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Armi2Genova, 16 febbraio 2020. In occasione della produzione di Adriana Lecouvreur al Teatro Carlo Felice di Genova abbiamo il piacere di incontrare il tenore genovese Fabio Armiliato che interpreta il ruolo di Maurizio di Sassonia.


Scritto da Marco Faverzani | Giorgio Panigati

 

 

Sig. Armiliato, ci troviamo a Genova, la sua città di origine che l’ha vista debuttare nel 1984 nel Simon Boccanegra. Nel corso della sua carriera diverse sono state le produzioni che l’hanno vista protagonista in questo teatro. Cosa significa per un genovese cantare nella propria città?
Il mio debutto è avvenuto con l’ente lirico di Genova, in quel momento dislocato a Savignone, un piccolo centro dell’entroterra, dove il tenore Ottavio Garaventa ogni anno faceva una piccola stagione estiva. Io lavoravo in quel momento nel coro, una bellissima esperienza, qualcosa di molto emozionante. Genova per me è tutto, ho studiato qui, al conservatorio, sono entrato nel coro, anche per pagarmi le lezioni di canto, ho debuttato qui, ero ancora artista del coro. Nel 1986 poi ho fatto il mio debutto da solista a Jesi, nella Vestale, e poi in quegli anni tanti piccoli ruoli, cercavo ancora la mia strada. Il mio è un lavoro per cui serve pazienza e tempo, oggi ce ne è molta meno, ai tempi ti mettevano anche nella condizione di potere avere pazienza. Imparare, ascoltare, confrontarsi fra generazioni di cantanti. Oggi si cerca a tutti i costi l’artista giovane e viene un po’ a mancare il confronto fra le generazioni: il confronto è costruttivo edArmi1 oltretutto il pubblico deve affezionarsi all’artista, è importante. Oggi si considera poco questa cosa, abbiamo solo qualche esempio: Leo Nucci, Giovanna Casolla, e tanti nel recente passato, Alfredo Kraus, Carlo Bergonzi, Mariella Devia, Magda Oliviero. Tanti illustri esempi insomma. Tornando a Genova, il teatro della mia città mi ha sempre dato tanto, smentisco il detto “nemo profeta in patria”. Io qui al Carlo Felice ho sempre cantato tanto a partire dalla prima Boheme, ero in cast b e nel primo cast c’era Mirella Freni, con lei qualche anno dopo ho cantato ancora Boheme, poi Norma, Ernani, Butterfly, Fedora e soprattutto Tosca nel 2010 con Daniela Dessì, uno degli ultimi grandi sold out del teatro, me lo ricordava in questi giorni anche la biglietteria. Sono felice di avere partecipato a così tante belle produzioni ed ora a questa Adriana. Sono felice di tornare qui dopo cinque anni di assenza. 
Veniamo ora a questa produzione di Adriana Lecouvreur: come si è approcciato al personaggio del Conte di Sassonia? Quale chiave di lettura dobbiamo aspettarci da questa sua interpretazione?
 
È un’opera che io amo molto perché ho avuto la fortuna di amarla da ragazzo, e quando ti innamori di un’opera da ragazzo te la porti poi sempre nella tua memoria storica, nel tuo dna, nella tua memoria più profonda. Mi sono innamorato delle arie “La dolcissima effige” e “L’anima ho stanca” cantata da Aureliano Pertile. Non c’erano, anni fa, tante registrazioni complete dell’opera se non quella ufficiosa del San Carlo di Napoli con Magda Olivero e Franco Corelli. Ho cercata molto questa registrazione e l’ho trovata, l’ho trasferita in cassetta e veramente l’ho consumata. Il mio amore per Franco Corelli e per la sua vocalità deriva forse anche dalla sua fisicità, mi identificavo un po’ visivamente in lui, aveva come me il collo lungo. Poi quando l’ho conosciuto per me è stato il sogno della vita che si è realizzato, nel 1990 a New York. Abbiamo avuto un rapporto bellissimo e abbiamo parlato molto anche di questo personaggio. Io l’ho debuttato abbastanza presto, quattro anni dopo aver conosciuto Corelli, nel 1994 al Teatro Colon di Buenos Aires dove avevo debuttato due anni prima in Tosca con il Maestro Michelangelo Veltri che si era innamorato della mia voce e mi aveva affidato subito questa nuova produzione. Questa cosa mi ha fatto molto piacere perché era un po’ come coronare un sogno, oltretutto con un’opera non molto rappresentata; è stato stupendo avere l’opportunità di riportarla in scena ed è stato un grandissimo successo. Ne è nato anche un video, tra l’altro, (non ne facevano molti a quell’epoca al Teatro Colon) ed è stato pubblicato, con Stefka Evstatieva, soprano bulgaro molto brava, Florence Quivar era il mezzo soprano e Veltri il direttore, una produzione di quelle con le scene dipinte molto efficaci. Quando poi ci siamo trovati nel 2000 con Daniela Dessì e abbiamo iniziato la nostra vita insieme, privata e in scena , lei l’aveva appena debuttata al Teatro alla Scala. Così è stato anche per Andrea Chénier, che abbiamo debuttato separatamente, e poi cantato insieme tante volte alla Scala, a Napoli, a Palermo, a Barcellona. Considerando che è un’opera non molto frequentata in quegli anni, perché era un’opera che era molto famosa negli anni trenta e quaranta. Ricordo parecchie recite fatte in Scala soprattutto da artisti come Magda Olivero che l’ha portata in giro dappertutto, poi Raina Kabaiwanska; c’è bisogno insomma di una grande primadonna, come per tante opere del verismo come Francesca da Rimini, Fedora, sono opere dove occorre avere Armi3il carisma, il peso di una vera primadonna. L’anno scorso l’ho ripresa, ho iniziato a riprendere in mano la mia carriera (dopo il dramma di avere perso Daniela Dessì nel 2016, ho voluto fermarmi un po’), c’è stata l’opportunità di poterlo fare grazie a Cecilia Gasdia che mi ha sentito cantare il “Sì”di Mascagni a Livorno e mi ha offerto di fare Adriana nel suo teatro lo scorso anno, stavo già ricominciando, ma mi ha dato una bella opportunità, ho riscosso un bel successo, mi ha fatto venire la voglia di tornare in scena e sono ritornato soprattutto a sentirmi a mio agio nel mio ruolo di cantante. Il primo ruolo che ho calcato sul palcoscenico è stato nel 1980, faccio 40 anni di carriera, ho fatto il Dottor Cajus in Falstaff al Laboratorio Lirico di Alessandria con la regia di Filippo Crivelli e Edoardo Müller, insieme a tanti cantanti amici come Armando Ariostini. In quel periodo c’era veramente fermento nei giovani, ritengo che sia giusto dire che ho calcato il palcoscenico mettendomi il costume ed il trucco da dottor Cajus nel 1980; tutto questo lungo percorso fino al 2000 quando ho incontrato Daniela ed è stato un percorso molto ricco di soddisfazioni: ho debuttato al Met nel 1993 poi alla Scala nel 1995. Quando ho maturato il rapporto con Daniela ci siamo guardati in faccia e abbiamo detto: abbiamo fatto delle belle carriere tutti e due adesso vediamo se riusciamo a fare qualcosa anche insieme per dare un senso ad un percorso, per valorizzare le coppie artistiche soprattutto nel repertorio pucciniano. Ci sono certe opere, come Manon Lescaut, che è tutta un grande duetto, così Chenier, e la stessa Adriana; e allora abbiamo intrapreso questo percorso, senza niente togliere alle nostre carriere individuali. Trovandomi poi, purtroppo, per le vicissitudini della vita, di nuovo solo, ho ripreso il percorso di prima con la stessa voglia e con la stessa serietà; quello che ho sempre cercato di fare nel mio lavoro è rispettare quello che faccio, è un mestiere bellissimo che necessita sempre di continuo approfondimento. Io ho sempre questa idea: noi cantanti siamo un anello di una catena, l’anello deve essere saldato con quello che c’è prima e deve essere un bel punto di aggancio per chi ci sarà dopo, nel nostro lavoro noi non portiamo via niente, magari qualche volta ci identificano di più con un personaggio come è stato per Del Monaco con Otello. In ogni caso dobbiamo dare un esempio che possa fare continuare questa grande nostra tradizione, sottolineo sempre molto italiana. Oggi ci sono tantissimi cantanti che fanno benissimo questo mestiere grazie proprio al fatto che noi siamo stati un po’ come dei missionari, abbiamo diffuso il verbo. Riprendiamoci questa tradizione perché noi abbiamo il vantaggio di una cosa fondamentale che è la lingua: chi parla bene canta bene, non perché vogliamo essere o sentirci migliori o diversi, ma perché possiamo essere di aiuto anche agli altri. Riprendiamo di nuovo in mano questa forza e cerchiamo di farla capire e trasmetterla, così come è stato anche nel passato quando sono nati grandissimi cantanti stranieri come  Richard Tucker o Jussi Björling, Jon Vickers, loro avevano una capacità linguistica che era dovuta ad un grande approfondimento ma anche al grande esempio che avevano avuto dai grandi cantanti del passato.
L’opera, la musica, arte tra le arti che si esprime in molteplici modi. Lei, ad esempio, è stato scelto da Woody Allen quando è stato girato To Rome with Love. Ma non dimentichiamo che siamo in Liguria e quindi il pensiero corre al Festival di Sanremo appena concluso che tanto ci fa conoscere nel mondo. Crede che la commistione tra opera e cinema, opera è musica leggera possa aiutare ad avvicinare nuovo pubblico?
 
La mia esperienza con il film di Woody Allen è stata una cosa unica e straordinaria e quello che posso dire è che è uno dei pochi esempi nella storia del cinema dove un’aria è stata fatta dall’inizio alla fine senza tagli, neanche un secondo. Cantavo “Amor ti vieta” dall’introduzione alla fine, come anche fatto con il “Vesti la giubba”, nei film l’aria viene sempre compressa per andare subito al dunque, per arrivare all’acuto per  dare un effetto emotivo più forte al pubblico. A mio avviso l’opera vista al cinema non funziona tanto bene, così  come anche l’opera vista in televisione, o i famosi esperimenti fatti nel passato (ad esempio “Nei luoghi e nelle ore di”). L’opera ha bisogno del teatro: credo tutto quello si può fare per dare valore a queste operazioni e portare poi il pubblico a teatro è sempre specificare molto bene che quella non è la vera opera, io ad esempio sono tifoso di calcio e mi piace andare al campo sportivo, in televisione la partita la vedi, ma non è la stessa cosa: manca il profumo del campo, manca il contatto con il pubblico e qui è uguale, mancano le tue orecchie che ascoltano la musica in questa bellissima oasi che è il teatro. Il teatro d’opera è e deve rimanere un’oasi, così come il teatro di prosa. Lì però usano già l’amplificazione da tempo. Il microfono ha cambiato tutto, davvero, cambia la sensibilità anche se il teatro è nato con la maschera. La maschera è nata nel teatro greco, si dice mettere il suono in maschera perché si usavano maschere che amplificavano il suono, anche con l’aiuto di altri stratagemmi intorno, ma nella antica Grecia i teatri erano luoghi aperti e molto grandi. Noi abbiamo uno strumento straordinario che è la voce umana che non puoi delegare a nessun tecnico del suono pur bravo che sia. La voce può essere anche amplificata certo, microfoni, auto tunes, ma se cediamo a queste cose per il nostro mondo sarebbe la fine. Avevano fatto qualche esperimento ad esempio all’Arena e per fortuna non era piaciuto. Senti la voce del cantante sul palco ma il suono ti arriva dalla parte destra, dalla parte sinistra è brutto, ti disorienta. In questo momento storico non dobbiamo fare niente che possa disorientare il pubblico, bisogna focalizzarlo sul bello, su quello che è giusto perché ci cose belle e giuste e altre sbagliate e brutte. È inutile dire che tutto va bene e tutto è consentito perché c’è buona volontà, no, ci sono delle regole che bisogna un po’ riprendere in mano. Nella musica pop ci sono altre regole, diciamo che la lirica pop può avere un suo senso se intesa come genere a parte ma non parliamo allora di tenore, come non abbiamo mai chiamato tenore Claudio Villa, anche se era molto più tenore lui forse di certi tenori che cantano oggi perché aveva una grande serietà e professionalità. Anche ad Alberto Sordi piaceva cantare l’opera, aveva la voce da basso-baritono. Ci sono delle cose che possono aiutare a conoscere meglio l’opera, ma credo che valga la pena di fare della divulgazione e non dellaArmi4 volgarizzazione perché nella volgarizzazione si tende sempre al ribasso e l’abbiamo già toccato abbastanza, se ribassiamo ancora rischiamo davvero di andare sotto terra. Riprendiamo ogni cosa con le sue regole, dico sempre: giochi a carte, se giochi a poker non puoi giocare di colpo a rubamazzetto. Le regole del gioco sono importanti e non bisogna cambiarle, vanno stabilite nel rispetto comune di alcuni parametri, se no non ci si trova più d’accordo e ci si disorienta, le persone si disinnamorano del teatro, e non lo frequentano più. Noi invece abbiamo bisogno del pubblico, di riempire le sale. La nostra penisola è ricchissima di teatri uno più bello dell’altro; riutilizziamoli, non trasformiamoli tutti in baracconi da circo perché va benissimo fare anche altre cose ma ci sono i luoghi giusti per altri spettacoli: gli auditorium, i palatenda, gli stadi. Nei teatri d’opera si fanno le cose che sono nate per essere fatte in quel tipo di struttura e l’Italia ne è ricchissima. 
Quali sono i suoi prossimi impegni? 
Farò una serie di concerti con un mio amico Davide Burani, arpista, solo arpa e voce, una cosa particolare con romanze di Tosti, uscirà poi anche il disco. Poi a marzo sarò a Catania per Cavalleria e Pagliacci. Ad aprile farò una master class e poi vado negli Stati Uniti a Portland, canterò Pagliacci, sono contento di tornare a cantare negli Stati Uniti dopo tanti anni di assenza, farò sempre lì anche Tosca, in settembre. Insomma ho ripreso a pieno regime, in quaranta anni di carriera ho fatto molte cose, Tosca, Aida, più di settanta recite di Manon, non ho ora la smania di fare a tutti i costi ma voglio fare delle cose importanti. Ho un progetto ad esempio molto interessante, mi fa piacere dirlo, il prossimo anno a Bogota ci saranno le celebrazioni per i dieci anni dalla scomparsa di Daniel Catán un compositore che scrisse una bellissima opera per Placido Domingo, basata sul Postino di Neruda. La vedova di Catán vuole che sia io ad interpretarla, ha ritenuto che io abbia il giusto carisma. Parallelamente continuo con il mio progetto Recital Cantango, un percorso divertente ed educativo al tempo stesso, che vuole far capire al pubblico come la madre di tutta la musica sia l’opera lirica. Un omaggio a Tito Schipa amante del tango e maestro di canto di Gardel, pensando soprattutto a lui ho strutturato questo spettacolo. 

 

 

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