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altPesaro, 3 marzo 2010

L’idea di riscoprire l’opera omnia di Gioachino Rossini nasce nel 1969 al Teatro alla Scala di Milano, quando Gianfranco Mariotti assiste alla prima esecuzione dell’edizione critica de Il barbiere di Siviglia, diretta da Claudio Abbado. La cura della pubblicazione, volta a ristabilire la forma originale del capolavoro rossiniano, è affidata dall’editore Ricordi ad Alberto Zedda, accortosi, tempo prima, di numerose ingerenze non autentiche nella partitura e ormai entrate nella tradizione. Nel 1980 il Comune di Pesaro istituisce il Rossini Opera Festival, con l’intento di recuperare e restituire alle scene il patrimonio sommerso del compositore, affiancando e proseguendo in campo teatrale l’attività scientifica della Fondazione Rossini con un originale laboratorio interattivo di musicologia applicata.
“Sono stati trenta anni di battaglie – ci ha detto il sovrintendente del ROF – combattute prima di tutto con la città, che inizialmente non credeva al progetto da cattedrali gotiche di pubblicare le edizioni critiche di tutte le opere del Maestro, ritenendo che sarebbero finite negli scaffali delle biblioteche, principalmente a causa del diffuso pregiudizio storico che Rossini fosse semplicemente un autore buffo, non in grado di evolversi con i gusti del pubblico. Sapendo dell’esistenza di un vero e proprio giacimento di capolavori sconosciuti, soprattutto seri, il Festival è nato come un prolungamento dell’attività di studio, con lo scopo di portare in scena le opere riscoperte e non lasciarle confinate alla sola attività editoriale”.
altL’impresa monumentale inizia con la pubblicazione del primo volume dedicato a La gazza ladra, a cui si sono aggiunti altri numerosi titoli teatrali, oltre a musica sacra, strumentale, vocale da camera, di scena, cantate, inni e cori. “Con il tempo i pesaresi hanno capito l’enorme importanza del lavoro svolto ed hanno iniziato a seguire le istituzioni, operando tutti quanti per un obiettivo comune. Nel 1986 il New York Times ha dedicato un inserto domenicale a Pesaro, scrivendo della nuovissima formula adottata dal ROF della musicologia applicata al teatro, base fondamentale di numerosi successi popolari, che hanno contribuito alla valorizzazione e alla comprensione del linguaggio astratto di Rossini, dove il buffo e il tragico sono l’uno il lato opposto dell’altro ed il pubblico moderno ne è stato travolto”.
Il Festival porta in scena le lezioni autentiche dei capolavori del Cigno di Pesaro e i ritrovamenti dei titoli sconosciuti da oltre tre decenni, con cantanti e artisti di levatura mondiale, badando inizialmente alla purezza del suono, per concentrarsi successivamente su nuovi accenti e stare al passo con i tempi. “Non è possibile restare confinati alla tradizione, poiché essa non esiste nell’opera rossiniana. Pertanto dopo i primi anni ci si è posti il problema della riconversione del linguaggio e dei codici espressivi, combattendo quotidianamente una battaglia contro la marginalizzazione della cultura, con l’obiettivo del rinnovo artistico continuo. Si pensi a tragedie come Ermione, ancora oggi attuali e scioccanti a causa dei temi trattati intrisi di questioni di scontro tra occidente ed oriente, in cui il Maestro applica stili completamente diversi dai lavori precedenti e da quelli successivi”.
altLa Rossini renaissance ha investito il pubblico di tutto il mondo e ogni anno si recano a Pesaro spettatori provenienti d’oltreoceano, desiderosi di assistere per la prima volta alla rinascita di veri e propri capolavori. “Quando tutte le edizioni critiche saranno pubblicate, insorgeranno nuove responsabilità – conclude Gianfranco Mariotti – ed il compito della Fondazione Rossini e del Rossini Opera Festival sarà quello di stare al passo con i tempi, attenti ai cambiamenti culturali, seguendo il cambiamento dei gusti artistici e musicali. Ognuno degli operatori di questo grande apparato, a partire dai tecnici teatrali, è consapevole di partecipare e contribuire in prima persona con le proprie competenze ad un progetto che gli sopravvivrà”.

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