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wiener_21Verona, 28 ottobre 2011. La mitica orchestra austriaca, i Wiener Philharmoniker, per la seconda volta nella sua lunga storia si è esibita a Verona all’interno della rassegna Il Settembre dell’Accademia. Nell’odierno appuntamento sul podio è salito il direttore francese Georges Prêtre, un’icona della bacchetta internazionale oltre probabilmente al più longevo concertatore ancora in attività.

Il programma, notevolmente d’oltralpe, prevedeva l’esecuzione delle Sinfonie n. 7 di Franz Schubert e Anton Bruckner. Dell’“Incompiuta” di Schubert, catalogata sia come 7 sia 8, a seconda della cronologia, alla morte del compositore risultavano completati solo i primi due movimenti, Allegro moderato e Andante con moto, mentre del terzo movimento, Scherzo, rimane lo spartito per pianoforte quasi completo. Sono ignoti i motivi per cui Schubert non completò la sinfonia, è invece curiosa la tonalità in si min. che costituisce in parte un primo approccio di accomodamento al romanticismo. La prima esecuzione avvenne postuma a Monaco di Baviera presso la Gesellschaft der Musikfreunde il 17 dicembre 1865. Il compositore aveva donato la partitura ad Anselm Huttebrenner in segno di un riconoscimento per un diploma onorifico ricevuto precedentemente, e fu lo stesso Huttenbrenner a darla a Johann Herbeck che la diresse in prima assoluta. Si possono cogliere egualmente nei soli due movimenti composti un dualismo di sentimenti che si sviluppa in un confronto di energie, asso portante della partitura. Con Bruckner ci spostiamo di circa cinquant’anni verso la fine del XIXwiener_pretre_2 secolo, ovvero al 1883. Il sinfonismo del compositore costituisce un caso se stante nel complesso e variegato panorama musicale del tempo. Bruckner seppur legato da amicizia con Strauss e Brahms, si distacca da questi per la solennità del pensiero, talvolta anche sacro, o come nel caso della Settima per la monumentalità, che probabilmente s’ispira forse a Beethoven. Non si può sottovalutare nella sua scrittura il modello wagneriano fondato sull’armonia, sulle ampie linee melodiche e nel cospicuo apparato orchestrale. Sembra scontato, se non superfluo, che il concerto dei Wiener a Verona era caratterizzato da un suono di primordine, peculiarità cui l’orchestra da sempre ci ha abituati. La concertazione di Prêtre invece si faceva valere per il rigore del classicismo. In Schubert trova i prefetti colori dell’introversa forma inventiva, cui le sfumature e l’elegante gesto ed oserei affermare rasentano la perfezione se non leggermente calibrati da una lentezza, la quale non sempre viene a discapito ma in pieno equilibrio interpretativo, la resa del dettaglio visto nello stile “viennese” sono puramente esemplari. Sulla stessa linea è l’approccio con Bruckner, ma qui prevalgono sicuramente colori più smaglianti, anche in considerazione della diversa e più corposa compagine orchestrale. Il limpido camerismo, la lievità dell’intimismo nell’Adagio, ma anche la poetica musicale sviluppata nel finale con aderenza stilistica ragguardevole. Il travolgente estro, l’impagabile suono compatto ed emozionante, contribuiscono all’elevata interpretazione del maestro in assoluta sintonia e perfezione con l’orchestra. Partiture dirette entrambe a memoria con piglio di partecipazione totale, cui al termine sono giustamente stati attribuiti interminabili applausi.

 

 


 


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