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norma bartoliProbabilmente la pubblicazione discografica più attesa del 2013 è la Norma incisa da Decca con protagonista Cecilia Bartoli, attorniata da colleghi di chiara fama e con un direttore d'illustre pratica barocca.

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{tab title=Visto da Lukas Franceschini}

Nel catalogo Decca questa è la quarta edizione dell'opera di Vincenzo Bellini, dopo le due di Joan Sutherland (1964, 1984) e quella con Elena Suliotis (1967), e ad onor del vero è la più curiosa. A confermare la tesi sono anche le note di copertina firmate dalla stessa Cecilia Bartoli, la quale in un lungo e complesso discorso vuole avvalorare e giustificare la scelta stilistico musicale di questa edizione. Partiamo proprio da questo punto. La cantante romana evidenzia che oggi la percezione del suono è influenzata dalle evoluzioni tecnologiche. Verissimo! Inoltre se prendiamo la questione del diapason a 440 Hz, apriremo un dibattito infinito che continua a tener banco tra i musicologi e gli esecutori. Poi la stessa vuole farci intendere che oggi il bel canto è criticato perché monotono e noioso, in virtù del diapason differente rispetto a quello usato nella prima metà del 1800. Tesi alquanto dubbia e personale, semmai possiamo concordare che l'organico orchestrale delle esecuzioni odierne è notevolmente più ampio rispetto al passato. Quale secondo punto la Bartoli giustifica la scelta editoriale e musicale dell'incisione avvalendosi del parallelismo che i primi interpreti di Norma studiarono, praticarono e si produssero nel repertorio barocco, ereditato dalla grande scuola dei castrati, pertanto oggigiorno per tornare alle origini filologiche dell'opera belliniana bisogna ispirarsi ai dettami del canto settecentesco. E secondo tale principio evince che il modo di cantare, tradizionalmente noto è errato o almeno imposto dalla tradizione ma non filologicamente attendibile. Non metto in dubbio che molti cantanti del secolo scorso non si siano attenuti ai trattati di canto tipico dei castrati, tuttavia Norma è opera di un altro secolo con tutte le influenze del caso, e personalmente ritengo che il romanticismo espresso abbia poco da spartire con l'opera barocca. Sempre seguendo il suo discorso, la sig.ra Bartoli traccia il parallelismo delle più importanti interpreti dell'opera in epoca ottocentesca: Maria Malibran e Giuditta Pasta. Anche in questo caso è abbastanza superfluo, almeno per i meno sprovveduti, riconoscere il carattere personale delle cantanti, le quali si cimentarono in un repertorio simile ma anche variegato secondo le usanze dell'epoca. Si vuole avvalorare la tesi, in parte superflua che la voce adatta a cantare Norma deve essere scura e più grave rispetto a quella di Adalgisa, ruolo che peraltro era sta interpretato in prima da Giulia Grisi, la quale aveva in repertorio opere come Semiramide e in seguito anche Norma quale protagonista. Che la prassi novecentesca abbia i poi attribuito i due ruoli al soprano drammatico e al mezzosoprano, è solo questione di vocalità e possibilità canore delle interpreti. Altro fattore rilevante va evidenziato: tutti questi personaggi richiedono voci di grande temperamento, tecnica, e doviziosa partecipazione drammatica con accenti, colore e fraseggio atti a delineare le emozioni del personaggio. Si muove inoltre altra critica alla prassi che vuole un Franco Corelli e un Mario De Monaco tenori depositari della tradizione sull'interpretazione di Pollione. Discutibile fin che si vuole, ma un Domenico Donzelli baritenore dove si trovava nel secolo scorso e dove si trova oggi? Divertente il parallelo che Donzelli emergeva nei ruoli rossiniani, la Bartoli ne consegue che Corelli e Del Monaco avrebbero avuto eguali successi in Cenerentola e Barbiere? E allora cosa dovremo affermare che sarebbe stato opportuno scritturare Tito Schipa e Cesare Valletti? Tralasciamo un altro tenore: Giacomo Lauri Volpi, che probabilmente avrebbe avuto qualcosa da dire in merito. Resta poi la questione degli strumenti originali e il diapason a 430 Hz. Non ho nulla in contrario a questo non è certo il diapason, come dirò in seguito, che determina un'eccellente esecuzione.

Partiamo dal direttore Giovanni Antonini che specialista nel barocco affronta Norma con le stesse dinamiche. Già nell'overture si odono suoni sfibrati spesso rumorosissimi e in pianissimo senza trovare una drammaticità espressiva. Lo stesso si riscontra in tutta l'opera, dove ad esempio abbiamo un'estenuante "Casta Diva" dai tempi dilatatissimi e una successiva cabaletta stile carica di Custoza. Lo stesso si verifica in molte altre occasioni ove le sonorità secche e poco espressive di un'orchestra anche apprezzabile sono mal usufruite nel repertorio adottato.

Cecilia Bartoli mostra tutto il suo impegno e la sua caratura per eseguire ed interpretare il personaggio, tuttavia ha una voce poco armonica, abusata in trilli e rallentati poco si addice a Norma. Manca inoltre il colore e l'accento della grande primadonna tragica e tutte le cabalette hanno un gusto più rossiniano che belliniano. Manca inoltre nel peso specifico del recitativo che in questo caso non si può risolvere come nel barocco, ma la Bartoli non cambia rotta e spesso risulta ridicola ed insignificante.

Si diceva prima del personaggio di Adalgisa. Talune affermazioni sono pertinenti ma secondo questo principio perché scritturare Sumi Jo, la quale è stata un bravo soprano soubrette? Quale dunque il segno filologico? Ovvero il segno sarebbe che anche in sede di registrazione un soprano lirico probabilmente "coprirebbe" la protagonista, pertanto si è dovuti ricorrere ad altro soggetto. La Jo con Adalgisa c'entra come i cavoli a merenda, anche se ci troviamo di fronte ad una cantante in declino dopo onorata carriera ma che meriterebbe altri ruoli e la sua discografia è chiara in tal senso.

Stessa tesi vale anche per il Pollione di John Osborne tenore oserei affermare con tendenze al contraltino, il quale sfoggia una personale interpretazione con filati, smorzature e falsetti credendo di interpretare quando invece la voce è spesso opaca e spenta. Inoltre è da considerare che manchi di scansione e di mordente, in particolar modo nel duetto atto I, avvicinandosi al ruolo del fiero seppur meschino condottiero rasentando il malinconico e mellifluo cantore.

Michele Pertusi avrebbe forse avuto un tempo le carte necessarie per il ruolo di Oroveso, anche con voce non propriamente scura, ma era molto raffinato nell'accento e nella modulazione. Aspetti che ora trovano qualche lacuna oltre ad acuti non propriamente centrati. I migliori di questa incisione cui non si è voluto imporre particolari prerogative sono Reinaldo Macias, che pare almeno in disco abbia il doppio del volume di voce rispetto Osborne, e Liliano Nikiteanu che traccia un'onesta Clotilde.

Infine è da considerare positivamente il lavoro della nuova edizione critica di Riccardo Minasi e Maurizio Biondi, ma avrebbe meritato un cast, direttore e orchestra differenti. L'edizione rappresenta per alcuni versi anche una curiosità ma sostanzialmente troppo costruita e ricamata addosso alla protagonista.

 

CD DECCA 478 3517

NORMA

Tragedia lirica in due atti su libretto di Felice Romani

Nuova edizione critica di Maurizio Biondi & Riccardo Minasi

Norma        Cecilia Bartoli

Adlagisa     Sumi Jo

Pollione      John Osborne

Oroveso     Michele Pertusi

Clorilte       Liliana Nikiteanu

Flavio         Reinaldo Macias

Orchestra La Scintilla e Inernational Chamber Vocalists Chorus

Direttore Giovanni Antonini

M.o del coro Jurg Hammerli

℗ 2013

Registrata allEvangelisch-reformierte Kirchgemeinde a Zurigo nell'aprile e settembre 2011 & gennaio 2013

Recensione dello spettacolo.

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