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Sutherland_Semiramide_62_cutSi è spenta il 10 ottobre 2010 in una clinica a Les Avants in Svizzera il soprano australiano Dame Joan Sutherland, la quale a tutti gli effetti può essere considerata la più grande ed innovativa cantante del dopoguerra e per molti aspetti la vera restauratrice del canto ottocentesco andato perduto.

 La Sutherland nacque a Sydney il 7 febbraio 1926 da una modesta famiglia, il padre, un sarto, muore quando Joan ha solo sei anni, la madre, mezzosoprano dilettante, accudisce alla figlia da sola e con qualche difficoltà economica. Già da bambina imita la madre nel canto di canzoni popolari, inconsciamente cercando la strada che avrebbe voluto percorrere da grande. Cantante già affermata alla madre dedicherà un celeberrimo disco “Songs of My Mother Thaught Me”. Le restrizioni famigliari le impediscono di frequentare scuole regolari di canto, in seguito venne assunta in un ufficio commerciale e questo le permise una certa disponibilità a frequentare i primi corsi. In quel frangente conosce un giovane pianista, Richard Bonynge, che nel 1954 diverrà suo marito. Agli inizi le fu pure difficile capire il registro a lei piu consono: essa si sentiva contralto, la madre sosteneva fosse un mezzosoprano, ma fu proprio Richard a capire che ella avrebbe dovuto studiare da soprano e più specificatamente soprano ottocentesco sia di coloratura sia drammatico. Trasferitasi a Londra, con l’aiuto economico di uno zio, inizia una gavetta che le darà modo di capire perfettamente la sua voce. Sono gli anni del comprimariato: Clotilde e Sacerdotessa in Aida (accanto alla Callas), Woglinde, ma anche Aida, Amelia, Contessa (Le nozze di Figaro), Agata, Euryanthe, Vitellia, fino all’incontro con Tullio Serafin per quella memorabile Lucia di Lammermoor al Covent Garden che sarà l’inizio della carriera internazionale. Franco Zeffirelli fa del suo meglio per renderla credibile scenicamente, ed in parte ci riesce, ma è soprattutto la sua voce ad interpretare ed affascinare, per non dire sbalordire, nelle pazzie del romanticismo musicale, oltre a Lucia si annoverano Elvira, Amina passando al barocco del Samson di Händel e all’Alcina, che attraverso una tecnica prodigiosa e strepitosa le premette di mettersi in luce e primeggiare sia in Europa sia in America. Sutherland_BonyngeSaranno la precisione, la flessibilità, l’agilità del trillo morbido ed esteso che le permettono di imporsi in un repertorio sino allora desueto o eseguito con tagli di tradizione, e complice il marito eccellente musicologo nonché accompagnatore, riproporre l’edizione integrale di opere come Emilia di Liverpool, Rodelinda, Beatrice di Tenda, Semiramide, Les Huguenots, Lakmè, Esclarmonde. Affronterà il Donizetti storico di Lucrezia Borgia e Maria Stuarda, riproporrà Le Roi de Lahore e Anna Bolena accostandosi anche a Il Trovatore, Adriana Lecouvreur e Ophélie in Hamlet, suo ultimo debutto. Ma le opere da lei cantate sono innumerevoli: Frasquita e Micaela (Carmen), Helmiwige e Waldvogel (Ring), le tre donne dei Contes d’Hoffmann, Jenifer (The Midsummer Marriage di Tippett), Pamina e la Regina della notte, Eva (Meistersinger), Gilda, Madame Hertz (Der Schauspieldirektor di Mozart), Desdemona (Otello di Verdi), Madame Lidoine (Dialoghi delle carmelitane), Violetta, Cleopatra (Giulio Cesare di Händel), Norma, Marguerite (Faust), Marie (Fille du Regiment), Euridice (Orfeo ed Euridice di Haydn), Rosalinde (Fledermaus), Anna Glawari (Vedova allegra), Suor Angelica, Amalia (Masnadieri), Elettra (Idomeneo). E’ quasi impossibile in queste poche righe esprimere un giudizio complessivo su Joan Sutherland né tantomeno basterebbe un convegno. Per giudizio non s’intende la critica alle sue performance o incisioni ma il termine di paragone dell’arte espressa dalla cantante australiana. Almeno due punti non possono essere sottaciuti: il recupero del canto ottocentesco filologico e il saper approntare un programma da concerto. Ella ha riproposto nel corso della sua lunga carriera la tradizione stilistica del bel canto italiano ispirandosi, o meglio continuando, la prassi esecutiva delle varie Malibran, Lind, Pasta, Grisi e via di seguito, una prassi poi spazzata via dal verismo e pioneristicamente riproposta da Maria Callas ma concretizzatasi esemplarmente con Joan Sutherland. Solamente la Sutherland ha saputo esprimere attraverso il paziente studio della tecnica, del suono appoggiato, dell’emissione perfetta, lo stile impeccabile sia bel barocco sia del bel canto attraverso le proprie possibilità vocali ed artistiche. I programmi dei suoi recitals, mai casuali e soprattutto studiati, propongono il lungo e laborioso studio interpretativo e tecnico di una cantante che ha messo la sua particolare voce al servizio dello spartito per renderlo al meglio secondo le proprie peculiarità, le quali inutile ribadirlo erano enormi e molteplici. Oltre ad essere pietre miliari della discografia incisioni come Romantic French Opera e Command Performance (che prende il titolo dai concerti offerti dalla Regina Vittoria a Windsor) ci riportano indietro nel tempo al fantastico mondo canoro della prima metà del XIX secolo quando le grandi dive e le grandi voci, come la Sutherland, ammaliavano e stupefacevano sia sul palcoscenico sia nella classica romanza da salotto. Sutherland_1Nel 1989 dopo una trionfale Lucrezia Borgia a Barcellona e Parigi si esibisce l’anno successivo a Sydney ne Les Huguenots (sua ultima produzione) apparendo per l’ultima volta su un palcoscenico il 31 dicembre 1990 nel Gala del II atto dell’operetta Die Fledermaus al Covent Garden, il teatro dove cantò maggiormente, assieme a Luciano Pavarotti e Marilyn Horne (amici di sempre nonché debitori anch’essi al di lei marito di suggerimenti fondamentali per la loro carriera) in arie e duetti. Al termine della perfomance, invasa da stelle filanti e ovazioni da parte del pubblico, canta il suo ultimo brano: Home Sweet home da Clari di Bishop.

 


 

FOTO di  Semiramide fornita dall'Ufficio Stampa del Teatro alla Scala di Milano.


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