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3poxp1510129398Venezia, 4 novembre 2017,  Il concerto di apertura della Fenice celebra il centenario di Porto Marghera e lo fa con un eterogeneo programma legato dal tema della nascita di un "nuovo mondo".

I pezzi in prima esecuzione del compositore Fabio Vacchi su testo di poeti di fabbrica, la versione orchestrale di "Io che non vivo" di Piero Donaggio e dal nuovo mondo la sinfonia n. 9 di Antonin Dvorak. Dirette dal maestro Donato Renzetti


Visto da Mirko Gragnato

Celebrare il centenario di Porto Marghera sembra un qualcosa di strano, di controcorrente, vista la sensibilità alle politiche green e all'ecosostenibilità che dai protocolli di Kyoto ad oggi fanno parte delle agende di molte istituzioni,

A 100 anni dal 1917, l'anno più tragico del primo conflitto mondiale, molti si concentrano sulla ricorrenza della rivoluzione di ottobre, ma Venezia fa i conti con sè stessa e con la propria storia, quando l'idea di Marghera prese vita e la creazione di un polo industriale e di un agglomerato urbano destinato ad ospitare i lavoratori nasceva da un intento nobile, quello di preservare Venezia dalla decadenza come idea dell'imprenditore e politico veneziano Giuseppe Volpi.

Il programma che celebra la creazione di un nuovo mondo, cercando di ritrovare quegli ideali che fecero di Marghera fonte di crescita e di innovazione, un'impennata legata ai chiaro scuri dei problemi di inquinamento nel delicato equilibrio della laguna, di questioni di salute e di lotte sindacali.
La prima parte del programma vuole estrarre quel lato umano che è difficile descrive ma che spesso i poeti e la letteratura permettono di sfiorare prima ancora che la storia possa toccare e analizzare temi roventi.

Quindi il compositore Fabio Vacchi con un'esperienza che più volte l'ha visto partecipare a biennale musica ha cercato di dare una colonna sonora, con Canti di Fabbrica, ai testi di quei poeti che dalla fabbrica hanno tratto le loro storie e il loro paroliere. I testi di Zanichelli, Brugnaro, e Franzin in italiano e in dialetto veneto trovano quindi senso nelle note create da Vacchi:
le parole di Attilio Zanichelli con "città addormentata" vengono incorniciate dalla sezione dei legni, che disegnano linee indirette di suoni filanti, come i tapis roullant di una catena di montaggio mentre gli ottoni con la sordina, rievocano processi mascherati e ovattati da grovigli di tubi.
Il tenore Paolo Antognetti in questo intreccio di linee melodiche si inserisce con un recitar cantando
il testo "Marta" di Fabio Franzin, molto più poetica e languente, si esprime quasi come voce sommersa dal sapore pucciniano.3qnje1510129329

I testi "L'altro giorno l'ho preso" e "non racconteremo mai abbastanza" di Ferruccio Brugnaro, vengono delineati da colpi di percussioni e andirivieni dei violini a leggio che man mano crescono di numero con ghirigori di giri di corda ad libitum e pizzicati di bassi.
Legni sibilanti, in un riecheggiare di rumori in un crescendo che dal brusio porta all'assordante, un avvicinarsi del tonitruoante rumore dei macchinari che nel forte dei tre tromboni trova racchiusa la potenza degli impianti industriali.


A chiudere la prima parta un'opera che si lega per nascita e per tema a Venezia, l'Attila di Giuseppe Verdi, il tenore Stefano Pop con il coro "qual notte" che segna l'arrivo dei profughi aquileiesi a Venezia, una sorta di nuovo inizio, di rinascita che porta alla fondazione di Venezia.
Un nuovo mondo che nasce e che cresce, con i bellissimi movimenti dei flutti che Verdi smuove tra i suoni dei flauti e i tremolii dei violini, sino all'enfasi del coro, del "Lode al Creator".
Il tenore Stefano Pop nel ruolo di Foresto mostra una voce perfetta e piena nell'aria "Ella in poter del Barbaro" anche nell'acuto un suono pieno e corposo, ma che non è spinto e sfrontato con un sentimento che delinea perfettamente le parole del libretto.
In religioso silenzio il pubblico della Fenice per le parole "ma dall'alghe di questi marosi, qual risorta fenice novella, rivivrai più superba, più bella della terra, dell'onde stupor!" segnano la nascita dell'isola di Venezia prima del solista e poi nell'enfasi del tutti.
Coro e Orchestra nella parte operistica estraggono tutte le abilità di orchestra d'opera, così nel DNA della Fenice alle quali il pubblico ha tributato molti applausi.
Nella seconda parte a concludere il programma di questo concerto inaugurale di Antonin Dvorak la sinfonia dal Nuovo Mondo, l'orchestra si muove bene soprattutto nel movimento lento arricchendolo di profondo patetismo .
Il maestro Donato Renzetti, molto noto e acclamato, ha mostrato una direzione molto contenuta senza paritcolare enfasi in una sinfonia ormai sentita e risentita in tutti i programmi e stagioni dei teatri, mentre nei pezzi contemporanei di Fabio Vacchi dava misura contenuto all'esecuzione.

 

FOTO DI MICHELE CROSERA

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