 e 11 ottobre 2016. Dopo quasi un ventennio di assenza dal palcoscenico del Teatro Regio, l’opera più impegnativa di Giuseppe Verdi torna a Parma nella versione in quattro atti.

Visto da Lukas Franceschini

11 ottobre 2016

Il Festival Verdi 2016 è stato inaugurato con una nuova produzione di Don Carlo di Giuseppe Verdi nella versione di Milano 1884.
E’ la prima volta che il Festival di Parma allestisce Don Carlo e sceglie la versione più breve che il compositore rivide per le recite alla Scala. E’ da augurarsi carlo 1che questa sia la prima tappa dell’opera a Parma, che mancava dalla stagione 1998, poiché il Festival avrebbe il dovere di farci ascoltare e vedere anche le altre versioni dell’opera a cominciare dall’originale in francese e con balletto di Parigi 1867, e in seguito, magari, le cinque diverse alternativi: originale e integrale (in francese) precedente i tagli effettuati anteriormente alla prima rappresentazione 1866, la partitura pubblicata nel 1867 in cinque atti con balletto (in francese), la versione di Napoli 1872 (in italiano), la versione di Modena 1886 in cinque atti senza balletto (in italiano). Nessun’altra opera di Verdi raccoglie tanto materiale variegato alternativo o sostitutivo, e ogni volta che non si sceglie la versione di Milano, che moltoi considerano erroneamente “la definitiva”, siamo di fronte a versioni “collage” con tagli e aggiunte arbitrarie secondo le ispirazioni dei direttori. Il Festival Verdi avrebbe il compito di rappresentare le molteplici versioni.
Delude il nuovo allestimento di Cesare Lievi, il quale si avvale di un valido scenografo e costumista come Maurizio Balò. Egli ha ideato una scena anche carlo 2suggestiva, pur con qualche scivolata nel ricreare le tombe degli Asburgo all’Escorial di marmo bianco e la cartina geografica nello studio di Filippo che traccia l’Impero con errori di conquista. I costumi sono belli e in linea con la cattolicissima e austera corte spagnola del tempo. Bizzarro il mantello cappotto di Filippo con tanto di collo in pelliccia che parafrasava una moda molto più recente. Tuttavia è la scelta registica a penalizzare lo spettacolo, con scelte non solo discutibili, talvolta stravaganti e del tutto fuori linea nella situazione storica, e la mancanza di caratterizzazione dei personaggi, i quali sono complessi ma molto precisi nella visione dell’autore. A questo si devono aggiungere scene del tutto superflue, in particolare il frate che pulisce il pavimento delle tombe nella prima scena, il ridicolo balletto delle damigelle durante l’esecuzione della “Canzone del velo”, e l’inutile presenza di Elisabetta nell’assolo di Filippo all’inizio del III atto. A questo va detto che il regista, pur dovendo osare di più, ha avuto anche idee molto apprezzabili nella seconda scena del II atto (piazza di Nostra Signora d’Atocha) quando nella sfilata dei carri degli eretici appare anche un carro colmo di libri (volumi di cultura eretica) e nel momento in cui Filippo esclama riv “Disarmato sia”, i deputati fiamminghi bloccano le guardie che avrebbero dovuto eseguire carlo 3l’ordine. Nel complesso uno spettacolo visibile ma che ci saremo aspettati più incisivo e “scolpito” drammaturgicamente.
L’Orchestra Filarmonica “Arturo Toscanini” non era nella forma ideale della sua fama e Daniel Oren non concertava con dovuta perizia che solitamente usa in altri repertori, disordinato nel gesto, sbiadito nei colori e con piatte dinamiche orchestrali. Il Coro del Teatro Regio, diretto da Martino Faggiano, assolve il suo compito con buona professionalità.
Il cast era piuttosto alterno, anche se la serata ha subito un’influenza negativa per un malore in scena. All’inizio del primo atto quando Don Carlo ha iniziato il carlo 4duetto “Dio che nell’alma infondere” Rodrigo di Posa, Vladimir Stoyanov, si accasciava come svenuto sulla struttura di un inginocchiatoio. Portato dal collega dietro le quinte, dopo circa un quarto d’ora riprendeva il suo posto e finiva la scena, con esito non certo eccellente, ma plausibile era la situazione, il pubblico ha compreso e salutato con un caloroso applauso d’incoraggiamento. L’opera continuava senza intervallo e quando il paggio annuncia il Marchese di Posa che entra nel giardino della scena seconda, vediamo arrivare un altro cantante. Non era possibile avvisare il pubblico, si è fatto dopo l’intervallo, Stoyanov è stato sostituito da Gocha Abuladze, presente in teatro come doppio. Sul primo ovviamente non è possibile esprimere giudizi, abbiamo saputo in seguito che ha avuto un abbassamento di pressione e non era in grado di sostenere il ruolo. Del secondo, tolto l’aspetto terrorizzato iniziale (comprensibile per le circostanze improvvise in cui è stato catapultato in scena) possiamo dire che possiede voce molto bella e di buona proiezione. Nel corso dell’opera ha preso anche più vigore e sicurezza e nella seconda parte abbiamo avuto un serio e volenteroso professionista, il quale è anche in possesso di calibrato fraseggio. Sarà interessante ascoltarlo in futuro in situazioni meno burrascose.
José Bros, Don Carlo, dopo una partenza buona nel corso della rappresentazione ha avuto un calo di prestazione, forse per lo scompiglio iniziale, e la resa carlo 5non è stata delle migliori rispetto allo standard dell’artista: voce sovente nasale e stentore, un limitato uso del registro acuto, il quale è emerso nella scena della Piazza di Atocha e nel finale. Essendosi fatto annunciare all’inizio del II atto non è possibile dare un giudizio reale, tuttavia non era il cantante che ben conosciamo.
L’Elisabetta di Serena Farnocchia difettava per scarso carisma, assenza di colore vocale ed espressione a senso unico. Eppure la voce sarebbe interessante ma è poco proiettata e questo aggrava un canto che dovrebbe essere più lirico, ricco di sfumature e ispirato.
Marianne Cornetti, Principessa Eboli, ha parecchia difficoltà nel canto fiorito della romanza del velo, inoltre le cadenze sono raffazzonate e il registro acuto parecchio compromesso. Nelle altre due scene sfodera più vigore e un accento anche più incisivo, pur non rimediando ai difetti d’impostazione generale, gli acuti sono sempre compromessi anche se si deve riconoscere una certa veemenza e un discreto temperamento.
Pregevole il Grande Inquisitore di Ievgev Orlov, anche se l’accento potrebbe essere migliorato, brava Lavinia Bini, Tebaldo, frizzante e delizioso fanciullo di carlo 6buona espressione. Simon Lim era un corretto Frate e Gregory Bonfatti un eccellente Conte di Lerma e Araldo reale.
Un plauso particolare va ai sei deputati fiamminghi, coesi nel canto e con voci armoniche e molto possenti. Pe correttezza li citiamo: Daniele Cusari, Andrea Goglio, Carlo Andrea Masciadri, Matteo Mazzoli, Alfredo Stefanelli e Alessandro Vandin.
Infine, ma non per questo ultimo, Michele Pertusi, Filippo II, che salvo errori di chi scrive debuttava il ruolo. Il cantante ha sempre centellinato e ben calibrato, nel corso della ormai lunga carriera, le sue esibizioni in terreno verdiano. E’ arrivato ora, giustamente, alla soglia dei dieci lustri, ad affrontare un ruolo di basso considerato tra i più importanti per la sua corda vocale. Egli lo canta con la sua voce, tendenzialmente chiara, senza cercare inutili imitazioni. Il risultato è positivo, ed è il cantante che maggiormente ha convinto. Eccellente la scansione della parola, il ricercato fraseggio, l’espressione regale abbinata a una movenza teatrale rilevante. Nella grande aria del III atto trova accenti ed espressioni di grande pathos ritagliandosi un carlo 7meritato successo personale. Vorrei aggiungere che l’assolo del violoncello nell’introduzione era superbamente eseguito dal professore dell’Orchestra Toscanini.
Al termine di una recita che sarebbe potuto essere interrotta, il pubblico ha premiato il volenteroso impegno di tutta la compagnia con calorosi applausi, con punte per Pertusi, ma siamo ben lontani da una rappresentazione memorabile, ma uno spettacolo dal vivo riserva anche questi inconvenienti, stavolta è andata così.

Visto da William Fratti

5 ottobre 2016. Il celebre grand-opéra è stato escluso dai festeggiamenti del 2001 e del 2013 e si è dovuto attingere ad un’altra produzione per la realizzazione dei cofanetti “Tutto Verdi”. Considerata la lunga attesa i melomani più agguerriti si aspettavano l’edizione integrale, magari in francese, mentre hanno dovuto accontentarsi.

 

DonCarlo2016 Scena_dellAutodafLo spettacolo di Cesare Lievi è ambientato in un immaginario mausoleo di Carlo V d’Asburgo e, per come è disposto l’impianto di regia, acquisisce un maggior senso la decisione di rappresentare l’opera in quattro atti: tutto inizia e tutto finisce ai piedi della tomba dell’Imperatore, che pare rivivere attraverso un frate. In tal contesto risultano molto efficaci le scene di Maurizio Balò, ma si va a perdere completamente il fasto che dovrebbe adornare i giardini della regina e la scena dell’autodafé. Meno apprezzabili sono i costumi, sempre di Maurizio Balò, poco caratterizzati e dettagliati, con riferimenti ad una moda generica che va dal XV al XVIII secolo e visibilmente low cost. Forse la mano della sartoria è stata trattenuta dal budget a disposizione.
DonCarlo2016 Jos_Bros2Per quanto riguarda la parte musicale si segnalano le consuete debolezze nelle varie sezioni dei fiati della Filarmonica Arturo Toscanini, difetti non certo risolti né affievoliti dalla direzione di Daniel Oren, che è sempre Maestro di interpretazione guerresca, ma qui risulta grossolano, scoordinato e in alcuni punti fuori stile, ad esempio sembra cercare di voler trasformare in cabaletta la parte conclusiva del duetto Posa Filippo. Manca inoltre di omogeneità col palcoscenico e sembra che ognuno degli artisti canti per sé, senza uniformità e compattezza con i colleghi.
DonCarlo2016 Serena_FarnocchiaJosé Bros, celebre tenore universalmente riconosciuto come uno dei migliori belcantisti, soprattutto nel repertorio belliniano e donizettiano, veste i panni di un Don Carlo squillantissimo e dimostra chiaramente di poter esprimere qualcosa attraverso questo ruolo se eseguito nelle giuste condizioni. In effetti si possono notare alcune piccole forzature quando orchestra e colleghi fanno la voce grossa, mentre è totalmente a suo agio nei momenti in cui può manifestare un carattere più intimo, giocato sui colori e sulle sfumature. Non è un caso che la parte migliore della serata sia l’ultimo atto, grazie anche all’interpretazione di Serena Farnocchia nel ruolo di Elisabetta. Il soprano manca di qualche accento drammatico, non ha un timbro particolarmente morbido e non possiede una zona centrale sufficientemente ampia, ma è musicalissima, tecnicamente ferrata e dotata di un’ottima linea di canto, molto omogenea.
DonCarlo2016 Michele_PertusiAnche il Filippo II di Michele Pertusi non ha il caratteristico spessore regale previsto per il ruolo, né la giusta autorità, tanto da sembrare sempre impaurito o in difetto al cospetto degli altri personaggi, ma ragionando in termini di canto, la sua è sempre una lezione: i suoni bellissimi, i passaggi armoniosi, i fiati lunghi, i legati addirittura commoventi, le note piegate alle parole. Ecco perché nella pagina in cui davvero deve essere atterrito e intimorito, ovvero nel quartetto con Elisabetta, Eboli e Posa, risulta eccellente oltre ogni misura.
DonCarlo2016 Vladimir_StoyanovVladimir Stoyanov, nei panni del Marchese di Posa, mostra gli stessi pregi e difetti che lo contraddistinguono negli ultimi tempi: fraseggio elegante, linea di canto raffinata, ma con un suono spesso opaco, sbiancato e talvolta addirittura sfibrato, tanto da sembrare usurato. Inoltre ci si sarebbero aspettati qualche trillo e qualche appoggiatura in più.
DonCarlo2016 Marianne_CornettiMarianne Cornetti è una Eboli dalla vocalità molto stentorea e soprattutto intelligente, poiché sa come mascherare alcune delle sue lacune. Purtroppo solo in parte, poiché non può nascondere una linea di canto ormai zoppicante che non può, neppure con la migliore delle volontà, riuscire nella canzone del velo. Nelle altre pagine non deve affrontare le agilità, ma comunque risulta disomogenea e se non carica, il suono esce velato.
Ievgen Orlov è un Grande Inquisitore eccessivamente discontinuo, che non è spendibile in Italia, tantomeno a Parma; Simon Lim è un frate accettabile, un po’ in difficoltà nelle note più estreme, sia in basso sia in alto; Lavinia Bini è un buon Tebaldo, come pure Gregory Bonfatti è un valido Conte di Lerma e Araldo Reale; efficace la Voce dal cielo di Marina Bucciarelli.

 

Non particolarmente incisivi i deputati fiamminghi di Daniele Cusari, Andrea Goglio, Carlo Andrea Masciadri, Matteo Mazzoli, Alfredo Stefanelli, Alessandro Vandin. Buona, ma non eccellente come di consueto, la prova del Coro del Teatro Regio di Parma preparato da Martino Faggiani.

Locandina

VERDI FESTIVAL 2016 - TEatro REgio di Parma
DON CARLO

Dramma lirico in quattro atti

Libretto di Joseph Méry e Camille du Locle, dalla tragedia "Don karlos, Infant von spanien" di Friedrich Schiller e dal dramma "Philippe II, roi d'Espagne" di Eugee Cormon

Traduzione italiana di Achille De Lauzières e Angelo Zanardini

Musica di Giuseppe Verdi

Versione di Milano 1884

 

Personaggi: Interpreti:
Filippo II Michele Pertusi
Don Carlo José Bros
Rodrigo Vladimir Stoyanov/Gocha Abuladze (11.10)
Il Grande Inquisitore Ievgen Orlov
Un frate Simon Lim
Elisabetta Serena Farnocchia
Il Conte di Lerma/Un Araldo Gregory Bonfatti
Tebaldo Lavinia Bini
Una voce dal cielo Marina Bucciarelli
Deputati fiamminghi

Daniuele Cusari, Andrea Goglio

Carlo Andrea Masciadri, Matteo Mazzoli

Alfredo Stefanelli, Alessandro Vandin

Orchestra Filarmonica Arturo Toscanini e Coro del Teatro Regio di Parma

Direttore Daniel Oren
M.o del coro Martino Faggiani
Regia Cesare Lievi

Scene e costumi

Maurizio Balò

Luci

Andrea Borelli

Nuovo Allestimento del Teatro Regio di Parma in coproduzione con Fondazione Carlo Felice di Genova, Opera de Tenerife, Teatro Nacional de Sao Carlos di Lisbona

FOTO DI ROBERTO RICCI - Verdi Festival

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