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shlomo _mintz_Verona, 17.12.2017. Ottimo avvio della XIX stagione concertistica de I Virtuosi Italiani in Sala Maffeiana, corroborato dalla magica presenza di un grande violinista come il russo-americano Shlomo Mintz.

(INSERIRE FOTO ORIZZONTALE)Luogo, gg mese anno. Testo introduttivo di almeno 200 caratteri spazi inclusi. Mettere in grassetto i nomi di opere, autori, cantanti. {tabs type=tabs}
{tab title=Visto da Gianni Villani}

 

Un solista di immutabile fascino e ascendente, un assoluto anti-divo nonostante gli enormi traguardi raggiunti in 40 anni di carriera, in grado di coinvolgere sempre l’uditorio attraverso un’appassionante e piacevole comunicativa strumentale. Quanto basta per esaltare le novità e l’effetto di un Quarto Concerto di Mozart -piuttosto che nella Prima Romanza di Beethoven, tuttavia gradevole- suonato nella prima parte del concerto. Quarto Concerto in re maggiore, che rispetto ai tre precedenti presenta alcune notevoli libertà strutturali, idee originali e tratti più individuali. Ad esempio nella ricca tematica del primo movimento, concepito in forma sonata con un tema introduttivo all’unisono, dal carattere ben pronunciato. O nella raffinata melodia dell’Andante, chiaramente dominata dallo stile operistico e cantabile nel vero senso della parola. O ancora nel Rondò finale, caratterizzato da inattesi e originali cambiamenti di metro, spesso poi associato ad una melodia che Mozart aveva ascoltato a Strasburgo e che presumibilmente cita in questo concerto.
L’idea base del concerto sta comunque nell’intimità cameristica con cui viene carezzata la musica perfetta e fragilissima del Mozart dei concerti per violino, di cui è facile sbagliarne il carattere, per voler gonfiare le gote e farne una tronfia esibizione laddove serve invece il bulino. Si sa che Mozart odiava l’esibizionismo della maggior parte dei violinisti virtuosi, pensando agli affetti della musica più che ai suoi virtuosieffetti. Mirava perciò ad accentuare le quasi illimitate risorse espressive del violino piuttosto che a farne brillare, con facili espedienti, le altrettanto inesauribili possibilità di sbalordire. E più che andare in direzione di quella intensità romantica, che ogni tanto pare presagire in alcuni Concerti per pianoforte, in questi per violino, egli esplora le corde della cantabilità riposta, il ripiego interiore dello strumento che dialoga sommessamente con l’orchestra, in un affettuoso scambio di motti, di sensazioni personali, quasi in reciproca confessione.
A questa pacifica confidenzialità indirizza la lettura contenuta, ma freschissima e limpida di Shlomo Mintz (rocambolesco e applauditissimo il suo bis di Ysaȳe), fuso a perfezione con I Virtuosi Italiani, che paiono respirare con lo stesso fiato, cantare con le stesse corde, fraseggiare con lo stesso arco dell’incantato solista, per una esecuzione che crediamo non sia possibile immaginare meglio amalgamata e coerente.
La concertazione del pezzo è dello stesso Mintz che nella seconda parte del concerto imbraccia anche la bacchetta per dirigere la Serenata di Elgar e il Concerto per archi di Rota. Un ambito esecutivo che comunque I Virtuosi Italiani mostrano di conoscere a memoria per averlo già suonato (ed inciso) in altre diverse occasioni. Il che rende la direzione di Mitz sciolta e libera da ulteriori impegni. Grandi applausi finali e successo indiscusso della mattinata salutato da una sala esaurita, alla quale in apertura il direttore musicale Alberto Martini ha anticipato i prossimi festeggiamenti per il 30° anno di nascita de I Virtuosi Italiani, con due trasferte in Russia ed estremo Oriente, nonché 5 incisioni discografiche. Lunedì 19 dicembre poi il loro concerto a Cremona per i 280 anni dalla morte di Antonio Stradivari.

 

 

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