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Verona, 25 settembre 2017. E’ prassi da alcuni anni che l’Accademia Filarmonica ospiti l’orchestra residente della città, quella della Fondazione Arena, in quest’occasione diretta da Julien Masmondet e con la partecipazione del pianista Seong-Jin Cho.

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{tab title=Visto da Lukas Franceschini}

 

Il programma prevedeva l’esecuzione dell’Adagio per archi Op. 11 di Samuel Barber, il Concerto n. 2 per pianoforte e orchestra in fa min. Op. 21 di Fryderyk Chopin, e la Sinfonia n. 9 in mi min. Op. 95 di Antonin Dvorak.
Barber è sicuramente il più importante compositore americano del XX secolo. L'Adagio per archi fu eseguito per la prima volta l’11 maggio 1938 in una trasmissione della NBC Symphony Orchestra di New York diretta da Arturo Toscanini, il quale incluse il brano nei programmi di concerti futuri sia in Europa sia in America. E’ il brano più famoso di Barber e trattasi di un arrangiamento, dello stesso autore, di un movimento del suo Quartetto per archi op. 11, composto nel 1936. Il pezzo segue cho 2una forma ad arco, e si basa su una breve cellula melodica basata su gradi congiunti ascendenti, che vengono in seguito variati, interpolati ed invertiti.
Il Concerto n. 2 di Chopin, compositore per pianoforte per antonomasia, fu scritto nel 1829 da un giovanissimo autore, il quale con quest’opera focalizza la prima partitura dall’inconfondibile stile melodico, e molto personale nello slancio lirico nell’utilizzo dello strumento solista. Considerato il predominio della parte solistica, cui si aggiunge una “forma libera”, per molti studiosi è il caso di parlare di grande fantasia per pianoforte con accompagnamento orchestrale. Rilevanti sono il secondo movimento, un prezioso gioiello di carattere d’improvvisazione con un’espressione appassionata, ma è il movimento finale, in forma di rondò, a farla da padrone su un ritmo di danza popolare (polacca) che rasenta il valzer. E’ un episodio colmo di slancio, brillante belle idee melodiche e ritmiche, e una tecnica sopraffina che conclude il concerto in modo mirabile.
La Sinfonia n. 9 denominata “Dal nuovo mondo” (1893) appartiene al periodo di residenza americana del compositore. In tale soggiorno egli si occupò di canto indiano e negro e questa composizione è sullo spirito di tali melodie popolari, però senza nessuna citazione letterale. Peculiare fu il tentativo di un compositore europeo di indicare agli autori locali una possibile via “nazionale” in campo musicale. Il suggerimento restò purtroppo isolato poiché il brano composto da Dvorak è schiettamente intriso della tradizione europea, e perché gli elementi della musica popolare americana sfoceranno poco dopo nei generi jazz e simili. Dvorak, nella composizione, abbandona quella scrittura densa e per alcuni aspetti ieratica che aveva caratterizzato le sue sinfonie precedenti, per trovare uno slancio più originale ispirato dal differente senso della natura che il nuovo continente ispirava e dallo stile di vita incalzante. Ne sortisce una sinfonia, tra le più sorprendenti e celebri della seconda metà del XIX secolo, ricca d’idee, di episodi, di temi e intrecci che evidenzia il confluire di due civiltà. Indicativo che nel secondo movimento l’eco della musica dei pellirosse, nel terzo una memoria di danze popolari, entrambi sfociano nel finale (allegro con fuoco) in cui l’imponente viluppo riallaccia i principali spunti precedenti.
Trionfatore della serata è stato il pianista coreano Seong-Jin Cho, il quale ha vinto il primo premio al Concorso Chopin a cho 3Varsavia nel 2015. Pur con la giovane età il solista ha impressionato soprattutto per l’eleganza dell’interpretazione accomunata da un suono incantevole per romanticismo. E ovviamente non manca la tecnica, raffinata, precisa, e sotto taluni aspetti, sconcertante considerando la giovane età del pianista, la quale spesso nei giovani è rilevante ma non accomunata da un’altrettanta partecipazione interpretativa. Non in questo caso, nel quale fraseggio e scioltezza erano pari e di grande effetto, e non si può che compiacersi per un futuro che auguriamo tutto radioso. Resterà in memoria il terzo movimento per la levatura tecnica ed espressiva che Cho ha dimostrato di possedere con autorevoli capacità interpretative. Buona la prova dell’Orchestra dell’Arena, anche se non cosi partecipata come negli altri brani in programma e la bacchetta di Masmondet non trovava particolari intuizioni romantiche che il brano richiede.
Il concerto era iniziato con l’Adagio di Barber, nel quale gli archi areniani hanno dimostrato entusiasmante affiatamento, e una rilevante musicalità e uno spirito intimistico davvero emozionante.
Nella Sinfonia di Dvořák il direttore Masmondet ha preso più quota offrendo una lettura ragguardevole soprattutto nella scansione del ritmo, i variegati colori e i cromatismi sferzanti ma precisi. In tal esecuzione si è potuto apprezzare una bacchetta finemente raccolta nel gesto coeso e un’orchestra in buona forma, puntuale negli interventi solisti.
Il pianista Cho ha offerto due bis fuori programma: Clair de Lune di Debussy, intimissima, e una versione molto virtuosistica della Campanella di Liszt tratta da uno spartito di Niccolò Paganini.

 

FOTO DI Brenzoni  -  Verona

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