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virtuosiiVerona, 5 dicembre 2017. Programma molto curioso, sicuramente insolito, ma applauditissimo dal pubblico, quello proposto da I Virtuosi della Scala al Teatro Ristori, nel suo voler assommare i nostri migliori musicisti dell’Ottocento, da Donizetti, a Paganini e Verdi, affratellati dalla forte passione per la musica cameristica. 

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{tab title=Visto da Gianni Villani}

 

A loro è stato unito quel Bottesini (non dimentichiamoci direttore della prima Aida di Verdi) che poi contribuì, insieme ai colleghi Bazzini, Arditi e Piatti, al debutto dei Quartetti di Donizetti, oltre che autore lui stesso, di ben sette quartetti per archi. Il suo “Andante sostenuto” dedicato all’editore Giulio Ricordi, recentemente scoperto proprio da I Virtuosi scaligeri, è un’opera in un unico movimento di solide basi musicali e strutturali, caratterizzata da una certa preminenza data ai primi violini, che offre un magnifico esempio di stile italiano nella cameristica ottocentesca.
Il concerto al Ristori era iniziato nel nome di Donizetti, con la proposta del suo penultimo “Quartetto n. 17” in re maggiore trascritto per archi, e proseguito con la “Fantasia su Traviata e Rigoletto” di Verdi, orchestrata dal barese Donato Lovreglio, lavoro classicamente strutturato che evidenzia le qualità virtuosistiche del clarinetto e dei suoi esecutori. Fabrizio Meloni, pochi giorni fa ancora al Ristori, ha confermato quanto il suo strumento sia fra i migliori oggi in circolazione -e non solo sui circuiti nazionali- per plasticità e colore, sottolineandolo ulteriormente col delizioso “Oblivion” di Piazzolla concesso come bis.
I Virtuosi della Scala sono un manipolo di 15 archi, che trovano con facilità la giusta espressività nei passaggi cantabili, mostrando d’altra parte doti di virtuosismo e tenuta tecnica al disopra di ogni dubbio, che rendono così onore alla scuola italiana degli archi. Un esempio lampante è stata la prova della giovane solista Laura Marzadori, spalla dell’orchestra -propostasi nelle Variazioni sulla preghiera “Dal tuo stellato soglio” dal Mosè in Egitto di Rossini, trascritto da Paganini- alla quale va rivolto un elogio particolare per il rigore stilistico e la generosità di musicista completa.
Gli scaligeri hanno una maniera di fraseggiare così interiorizzata da sembrare basata su uno scambio telepatico di pensieri che rende più palese che mai i legami col mondo di Haydn, Mozart, i primi Beethoven e Schubert. E non tanto per gli sviluppi armonici e tematici, ma per la sottile bellezza del loro tessuto strumentale, per gli effetti coloristici nei trapassi da modo maggiore a modo minore. Ad ogni buon conto la loro esecuzione è stata assolutamente convincente perché molto musicale, dove ogni dettaglio viene curato a dovere come messe di voce, trilli, abbellimenti, crescendo o altri elementi di agogica. Non parliamo poi nell’unico quartetto verdiano, suonato al termine con l’orchestrazione di Toscanini, giunto all’orecchio sempre interessante e piacevole sicuramente anche per merito del grande Giuseppe, che meriterebbe maggiore interessamento nei concerti cameristici. Al pari di quel Nino Rota, autore di tutti i film di Fellini, di cui è stato concesso come bis il finale del Concerto per archi.

 

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FOTO fornita dall'ufficio stampa del Teatro Ristori

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