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01 arVerona, 12 settembre 2018. Trepida attesa al Teatro Filarmonico di Verona, per assistere al debutto veronese di una eccezionale interprete come Martha Argerich.  

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{tab title=Visto da Gianni VillaNI}

 

La pianista argentina era accompagnata dalla giovane formazione brasiliana della Youth Orchestra of Bahia, diretta da Ricardo Castro: orchestra fatta nascere fra i giovani sottratti dalle favelas del Nord Brasile attraverso il metodo Abreu già sperimentato felicemente in Venezuela. Serata quindi carica di suggestioni diverse e anche per chi non conosceva Martha Argerich, non può non essere stato conquistato dalla sua straordinaria istintività, sorretta da una tecnica leonina, che mai si era vista prima in una donna.02 ar
In Martha Argerich è poi sempre avvertibile quell’ansia del comunicare anche se qualche musicologo ne indica spesso un certo disordine e approssimazione del suono. Nonostante questo la celebre concertista continua a folgorare nel repertorio per pianoforte e orchestra perché su questo terreno del confronto, la sua natura impulsiva, la sua tecnica strabiliante, il suo amore per l’azzardo, la naturale tendenza ad accelerare le frasi, trovano una dimensione ideale.
Da qui è nato anche il magnetismo nell’interpretare un vecchio cavallo di battaglia come il Concerto per pianoforte e orchestra in la min. Op. 54 di Robert Schumann eseguito al Filarmonico. Oggi a 77 anni la pianista argentina ha forse perso un po’ di smalto tecnico, tuttavia nella sua esecuzione riesce a mettere finalmente ordine al già sentito, alle convenzioni, a quello che facilmente 03 ardiventa terra di nessuno. E’ stata l’ennesima esecuzione della celeberrima pagina schumanniana, ma con lei si è usciti finalmente dal pezzo di bravura o da un generico romanticismo, per sviluppare –partendo da un rapporto di natura cameristica con l’orchestra- un vissuto musicale attraverso i più diversificati atteggiamenti: da quelli più poetici e contemplativi, come nella cadenza del primo movimento, l’unico passo veramente solistico, all’approfondimento delle funzioni armoniche, alle diverse articolazioni, all’insistenza su un fraseggio sempre nettamente definito.
Con lei la presenza del pianoforte diventa illuminante in quanto chiave di volta di snodi linguistici e dialettici, che mostra la partitura di una rinnovata nudità, dove la scelta oculata dei tempi è meditata e protesa a discriminare la chiarezza delle strutture e delle tessiture, in una stupenda messa a fuoco dei dettagli. Ancora grandissimo il suo pianoforte, che il pubblico ha continuato ad acclamare poi nel tenero bis di Maurice Ravel a quattro mani con Ricardo Castro.
L’inizio del concerto e tutta la sua seconda parte, sono stati poi appannaggio della fresca compagine brasiliana propostasi nel Preludio dall’atto I da Die Meistersinger von Nurnberg di Richard Wagner e in pagine di Bernstein (Overture da West Side Story), Ginastera, Wellington Gomes (Sonhos Percutidos), George Gershwin (Cuban Overture), Arturo Màrquez (Danton n. 2). Un’ orchestra dall’organico 04 arsterminato (oltre 110 i suoi componenti), ma molto impegnata strumentalmente e ben distribuita nei diversi settori, chiaramente ancora in divenire, che tuttavia Ricardo Castro ha coordinato con sapienza e slancio in una materia vigorosa e insieme doviziosa di sottigliezze. Ne è stato un chiaro esempio su tutte, la bella esecuzione della Suite Estancia dell’argentino Alberto Ginastera: brano per un balletto nazionale, articolato su scene della vita rurale argentina nella pampa, che eseguita dapprima in forma orchestrale, ha contribuito notevolmente ad accrescere la fama del compositore. Successo della serata, che dopo i due spettacolari bis latinoamericani, Aquarela do Brasil di Ary Barroso e Cucaracha canto tradizionale, suonati (e ballati) senza direttore, è diventata anche un tripudio inarrestabile di consensi.


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Recensione dello spettacolo.

 

FOTO di Brenzoni - Verona

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