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b_200_150_16777215_00___images_de-lucia.jpgChe cosa hanno in comune Fritz Kobus, Osaka, Giorgio Rantzau e Silvano? Oltre ad essere alcuni dei protagonisti principali delle opere di Pietro Mascagni, sono stati anche ruoli creati appositamente dal tenore napoletano Fernando De Lucia. Non c'è una giornata migliore di quella odierna per approfondire la carriera di quello che venne definito un vero e proprio "usignolo": in effetti, egli nacque nella città partenopea proprio l'11 ottobre del 1860, esattamente 154 anni fa. Come arrivò De Lucia a conquistare il suo incredibile successo? L'influenza e l'ispirazione della famiglia furono determinanti. Il padre era stato un suonatore di clarino, mentre il fratello riuscì a diventare un valido violinista, di conseguenza si respirava musica ventiquattro ore su ventiquattro.

Non bisogna dunque sbalordirsi se De Lucia entrò in giovanissima età al Conservatorio di San Pietro a Majella per imparare a suonare il fagotto: spesso i genitori di musicisti e cantanti hanno rappresentato un ostacolo, ma non è questo il caso. Gli occhi dei parenti erano infatti più che competenti e non vi fu nessun risentimento neanche quando Fernando decise di puntare sul contrabbasso. Uno dei suoi maestri, però, capì ben presto che gli strumenti musicali non facevano per lui, era sul suo canto che bisognava puntare. Le note lo accompagnarono sempre, persino nel corso del servizio militare a Caserta (diventò suonatore di grancassa).

 

b_200_150_16777215_00___images_1184348418-concertoperletizia1.jpgUna volta terminata la leva, De Lucia tornò a studiare con i maestri Beniamino Carelli e Vincenzo Lombardi: tra i compagni, inoltre, figuravano nomi che in seguito avrebbero fatto parlare di loro, quali Umberto Giordano, Francesco Cilea e Niccolò Van Westerhout. La svolta della carriera ci fu nel 1885. Nel corso di quella stagione l'impresario del San Carlo di Napoli, Carlo Scalise, si trovava in enormi difficoltà a causa dei cast vocali. De Lucia aveva riscosso un certo successo nel "Mefistofele" nel corso di una rappresentazione privata, quindi venne considerata la scelta migliore per il "Faust" di Gounod insieme a Virginia Ferni Germano. Dopo alcune prove incoraggianti, ci fu il debutto del giovane esordiente il 9 marzo del 1885.

 

I rischi erano altissimi, ma quando si arrivò alla romanza Salve, dimora casta e pura, il ragazzo si dimostrò più maturo del previsto, con una tecnica e una voce molto particolari. Gli applausi aumentarono progressivamente, soprattutto nei duetti. I giornali del giorno dopo non parlarono che di lui. Ad esempio, il critico del Pungolo Michele Uda ne proclamò ufficialmente la celebrità, mentre Nicola Daspuro lo consigliò vivamente all'editore Edoardo Sonzogno. Ecco allora che quest'ultimo si convinse a scritturarlo per "La traviata" al Teatro Comunale di Bologna, anche se il successo più clamoroso arrivò con la successiva "Carmen" a Firenze, un'opera che diventò presto il suo cavallo di battaglia.

 

b_200_150_16777215_00___images_portrait20dedicace20de20de20lucia.jpgAll'estero De Lucia fu accolto in maniera ugualmente trionfale. Al Covent Garden di Londra ebbe un successo tale che anche la Regina Vittoria pretese che cantasse in sua presenza. In Spagna, invece, si verificò un episodio curioso. Julian Gayarre era appena morto e a Madrid era letteralmente venerato. Gli impresari scelsero proprio il tenore campano per sostituirlo, una proposta inizialmente rifiutata nella convinzione di poter sembrare irriverenti. Alla fine De Lucia accettò il contratto, ma la sera del debutto (ne "L'Africaine di Meyerbeer, la stessa opera in cui la voce di Gayarre aveva ceduto) non fu affatto semplice: la trepidazione lo aveva assalito e l'accoglienza fredda al momento della sua entrata in scena aumentò questo stato d'animo.

 

Gran parte del pubblico abbassò lo sguardo e ci fu anche chi si coprì il volto con le mani. Lo spettacolo terminò tristemente senza applausi, ma le serate successive andarono diversamente, con accoglienze entusiastiche e convinte. La sua voce venne definita dolcissima e adattabile a ogni tipo di capriccio. Qualche critico notò delle leziosità di troppo nella fiorettatura delle romanze, ma la sua grazia gli faceva perdonare tutto. Dal punto di vista scenico, al contrario, riusciva a compensare lo scarso studio con la disposizione naturale, l'intuito e il sentimento profondo.

 

b_200_150_16777215_00___images_i_rantzau_2.jpgSono passate alla storia, in particolare, le sue interpretazioni della "Carmen" di Bizet, "La Gioconda" di Ponchielli, "I pescatori di perle" e "La bohème" di Puccini. Il canto non fu sempre lo stesso, soprattutto negli ultimi anni della sua vita, ma tre anni prima di morire fece faville nel corso di un concerto di beneficenza al Politeama di Napoli, grazie ad alcune canzoni popolari e alla romanza Amor mi vieta della "Fedora" di Giordano. Fu anche attivo nell'insegnamento presso il Conservatorio di San Pietro a Majella, prima di spegnersi nella sua Napoli nel 1925, a 65 anni non ancora compiuti.

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