Login

b_200_150_16777215_00___images_a15b5fcdb4894994a11e3c19dffcb527.jpgIl più grande baritono della storia della lirica: è questa l'opinione che spesso si sente di Titta Ruffo, una della voci più apprezzate a livello operistico, a mio modesto avviso uno dei migliori e maggiori interpreti del ruolo di Rigoletto, una precisazione che spiegherò in seguito. Proprio in questi giorni (esattamente il 5 luglio scorso) si sono ricordati i cinquantanove anni dalla morte, quindi non c'è un periodo più propizio per parlarne e cercare di capire cosa ha rappresentato per il mondo del melodramma.

Pisano di nascita, classe 1877, il suo nome completo era Ruffo Titta Cafiero: nella città della torre pendente viene alla luce da una famiglia di artigiani attivi nella lavorazione del ferro, ma ci sarà qualcosa di più duro e resistente nel corso della sua vita, la voce. È verso i diciotto anni che Ruffo scopre di possedere un'ugola non indifferente ed è per questo motivo che si reca a Roma dove viene ammesso al Conservatorio di Santa Cecilia, più precisamente nella classe in cui l'insegnante di canto era Venceslao Persichini. Dopo appena sette mesi abbandona questa esperienza, ma sarà l'interessamento di un altro baritono già affermato, Lelio Casini, a migliorare le sue performance canore.

 

b_200_150_16777215_00___images_ruffobarbiere.jpgIl debutto avviene ad appena ventuno anni al Costanzi di Roma: nella compagnia che dovrà eseguire il Lohengrin di Wagner, ci sono cantanti molto più affermati, ma Ruffo riesce a conquistare le prime ribalte. Il suo nome diventa famoso non solo in Italia, ma anche in Egitto e in America. La sua fama viene conquistata progressivamente grazie soprattutto alla potenza del timbro, ma anche all'estensione, tanto da essere in grado di reggere diciassette note, incluso il do da tenore. Tra i suoi ruoli più celebri, impreziositi da una drammaticità unica, figurano il Conte di Luna nel Trovatore verdiano, Lord Ashton (Lucia di Lammermoor), Jago (Otello) e Don Carlo (Ernani), senza dimenticare uno dei suoi cavalli di battaglia, vale a dire l'Amleto di Ambroise Thomas.

 

b_200_150_16777215_00___images_titta_ruffo.jpgMa è forse Rigoletto la sua interpretazione di maggiore spessore e non è un caso la citazione fatta in precedenza; in effetti, ho avuto la fortuna di ascoltare una registrazione originale, rimanendo incantato per la voce inconfondibile, il fraseggio ben scandito, gli accenti scuri e quasi bronzei. Tra l'altro, insieme a Enrico Caruso e al bassi Fedor Chaliapin riusciva a formare un trio di primissimo livello. Titta Ruffo è stato tutto questo e sono le sue memorie autobiografiche, datate 1937 (si tratta de "La mia parabola") che lo descrivono meglio di chiunque altro: ad esempio, del brindisi dell'Amleto di Thomas ci racconta come questa fosse "una cadenza di una tale briosità cha a sostenerla, s'intende dopo uno studio e un esercizio indefessi, in un solo respiro con un'acrobazia inverosimile si va, oso dire, quasi nel soprannaturale; e l'entusiasmo divenne allora delirio. Prima ancora di terminarla, il pubblico mi interruppe, mi subissò di battimani. Richiesto di bissarla, per rispetto all'autorità del Mancinelli non m'azzardavo senza il suo cenno d'incoraggiamento; ma lui medesimo che, in fondo alla sua anima d'artista, gioiva del mio successo, mi incitò con un energico gesto a ricominciare".

 

Di lui si possono ancora ricordare la resistenza incredibile dei fiati e il sol prodigioso con cui era in grado di concludere perfettamente il prologo dei Pagliacci di Leoncavallo (Tonio-Taddeo, un'altra interpretazione che è passata giustamente alla storia). Quella energia che aveva in corpo e che voleva a tutti i costi trasmettere quando cantava la si avverte perfettamente nei dischi acustici che sono stati incisi, con qualche inflessione nasale che a dire il vero era piuttosto leggera.

 

b_200_150_16777215_00___images_titta_ruffo_as_rigoletto.jpgPer concludere degnamente questo ricordo di Titta Ruffo, credo sia opportuno lasciare la parola a chi lo ha ammirato dal vivo, non un melomane qualsiasi, ma il Premio Nobel Eugenio Montale: "la sua voce sembrava, ed era, eccezionale per l'ampiezza e la continuità dell'arco sonoro e per l'incredibile estensione, e in questo senso si poterono leggere, su di lui, referti medici che misurarono le sue corde vocali, i "seni" della sua vasta fronte, e tutti i risonatori della sua "maschera". E poi un ricordo toccante: con Titta Ruffo, e con qualche raro suo simile, non è morto il canto, ma è morto il canto eroico.

Collega la pagina al tuo social:

Visitatori

Visitatori oggi:27
Visitatori mese:7280
Visitatori anno:68968
Visitatori totali:406106

OperaLibera piace a...