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mix3 maggio 2020. Il mondo si è fermato. Addirittura i paesi in guerra hanno proclamato il cessate il fuoco. La grave emergenza sanitaria ha costretto l'intero pianeta a concentrarsi sulla salute. Ma accanto al dolore, alle perdite e alla paura del contagio, si fa strada il timore per l'economia e il sostentamento delle famiglie e di intere nazioni. Tra i settori più colpiti c'è indubbiamente la cultura, fin troppo spesso considerata non necessaria, ma mai così essenziale come adesso, poiché libri, film, musica e spettacolo stanno aiutando le persone ad affrontare la difficile situazione, credendo ancora in un mondo fatto di valori umani e sentimenti.

L'opera lirica svolge un ruolo fondamentale nella cultura italiana ed è un biglietto da visita inconfondibile, una forma d'arte insostituibile esportata in ogni angolo della Terra. Ma in questo frangente i teatri si trovano spogliati delle loro attività, le Fondazioni sono in difficoltà, i lavoratori autonomi sono in piena crisi economica. Tutto ciò sta portando enormi conseguenze, non solo artistiche e culturali, ma anche turistiche ed economiche, senza dimenticare quelle sociali. I Festival dedicati a DonizettiRossini e Verdi hanno un compito ben preciso, con le radici saldamente ancorate all'attività scientifica, a un livello decisamente differente rispetto a tutte le altre realtà italiane. Quali sono le perdite in termini di ricerca, di filologia, di progetti? In che modalità e misure si potrà ripartire? Quali possono essere le soluzioni e le prospettive? Questa situazione potrà essere il volano per intraprendere le azioni necessarie per rilanciare il settore? Di cosa ha bisogno, in termini politici centrali, ma anche nelle singole gestioni locali, la tanto amata e odiata opera lirica italiana?

 

Anna Maria_MeoANNA MARIA MEO, Direttore generale del Teatro Regio di Parma. “Poche riflessioni da condividere in questo momento complicato per tutti e delicatissimo anche per le Istituzioni culturali che il virus ha defraudato della prima e più preziosa dimensione: quella dello spettacolo dal vivo e della socialità a questo indissolubilmente collegata.
Come una scure il virus si è abbattuto su progetti avviati, produzioni in corso, narrazioni che nel mondo dell'opera più che in altri sviluppano un arco temporale anche molto lungo, abbracciando ottiche pluriennali e dando quindi anche ai lavoratori stagionali, alle maestranze e agli artisti un orizzonte che ha permesso loro finora di programmare lavoro e vite con un margine non troppo marcato di insicurezze.
La prospettiva di Stagioni e Festival che si susseguivano ha cadenzato fino a ieri la vita di moltissimi lavoratori dello spettacolo, generando una dimensione di precariato in qualche modo sostenibile.
Dai primi di marzo tutto è cambiato e non è ad oggi possibile prevedere quale sia la prospettiva temporale per un auspicabile ritorno alla fase pre-virus, che pure aveva ampi margini di miglioramento.
Molti i tavoli aperti, ai quali partecipano le associazioni che riuniscono le diverse Istituzioni. Il decreto di recente pubblicato però non cita né dà indicazioni circa le regole che dovrebbero scandire la vita dei Teatri nei prossimi mesi, e nemmeno si intravede un orizzonte possibile dal punto di vista temporale per il riavvio delle attività.
Ma quello che in ogni caso nessun decreto potrà regolare né prevedere è la dimensione emotiva del pubblico, né immaginare quale sentimento prevarrà quando gradatamente torneremo alla normalità.
Non sappiamo se prevarrà la paura o il desiderio di recuperare al più presto i ritmi di vita, scanditi da quei riti collettivi fino a ieri irrinunciabili che si svolgevano nei nostri Teatri e che tanto contribuiscono alla crescita culturale delle comunità.
Tutto questo oggi attiene alla sfera emotiva di ognuno di noi ma poggerà anche - inutile negarlo - sulle diverse situazioni economico-finanziarie di singoli e di famiglie che usciranno da questa crisi indeboliti e con una percezione del futuro senz'altro meno rosea di quanto fosse prima del dilagare della pandemia e probabilmente avranno una minore propensione a spendere anche in consumi culturali.
Questo potrebbe contribuire a sgretolare parzialmente la base sulla quale i nostri progetti hanno fin qui poggiato, vanificare tutti gli sforzi, gli investimenti, i progetti realizzati in questi anni per generare nuovo pubblico, ampliarne la base, fidelizzarlo e stimolarlo con idee innovative e proposte inclusive.
Il Teatro Regio ha molto investito negli scorsi anni in progetti che tenessero insieme rigore filologico dal punto di vista musicale e approccio innovativo dal punto di vista registico, progetti istituzionali e progetti divulgativi che puntavano a coinvolgere anche un pubblico non di per sé appassionato ma da conquistare, incluse comunità fragili alle quali abbiamo sempre creduto non fosse giusto precludere la possibilità di condividere le emozioni che l'Opera sa regalare.
Tutto questo sembra oggi lontano anni luce, siamo diventati meno fiduciosi e ci sentiamo tutti più fragili, temiamo che alla ripresa delle attività tutto il lavoro svolto con passione e determinazione negli anni passati venga considerato un di più, qualcosa di cui si potrà fare a meno nella prima fase di ritorno alla vita normale.
Sarebbe un errore gravissimo non reagire per contrastare questa percezione, per rivendicare il ruolo delle nostre Istituzioni, degli Artisti e delle Maestranze non con generici appelli ma dimostrando che il bene che offriamo quotidianamente non è un lusso ma un bene di prima necessità, dobbiamo farlo con proposte culturali che tengano conto del momento, della percezione emotiva, delle prescrizioni a tutela della sicurezza.
Dobbiamo riuscire a riguadagnare il ruolo e la centralità che solo settimane fa avevamo all'interno delle nostre comunità e anche di comunità più ampie a livello internazionale: le nostre attività generavano un nomadismo culturale importantissimo anche per l'indotto economico che generava. Un pubblico appassionato e fortemente motivato che programmava lunghi viaggi non solo per assistere a degli spettacoli ma per vivere esperienze indimenticabili, saldandosi al pubblico locale.
Tutto questo è l'Opera, è il momento di ribadirlo e di dimostrare che siamo capaci di risorgere e contribuire a far rinascere le nostre preziosissime comunità”.

 

micheliFRANCESCO MICHELI, Direttore artistico del Festival Donizetti Opera. La distanza sociale imposta dalla pandemia ha lasciato tutti smarriti e, potenzialmente, incapaci di agire. Però questa condizione non va intesa solo come “blocco”, se infatti guardiamo indietro a quel che è accaduto in questi mesi, non è vero che il mondo si è totalmente fermato: noi a Bergamo, per esempio, anche nei giorni in cui la pandemia ha colpito più duramente la nostra vita i nostri affetti e le nostre abitudini, siamo rimasti operosi e, nei limiti imposti dal contenimento sanitario, abbiamo continuato a costruire, pezzo per pezzo, ipotesi di futuro per noi e per il pubblico del festival Donizetti Opera, nella convinzione che la musica potesse essere un utile contributo per alleviare il dolore e l’angoscia. Due fondamentalmente i progetti portati avanti con il pubblico: “Pronto Gaetano”, un filo diretto fra gli abbonati e noi del festival, col quale io, il direttore musicale Riccardo Frizza e il direttore scientifico Paolo Fabbri, abbiamo provato a restare vicini agli appassionati; quindi il Gran Gala sul sofà, un nuovo format pensato per i social in cui siamo entrati nelle case degli artisti più vicini a noi per conoscerli meglio, per parlare di Donizetti e per fare un po’ di musica. L’intenzione era proprio quella di non fare un concerto in versione “ridotta” ma di trovare una forma di comunicazione alternativa che magari un giorno potrà rimanere presente anche quando torneremo in teatro. Pare che l’operazione sia stata apprezzata, avendo avuto ben 45.000 spettatori e, quasi subito, avendo assistito a diversi altri simili tentativi da parte di altre istituzioni.È comprensibile che in una fase come quella che stiamo vivendo l’aiuto ad alcuni settori sia privilegiato, tuttavia il mondo dello spettacolo è fatto di cittadini come tutti gli altri, la cui attività è primaria per la serenità della vita umana e le cui condizioni di lavoro, diversamente da quanto si crede, sono fra le più precarie. Come si dice sempre, l’opera è un tassello fondamentale della cultura del Paese e proprio in questa direzione abbiamo voluto intendere l’orgoglio cittadino per Gaetano Donizetti (uno dei compositori più significativi del Romanticismo e il quinto più eseguito in assoluto nel mondo) come fulcro della programmazione artistica bergamasca, della proiezione cittadina nei circuiti del turismo, di una rinnovata consapevolezza dei bergamaschi riguardo l’importanza collettiva dell’eredità culturale. Siamo convinti che il festival Donizetti Opera, attraverso i suoi artisti e la credibilità internazionale conquistata in questi primi cinque anni, sarà un tassello fondamentale per la ripresa delle attività a Bergamo, ulteriormente spinta della riapertura del Teatro Donizetti dopo i restauri. L’attività scientifica legata alla musicologia è da sempre, purtroppo, abituata a operare in regime di ristrettezze economiche, quindi è molto probabile che tutti i ricercatori impegnati nello studio delle fonti musicali abbiano continuato a studiare anche in questo periodo, gravati non solo dalle difficoltà economiche ma anche dalla chiusura delle biblioteche. Se il sostegno istituzionale prevedesse più sistematicamente forme di integrazione tra produzione artistica e ricerca musicologica, si potrebbero attivare certamente più circuiti virtuosi. Ma se c’è una cosa di cui l’opera ha immensamente bisogno, è che si smetta di fari circolare il luogo comune che sia un’arte noiosa e odiata da tanti: non è mai stato vero e non lo è neppure oggi.

 

 

Ernesto PalacioERNESTO PALACIO, Sovrintendente del Rossini Opera Festival. “Il Rossini Opera Festival ha una lunga storia di oltre quarant’anni, nel corso dei quali sono state recuperate, studiate e restituite al mondo in edizione critica dai musicologi della Fondazione Rossini e via via messe in scena dal ROF tutte le opere di Gioachino Rossini. Ne manca solo una, Eduardo e Cristina, che sarà presentata in una delle prossime edizioni.
La sfida che ci troviamo di fronte, conclusa la fase della riscoperta di partiture completamente dimenticate, è quella di far sì che questi capolavori da noi riproposti per la prima volta al pubblico di tutto il mondo siano più frequentemente messi in scena.
L’idea è dunque di dar sempre maggiore spazio, a partire dai nostri cartelloni, a tutte le opere di Rossini, in particolare a quelle più rare. Abbiamo eseguito diverse di esse una sola volta, alcune anche diversi anni fa: nelle prossime stagioni abbiamo intenzione di riproporre i titoli meno frequentati, così da essere da stimolo per gli altri teatri e istituzioni musicali.
In tempi di Coronavirus, guardare avanti agli anni a venire può sembrare presuntuoso o addirittura inutile, ma invece sentiamo di avere il dovere di farlo, e di immaginare come, già da questa estate, si possa provare a reagire con idee nuove ed assetti alternativi per non perdere del tutto la stagione e per presentare al nostro pubblico proposte musicali di qualità. Il tutto, ovviamente, si realizzerebbe solo se sarà possibile la tutela di un bene primario come la salute pubblica: quella degli spettatori, degli artisti e delle maestranze, nonché degli abitanti della città. Stiamo studiando varie formule, ma ne sapremo di più solo quando il Ministero emanerà i provvedimenti relativi alla sicurezza nei luoghi di spettacolo. Sarà il Governo, insomma, a doverci dire cosa sarà possibile fare questa estate. Da parte nostra, siamo attrezzati ad ogni evenienza.
Tra i primi (il 5 marzo con le edizioni 2016 e 2017 del Viaggio a Reims dei giovani dell’Accademia Rossiniana “Alberto Zedda”, prima tappa di un percorso che sin qui ha presentato 13 eventi) abbiamo diffuso nostri spettacoli in streaming, grazie alla collaborazione con Unitel e Ricordi.
La musica, però, si fa dal vivo: è per questo che, in attesa di poter tornare ad una situazione meno precaria, ci stiamo inventando soluzioni alternative”.

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